“Io la sera mi addormento / e qualche volta sogno / perché voglio sognare / e nei sogni stringo i pugni / tengo fermo il respiro / e sto ad ascoltare…
…come i treni a vapore / come i treni a vapore / di stazione in stazione / e di porta in porta / e di pioggia in pioggia / e di dolore in dolore / il dolore passerà”

“I treni a vapore” di Ivano Fossati, canzone malinconicissima, benissimo e malinconicamente cantata e suonata sia dall’Ivano (soprattutto nel disco Dal Vivo vol.1) sia dalla buonanima Mia Martini. Prima la chitarra classica da sola con soffice fondo di batteria e contrabbasso, poi entra un suono di tastiera quasi da organo, indi la chitarra si fa un po’ più metallica, infine una specie di zufoletto… Applausi, alla fine.

“My eyes are on the horizon seeking out the light, but don’t let me be lost forever in the night…
We spend our lives rearranging everything under the sun”

Questa è Tal Wilkenfeld che canta “Under the sun”: bella musica ritmata ma melanconica, si addice benissimo al testo.

“L’uomo si affatica e tribola per tutta una vita. Ma cosa ci guadagna?”
Questo è Qohèlet.

“Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato”

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“Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”

Questo è Eugenio Montale, entrambe le poesie da Ossi di Seppia.

“Same old song, just a drop of water in an endless sea / All we do, crumbles to the ground though we refuse to see
Dust in the wind / All we are is dust in the wind”.

“Dust in the wind”, canzone dei Kansas degli anni Settanta. La variante laica di “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”, come dice la Genesi e come si diceva sino a un po’ di anni fa durante il Mercoledì delle Ceneri. Io al mio gatto grosso glielo dico sovente “ricordati che sei Polvere”…

Per Montale è male di vivere, Baudelaire lo chiamava spleen; poi c’è quel senso di “nulla alle mie spalle” e di inganno consueto, insomma “havel havelim, hakkol havel”: “vanità delle vanità, tutto è vanità” o anche “vuoto, un grande vuoto, tutto è vuoto”, per citare di nuovo il grande Qohèlet..

E poi il dolore passerà.

Ho trascorso diversi anni tra la tarda adolescenza e la prima età adulta a godere delle piccole gioie della vita MA senza abbandonare la convinzione intima che il mondo sia in fondo un’illusione, una vanità delle vanità, un inganno di alberi case colli accampati di gitto sopra il nulla, maya l’illusione dei sensi, e senza abbandonare nemmeno la sensazione del male di vivere, del dolore da far passare o da imparare a conviverci.

Con l’ingrigire dei capelli questo substrato emotivo di dolore-illusione è andato lentamente ma inesorabilmente… dov’è andato? Si è fatto da parte, si è nascosto, come i vecchi giocattoli che usavi da bambino e che non hai buttato via perché ci sei affezionato ma li hai sistemati lassù, o laggiù, in cantina o in solaio, e ogni tanto – ma raramente – ci pensi e vai a vedere che ci siano ancora, li guardi un poco con affetto e poi li dimentichi per altri anni.

Quando mi sono sposato, questa trasformazione sentimentale e sociale mi ha portato a immergermi più profondamente in un tipo di quotidianità indaffarata piena di cose e pensieri concreti, dalla gestione della vita a due e della vita in due città, all’acquisizione delle nuove amicizie e dei nuovi interessi sanremesi, senza tralasciare le attività lavorative perennemente incerte ma onnipresenti (il vantaggio di non avere un ufficio in cui andare, nemmeno più un laboratorio universitario, si accompagna al poter dedicare a cose di lavoro anche i giorni di festa, che non sono per nulla dissimili da quelli “feriali” stricto sensu). E poco importa che il matrimonio sia finito prematuramente per ragioni indipendenti dalla volontà dei coniugi: anche senza Donatella la mia quotidianità è rimasta indaffarata e piena di azioni e pensieri concreti, anzi lo è diventata ancor più di com’era prima, a ben vedere.

Insomma, tanto da marito come da vedovo, di spazio per le seghe mentali di tipo nichilistico me ne è rimasto poco.

In fondo mi va benissimo così, e anche in cima: la vita che in un modo o nell’altro mi capita di fare oggi da adulto-tendente-all’anziano mi pare in realtà più sensata dello stare a crogiolarsi sul Senso del Nulla del Mondo…. ma quando mi succede per bizzarro caso di ripensare a quel modo di intendere l’esistenza mia e del mondo, beh, mi viene un po’ di nostalgia per i tempi in cui, pur godendomi il sole e il mare e le persone esattamente come ora, pensavo dentro di me che noi siamo polvere nel vento e tutto è un inganno, tutta un’illusione.

Ora anche, forse, è tutta un’illusione… solo che non ci penso più, al fatto che è un’illusione. E un po’ me ne dispiaccio.

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