Il mio lungo lavoro per la pubblicazione dei 4 opuscoli sull’ “Altra Riviera” è quasi finito.
L’Altra Riviera delle Palme, ovvero i 50 comuni della provincia di Savona che non si affacciano sul mare; la parte nascosta, la parte poco conosciuta della Liguria, quella che i turisti che si affastellano negli incasinati alberghi e ristoranti della costa spesso ignorano, e non sanno quel che perdono.
Raccontare con chiacchiere, nomi e immagini cosa c’è dietro alle spiagge e ai borghi rivieraschi un tempo marinari ora di seconde case, cosa c’è a monte dell’autostrada. Cose che alcuni sanno, che molti invece no. Raccontare tutto ciò ai turisti marittimi per invogliarli, chissamai, a salire in collina, metti che un giorno di agosto il cielo sia tutto nuvoloso, come oggi, o che la pensione sull’Aurelia sia al completo, o il bimbo abbia l’eritema solare, perché non farsi una giornata in campagna? O fermarcisi anche a dormire, tanto la spiaggia è a venti minuti d’auto, e di notte in su fa più fresco e si dorme meglio?

Mi sono proprio goduto il lavoro, in questi lunghi mesi: andare a girare ogni comune, ogni frazione, cercando ristoranti, trattorie, alberghi, b&b, agriturismi, produttori di miele, di vino, di olio, di marmellate, di formaggette di capra… due chiacchiere, una toma o un cesto di mirtilli da portare a casa, gli auguri per il successo di questa iniziativa editoriale, che di gente che si sbatte per continuare a vivere sulle spopolate e semisconosciute colline liguri ce n’è, e molti sono giovani o almeno non vecchi, e son contenti se qualcuno si impegna a parlare pubblicamente di loro…

E mi son goduto soprattutto la natura dell’entroterra ligure. Non che non la conoscessi già, però girarci per mesi così capillarmente, non l’avevo mai fatto… lungo le deserte e silenziosissime strade provinciali e comunali perse fra i boschi ho incontrato caprioli che la curiosità tratteneva dal fuggire almeno per qualche secondo giusto per capire chi ero (ma mai quanti ne sarebbero serviti per fotografarli, però), mi hanno attraversato la strada scoiattoli fulminei, una lepre zizgagante, un biscione verdissimo, ho fissato conigli e fagiani fermi nei prati a fare a gara chi stava immobile più a lungo, se io o loro, ho alzato in volo irritato alcuni rapaci che sonnecchiavano sugli alberi al ciglio dell’asfalto, ho percorso chilometri di strade sterrate dove il cielo è completamente nascosto dal bosco che avvolge ogni cosa, onore al merito della vetusta Y10 che continua ad accompagnarmi su qualunque mulattiera io decida di portarla, ho fatto il bagno in un torrente accompagnato dal gracidare un po’ incazzato di chissà quale batrace invisibile che evidentemente disturbavo, ho fotografato faggi e castagni ostentatamente centenari, ho riempito decine di bottiglie d’acqua a varie e variamente saporite sorgenti, ho fotografato i prati primaverili che sono degli arcobaleni scesi in terra, ho pranzato in trattorie da 9 o 10 euro menù fisso fra operai fumosi e tagliaboschi sporchi di fango e segatura. Il tutto a mezz’ora dal mare; massimo tre quarti d’ora, minimo 10 minuti. Una vera delizia.

Poi ci sono le bellezze architettoniche, le amenità industriali, le bizzarrie: le chiesette con le sculture romaniche sulla facciata e gli affreschetti gotici nascoste fra le acacie delle colline, le meridiane un po’ naif, il castello dell’Innominato sul cocuzzolo alto sul fiume, certi paesaggi neri di carbone che sembrano l’Inghilterra industriale dell’Ottocento o le canzoni dell’American working-class del Boss e invece è Bragno, comune di Cairo Montenotte; c’è una Trattoria Piemontese con Alloggio proprio lì, in quel mondo monocromo alieno che in gennaio, quando la neve imbianca il nero del carbone, sembra una di quelle foto b/n dell’Italia del dopoguerra, quelle immagini da neorealismo scattate un millennio prima dei computer e dei videofonini. Nessun turista andrà mai a Bragno, naturalmente, ma quel posto ha un fascino particolare; diversissimo ma altrettanto intenso del centro storico del suo capoluogo, ovvero di Cairo, che è coloratissimo, vivace, elegante, allegro e policromo.

Questo entroterra ligure delizioso, lussureggiante e a volte insolito talvolta sembra essere apprezzato più dai vecchietti che dai ragazzini: la settimana scorsa a Calizzano, bel borgo fra faggi e funghi dell’alta Val Bormida, ho pranzato nel ristorante di un hotel del centro: intorno a me c’era la più alta concentrazione di dentiere in attività che avessi mai visto; età media 75, forse 80, ma con l’appetito dei ventenni. Nel tavolo dietro al mio giaceva sghimbescia la moglie di Amenopsis IV, faraone della XII dinastia, probabilmente dimenticata lì per errore durante l’ultima ristrutturazione del Museo Egizio di Torino. Elegantemente agghindata con cappottino avorio e berretto di pelliccia beige (va beh che si era al 26 di luglio ma sai, una che è morta da 4500 anni deve stare attenta a non prender freddo), avvoltolata su se stessa come una bambola di pezza gettata lì da una bambina incazzata, si è sbafata – lentamente ma saporitamente – una fetta di tiramisù più grande di lei senza profferir motto né rutto. Non ho avuto l’attenzione di notare se dopo il dolcione abbia preso caffè e ammazzacaffé o una semplice tisana digestiva. Ma propendo per il caffè con grappino.

(Scritto il 3 agosto 2004)

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