Oggi insieme a mio zio sono andato a Voltaggio, il paese ove la parte paterna della mia famiglia ha origine e radici. Siamo stati a salutare la cugina Rosalia e le sue figlie Monica e Cinzia, titolari del sopraffino Ristorante Visconti. Salutare e pranzare, ça va sans dire…

Prima di pranzo siamo passati al cimitero, dove sono sepolti i miei nonni paterni, Antonio e Rita e mia zia Maria Rosa. Ma abbiamo fatto un giro più dettagliato a cercare qualche parente antico, qualche zio di mio padre e di mio zio, quelli che quando ero bambino e ragazzo avevo conosciuto nelle saltuarie occasioni che ebbi al seguito di mio papà per salutarli e sentirli parlare.

Francesco Guccini nella canzone dedicata a suo zio Amerigo dice “gli scivolavo accanto senza afferrarlo”. Cantandone il ricordo rimpiangeva il fatto che ebbe la possibilità di conoscerlo bene ma essendo molto giovane non seppe o non volle coglierla.
Ecco appunto… io ho dei ricordi piuttosto vaghi di questi zii di mio padre che erano “alla periferia” della mia famiglia – lo zio Domenico, la zia Gigetta cuoca sopraffina, lo zio Giovanni… e non li ho mai veramente conosciuti, sia per la saltuarietà con cui li incontravo, sia per scarso mio interesse di ragazzo verso questi adulti/vecchi che vivevano in un mondo rurale che non era il mio: io ero un adolescente di città che, campi estivi degli scout a parte, non aveva occasioni di vedere dal vivo pecore e mucche e seccatoi di castagne se non durante quei rari incontri voltaggini che restavano abbastanza superficiali senza radicarsi nell’anima. Incontri in cui gli adulti, mio padre e loro, parlavano una lingua – il dialetto voltaggino, parente del genovese ma da esso diverso – che stentavo a capire: “seia seia” vuol dire “ieri sera” (c’è una curiosa analogia oppositiva col tedesco ma credo che sia un caso più di psicologia che di linguistica); ovviamente “ieri mattina” diventa “seia matin”; “strunn-e” sono le arance. Cose così.

Andavo a trovare questi prozii perché mio padre mi ci portava, ma ero poco interessato a loro. E dubito che loro fossero davvero interessati a me. Una mattinata di visita prima di Natale e di Pasqua dall’uno e dall’altra, poi c’erano le giravolte sull’A7 affetta da labirintite giù da Busalla a Genova Ovest per tornare a casa e la cosa per me finiva lì.

Allora, la cosa finiva lì…

Perché poi il ragazzo cresce, si rende conto che dal mondo rurale metà di lui discende e deriva, impara ad apprezzare quell’Appennino che ha generato i suoi antenati (“e tu ricerchi là le tue radici, se vuoi capire l’anima che hai”….sempre Guccini) anche se d’inverno appare grigio e lùvego e non ha i colori e i profumi delle Alpi piemontesi in estate; impara ad affezionarsi a quel paese dove suo padre si trasforma, non è più l’ufficiale dei Carabinieri che parla in buon italiano di politica e di letteratura ma ridiventa il paesano che chiacchiera di facezie locali in dialetto con gli amici di gioventù che lo aspettano al bar. Il ragazzo impara anche – non a parlare – ma a capire decentemente il dialetto, sino a irritarsi quando gli amici e i parenti autoctoni che parlavano in voltaggino con mio padre giravano l’interruttore sull’italiano per parlare con me “parlatemi pure in dialetto, ormai lo capisco anche se non lo parlo!”.

Ma mentre io crescevo e scoprivo Voltaggio e i voltaggini, quelli più anziani di loro, come gli zii di mio padre, se ne andavano. Inesorabilmente, inevitabilmente, mentre io diventavo adulto e sviluppavo l’interesse verso questi “vecchi”, essi sparivano.

Ora che io ho quasi l’età che avevano loro quando li incontrai le prime volte da bambino, ora sarei felice di poterli incontrare di nuovo, gli zii antichi. Mi piacerebbe salutarli, parlare con loro, ascoltare il loro dialetto, le loro storie e i loro pensieri. Impossibile, lo so, oggi lo zio Domenico e la zia Ida, lo zio Giovanni e la zia Gigetta, avrebbero tutti ben più di cent’anni, la loro vita l’hanno vissuta quando era il loro momento ed è sciocco lamentarsi di questa ovvietà. E se fossi stato tanto interessato agli anziani prozii quando avevo dieci-quindici anni sarei stato una specie di psicopatico, probabilmente. Quindi credo che nelle faccende tra lo Ziodomenico e me tutto sia andato proprio così come doveva andare.

Però peccato.

(Scritto il 24 febbraio 2017)

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