Nove milioni di anni fa – secolo più secolo meno – un vulcano emerse dalle acque nell’alto mar Tirreno. Nacque un’isola solitaria e montuosa, uno scoglio di roccia di difficile accesso, senza spiagge, quasi senza baie, ma ricco di piccole insenature e minuscole grotte. Gli antichi greci la chiamarono Aegylon Megas, “l’Isola Grande delle Capre”, e similmente i romani la battezzarono Capraria; nei secoli dell’Alto Medioevo vi vissero monaci ed eremiti; nel 1055 fu conquistata dai saraceni, che ricordando gli wadi – gli asciutti torrenti del loro deserto – chiamarono “vadi” i brevi rii che scorrono fra le boscaglie dell’isola, e ancor’oggi così si chiamano. Passarono poi i pisani e intorno al 1430 arrivarono i genovesi che vi issarono la bandiera della Repubblica di San Giorgio. I genovesi si affezionarono a quest’isoletta ben sistemata fra Corsica e Toscana giacché la tennero sino al 1926, quando Capraia fu staccata dalla provincia di Genova e trasferita armi e bagagli a quella di Livorno, non più avamposto ligure nel mar Tirreno ma una delle “sette perle di Venere” dell’Arcipelago Toscano. Il lungo legame di Capraia con Genova e con la vicinissima Corsica è testimoniato dal suo dialetto, che in parte ligure e in parte còrso, e da certe curiosità gastronomiche, come la fucaccia – che però è molto diversa negli ingredienti dalla focaccia genovese – o come la presenza del pesto in certi menù locali.
È un’isola faticosa Capraia, non ci si va per riposarsi. Per scoprirla bisogna camminare, nuotare, o almeno farsi due ore di circumnavigazione su un gommone che sobbalza lieve sulla superficie marina, e camminando, nuotando e navigando ci si riempie gli occhi dei colori dell’isola, il blu e il viola del mare, il verde della vegetazione, il grigio e il rosso delle sue rocce vulcaniche, il giallo dei fiori dell’elicriso, il bianco dei gabbiani…
D’altronde anche la storia dice che non è un’isola abituata al riposo: fino al 1986 un terzo del suo territorio era occupato da una colonia penale agricola, e se non è mai tanto facile la vita del contadino, ancor meno lo è quella del carcerato. La colonia penale ormai è chiusa e Capraia ha imparato a vivere prevalentemente di turismo, grazie anche al Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano che ne protegge l’ambiente naturale. E nelle campagne un tempo coltivate dai carcerati-contadini oggi si sta riprendendo l’attività agricola e la viticoltura e ciò è cosa buona e giusta, perché sarebbe un peccato che il patrimonio di cultura agricola della colonia penale andasse definitivamente disperso.
Il piccolo porto dove attraccano i traghetti che arrivano da Livorno vede grandi lavori di ampliamento e sistemazione, necessari perché finora quando soffia il vento di grecale da nord-est l’attracco è difficile, talvolta impossibile. Accanto all’attracco dei traghetti c’è il porticciolo turistico e il molo dei pescatori e lungo la banchina si srotola il piccolo centro abitato, una serie di case basse e colorate affollate in estate di ristorantini e negozietti; appena all’interno c’è l’edificio della Salata che era lo stabilimento dove i detenuti salavano le acciughe e oggi ospita il Centro Accoglienza Visitatori del Parco; al termine del paese inizia l’unica strada asfaltata dell’isola che in 800 metri sale al panoramico centro di Capraia Isola, non deturpato dalle brutture dell’edilizia turistica che affliggono tante località marine d’Italia e dominato dalla mole del forte genovese di San Giorgio a strapiombo sul mare.
Porto in basso, Paese in altro… basta, non ci sono altri centri abitati: la presenza della colonia penale fino a pochi decenni fa, il paesaggio aspro e la mancanza di strade interne hanno salvato la bellezza dell’isola, che si offre volentieri agli escursionisti – massime stranieri – che in primavera la percorrono inebriandosi del profumo e dei colori delle fioriture della macchia mediterranea che la ricopre, scarpinando fra la romanica chiesa di Santo Stefano, lo Stagnone – unico “lago” naturale di tutto l’arcipelago Toscano, importante punto di sosta per gli uccelli migratori – e i palmenti, le vasche scavate nella roccia dove i vignaioli pigiavano l’uva appena vendemmiata per poter trasportare in paese solo il succo e non i grappoli interi, più pesanti.
È bello osservarla dal mare, Capraia, che è bellissima non solo nella banale estate ma soprattutto nelle altre stagioni: alcuni suoi spettacoli naturali sono destinati a pochi fortunati o volenterosi, come i tramonti invernali dietro i monti della Corsica, ben visibili dal lato occidentale dell’isola – quello più isolato e selvaggio; altri sono a portata di tutti perché sono presenti in qualunque ora di qualunque giorno dell’anno: il capolavoro della natura capraiese è la punta dello Zenobito: è l’opera d’arte sublime del dio fabbro, quell’Efesto/Vulcano che per i greci e i romani era il dio del fuoco e dei metalli ma in realtà era anche un dio artista, capace di creare paesaggi inaspettati e meravigliosi per purezza di linee, senso cromatico, passione emotiva. La policromia di rocce laviche che precipitano nel mare della Cala Rossa a Punta dello Zenobito è una meraviglia della natura: il contrasto fra il bianco e il rosso delle diverse rocce laviche col blu chiazzato di verde delle acque è un regalo bizzarro e mirabile della geologia, regalo inatteso e graditissimo per chi si affaccia agli strapiombi della Punta e per chi giunge dal mare nella Cala.

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