Non so se i soldi spesi a Genova per il 2004, anno in cui è (stata) capitale europea della cultura, siano stati tutti spesi bene. Può anche darsi di no. Forse costruire pozzi nel Sahel e addestrare cagne per cercare le mine antiuomo negli ex-campi di guerra sparsi pel vasto mondo sarebbe stato più utile. Ma nel coacervo di sprechi europei che ogni anno si fanno, il mio amore viscerale e irrazionale per questa città mi porta a sperare che qualcosa (magari anche parecchio) sia stato speso bene.

Personalmente ho apprezzato parecchie delle attività organizzate durante l’anno ormai vecchio, e di queste accenno breviter a quattro mostre di architettura e arte contemporanea che valgono la spesa (modesta) del biglietto. Tre soprattutto, la quarta forse è per iniziati, e io non lo sono.

Una è terminata da mo’: “Architetture in Liguria dagli anni Venti agli anni Cinquanta”, Palazzo della Nuova Borsa. Quasi tautologica, visto che la Nuova Borsa è uno dei più eccellenti esempi di architettura novecentesca ligure. Aggirandosi per il grande “salone della grida” di ottimo stile Liberty, il soddisfatto visitatore poté nel mese di giugno u.s. ammirare disegni, foto, progetti e oggetti di edifici, strade, luoghi e cose che hanno visto la luce in questa regione, o sono stati abortiti durante la loro gestazione. Una regione, la Liguria, che ha un ricco patrimonio di bell’architettura del Novecento, a mio parere sempre troppo poco valorizzata, soffocata com’è dallo sfarzo dei palazzi e delle ville seicentesche, dai colori marinari dei borghi ex-marinari e dagli sfaceli infami dell’edilizia palazzinara del dopoguerra popolareccio.

Le altre tre sono in corso:
Arti & Architettura 1900-2000, Palazzo Ducale. Enorme, occupa mezzo palazzo su diversi piani, due ore son poche per godersela tutta, c’è architettura e arti affini e collegate, credo sia stato un grande sforzo organizzarla e secondo me è assai ben fatta. Ci sono architetti notissimi e altri (per me) meno noti, quasi niente Liberty ma tutti i vari movimenti architettartistici, Futurismo, Surrealismo, Dadaismo,Pop Art e chi più ne ha più ne metta. Più il molto contemporaneo. Merita il molto tempo che ci si impiega a percorrerla tutta. Fate pipi prima di entrare, starete più tranquilli.

A margine di Arti&Architettura c’è una dozzina di “opere” esposte alla bell’étoile in piazze e strade della città, e di quelle robe lì confesso che non riesco a pensare il bene che penso della mostra indoor. Non tanto per l’arco multiplo di Renzo Piano a Corvetto, che avendo visto la mostra dei progetti del Nostro a Porta Siberia capisco che si tratta di uno schema del centro culturale che ha costruito in Nuova Caledonia, a sua volta ispirato alla forma delle capanne tradizionali neocaledoniane, quindi è roba che ha una sua ragion d’essere se pur poco immediata.
E nemmeno per la vetrata spastica in piazza San Lorenzo, che fa a pugni con la cattedrale e i palazzi circostanti ma leggendo la legenda capisci che riproduce “Ginger & Fred”, ameno edificio in vetro sghimbescio della Praga del XXI secolo (nel 1995, data della mia ultima Praga, non c’era ancora, bisogna tornarci e cercarlo). Vedendo la foto del palazzo praghese si evince che è bizzarro anzichenò ma non è mica brutto. Tutto intero, a Praga.
No, ciò che mi perplime sono le altre opere: il vagone merci dipinto in oro con due corna tipo elmo di Obelix di Fontane Marose, ad es. e lì non basta la didascalia esplicativa a spiegarne compiutamente il senso. Il massimo del minimo è il cubo bianco con dentro delle palle di filo spinato e ramaglia (se ben ricordo) che campeggia davanti a San Matteo, la cui didascalia spiega dottamente le seghe mentali dell’Autore e che codeste matasse spinose rappresentano Cornelia (la celebre madre dei Gracchi, immagino), metafora della Donna così e cosà. BOH? Lì mi vien proprio da dire all’Architetto Creatore “braccia rubate all’agricoltura”. Piemontesamente, alla Jacopo Belbo, si può anche dire “gavte la nata”.

Va be’, in realtà, a parte queste poche sciocchezze, la mostrona del Ducale è sommamente meritoria, in my opinion.

Tre: Urban reGENeration, nella Loggia di Banchi. Mostra con pannelli, foto, testi, cortometraggi su venti, trentacinque progetti di riqualificazione urbana eseguiti o progettati in diverse città europee. Anche lì, volendo, da passarci la giornata. A guardare come la perfida e indispensabile genia degli architetti ha pensato e disegnato e costruito il nuovo dove c’era il vecchio inutile e degradato, da Genova a Tallin a Nottingham (LauraCC woz ere), a Porto a Torino a Goteborg a Salerno a Atene a Budapest a…. I medici delle malattie delle città, gli architetti; che come i medici-medici a volte ammazzano il paziente ma in generale lo guariscono e onore al loro merito e alla loro fantasia.
Un bel modo, la mostra di Banchi, di respirare in poche mezz’ore il profumo di quel mondo per me affascinante che è la realtà geografica e sociale dell’Europa urbanizzata. Meno male che c’è anche l’Europa non urbanizzata, ma le città europee sono un pezzo di mondo molto interessante, dai.

Quattro e ultimo, “Attraversare Genova, Presenze e Passaggi nella cultura della città 1960-1990” a Villa Croce, excursus nelle arti contemporanee attraverso opere e artisti che hanno lavorato e vissuto a Genova nel secondo Novecento. Eh… è una mostra di Villa Croce, e ciò potrebbe bastare a definirla. Interessante sapere che c’è gente che ha fatto quelle cose lì, ma io proprio l’arte molto contemporanea spesso non riesco a capirla. E’ come sapere che in Tibet bevono il tè aromatizzato col burro rancido di yak. Bravi, prosit, ma io che c’entro? A me datemi un Earl Grey con una fettina di limone, grazie. Poi se andassi in Tibet berrei lo yak irrancidito giusto per sapere com’è. Sono andato a Villa Croce e mi sono doverosamente sciorbettato “l’arte” esposta. Poi son tornato a casa ad ascoltare la sinfonia n.5 in do minore Op.67 di Beethoven, seguita da Under my skin di Avril Lavigne, che è contemporaneissima ma comprensibile.

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