Le città’ come le donne: ci sono quelle che colpiscono subito per la loro bellezza, e quando scopri che sono anche “belle dentro” (intelligenti, vive e vivaci, armoniose, attive….) te ne innamori per sempre. Ci sono quelle che colpiscono subito per la loro vivacità intellettuale anche se passandole accanto senza conoscerle non le degneresti di uno sguardo, perché sono solo “carine” senza trasudare bellezza, ma conoscendole te ne innamori altrettanto, e ti appaiono poi bellissime proprio per la loro “bellezza dentro”. Personalmente ne ho conosciute almeno due, di donne così. Che amo, of course.

Berlino è così, mi pare. Almeno dopo tre giorni di chilometri macinati a piedi e in S- e U-bahn sotto un sole afoso e cocente da luglio inoltrato pur essendo Pasqua. Non ha il fascino elegante di Parigi ma dimostra una vitalità, una gioia di vivere, che non ricordo di aver trovato in nessun’altra grande capitale d’Europa, per quel poco che posso aver capito dell’Europa e delle sue capitali. Ok, certo, la foresta di gru che sale dai cantieri aperti lungo l’ex-Muro, nella per niente completata Potsdamer Platz, o davanti al Reichstag col nuovo cupolone di vetro, o lungo la Sprea dove sta nascendo la nuova Hauptbanhof (vulgo stazione ferroviaria principale) non fanno fatica a dare l’idea che la città si sta trasformando. E anche le follie di vetro e cemento e alluminio dei nuovi edifici commerciali della già citata Potsdamer Platz (Renzo Piano et al.) e di Friedrichstrasse fanno tanto XXI secolo, si capisce in fretta. Però ho (abbiamo, eravamo in 4 e tutti concordi) percepito la frenesia di vivere e fare cose anche tra i ristorantini all’aperto (col caldo che faceva!) di Oranienburger Strasse e intorno al Berliner Rathaus che fino a dieci anni fa erano molto Est! Est!! Est!!! come il vino di Montefiascone.
Mi sono accorto che ricordavo un sacco di cose di quei due giorni passati a Berlino all’inizio del gennaio del ’90, con la gente che picconava il Muro e i Vopos che vi camminavano sopra con aria indifferente, d’accordo che non era più vera cortina di ferro ma c’era ancora da scendere dalla metropolitana a Friedrichstrasse e fare il visto per passare all’est, là sottoterra, e prendere i marchi-est con la faccia di Marx che facevano scompisciare dalle risa i ragazzi dell’Europa Center all’ovest, e il Checkpoint Charlie era ancora frontiera di stato, non un cartello lungo una via di grandi magazzini accanto a una grossa foto double-face (soldato russo di qua, soldato americano di là) e a mucchi di bancarelle di cartoline e magliette sul marciapiede, com’è ora.
A Berlino è stato installato uno dei primi semafori del mondo, intorno al 1920 in Potsdamer Platz; ne hanno messo su una copia, verde, vagamente Jugendstil sotto uno scatolone a forma di ragno rosso e grigio che sarebbe l’Info Box che illustra al volgo e all’inclita le mirabilia in edificazione della Berlino del Duemila. E ho letto che a Berlino negli stessi anni ’20 è stato pubblicato il primo elenco telefonico del mondo, e nel 1931 è stata lanciata la prima trasmissione televisiva del mondo. Questa era Berlino, ho scoperto, prima di Hitler e della guerra e della divisione. Non mi stupirei se ridiventasse qualcosa di simile nel XXI secolo.
Il muro adesso non c’è quasi più, per caso ne abbiamo incontrato un pezzetto scalercio ma un’altra fetta tutta ridipinta fotografata sulla nuovissima guida Touring nessuno ha saputo dirci dove fosse. La sensazione che i berlinesi tirino a dimenticarlo, ‘sto muro. Hanno le loro ragioni, e chi se ne frega dei turisti. Rimane, almeno in centro, tra Brandenburger Tor e Checkpoint Charlie, una sottile doppia striscia di mattoni lungo l’asfalto delle nuove strade per ricordarne l’antico percorso. Berliner Mauer 1961/1990, dice la didascalia calpestata da autobus e macchine. Là dove ho le foto di Marta P. e Raffaella C. che martellano il cemento fra decine di altri europei infreddoliti e picconanti, così picconanti che nemmeno il Cossiga dei tempi migliori. Rimangono, ma ci abbiamo badato troppo poco, i casermoni grigi di edilizia socialista dei quartieri est, in centro parzialmente camuffati dai cartelloni pubblicitari, dai nuovi ristoranti e da qualche mano di pittura policroma. In periferia immagino ancora grigi come allora. Credo di aver ritrovato, in Alexander Platz, il bar dove lasciammo una mancia superiore al conto per disfarci degli inutilissimi marchimarxisti avanzati dalla giornata di musei e camminate gorbacioviane in quel gennaio 1990. Peccato non aver tenuto un biglietto di DDR marchi con Marx in effigie, sarebbe storia ormai. Sono pieno di leva bulgari, manco un marco DDR. Sciocco che fui.
Berlino rutila, pullula, trasuda di parchi. Intorno al castello di Charlottenburg, a quello di Potsdam, qua e là fra le case. Parchi pieni di primavera, bellissssssimi, laghetti, uccelli, gente in bici e in costume, un paradiso nel senso etimologico del termine (dall’antico persiano passato poi al greco, all’ebraico e a chissà che altra lingua, qualcosa come “paradeisos” = parco, giardino). Stupendo camminarci, e sdraiarsi a guardare le fresche frasche dei tigli e degli aceri, con le nuvolette lassù in alto. Il bello della primavera è lo stesso in tutto il mondo, il paradiso terrestre quei pirla di Adamo ed Eva che se lo sono giocati da stupidi…..
Silvia aveva un amico, a Berlino. Un personaggio interessantissimo, matto e sbandato ma piacevolissimo. Dice (Silvia): è australiano, fa il pittore, è venuto via dall’Australia per sei mesi perché dice che adesso laggiù tutti pensano alle Olimpiadi e non c’è cultura, solo sport e soldi. Penso (io): un australiano che fa ragionamenti così da intellettuale? Che va via dall’Australia per il troppo sport? O è pazzo, o è ebreo. Entrambe le cose: si chiama Sam Shoenbaum o giù di lì. Ebreo di famiglia polacca o lituana, nato in Austria, finito laggiù dopo la guerra. E un po’ pazzo, pure. Circa sessantenne, omosessuale, colto, vagabondo mezzo imbarbonito, passa gran parte della sua vita a vivere qua e là per il mondo dove qualcuno lo ospita, dipinge cose astrattissime ricche di colori freddi e di linee, e spende ciò che guadagna, a seconda di ciò che ha e che guadagna. Ironico e divertente, parla con uguale piacere di Dio e della Pasqua come della cucina indiana. Odia i bambini. Da perfetto ebreo conosce gente in mezzo mondo e parla varie lingue. Dice che a Berlino bara, parla yiddish e la gente capisce come se fosse tedesco. Credibile, senz’altro funziona.
Pasqua sera, concerto in Duomo. Messia di Haendel, su istigazione di Luca Basso, ex cantore di coro di chiesa, benché ateo e miscredente. Duomo gremito, musica, canti, coro, tenore, soprano eccetera. Bello nell’insieme, un po’ snervanti gli assolo del tenore e compagnia bella, che ripetevano 54 volte le stesse frasi. Belli i pezzi del coro, famoserrimo l’Alleluja “Aalleluja! Aalleluja! Alleluja, alleluja, alleeeluja’! ” eccetera.
Tornati a casa viaggiando all day long, come all’andata del resto, by car: 1200 km, dalle 7,30 alle 22,00 del Giovedì Santo l’andata, con breve pausa spuntino pranzo e code sull’autostrada in Baviera che sembrava la Savona-Ventimiglia d’estate (cantieri di lavoro per la terza corsia, non siamo solo noi italiani a far casino sulle autostrade nei giorni di vacanza, per fortuna). Al ritorno partenza da Berlino alle 10,30 del lunedì, codissime nella stessa Baviera, circa 65 minuti per fare 16 km prima di Norimberga, cena in un graziosissimo paese quasi sul lago di Costanza, arrivo a casa alle 04,15 del martedì, notte fonda.
Oggi di nuovo al lavoro. E al mare, chissà…..

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