Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo, si sa. Quindi anche nel Porto Petroli di Multedo e sulla tangenziale est di Milano. Ma ci sono luoghi in cui è più facile percepirne la panteistica presenza e rendersi conto della nostra unione intima col Signore del cielo e gli acquitrini, Padre Onnipotente, Qadosh Barukhù, ar-Rahman ar-Rahim.
Casa Campana, ad esempio. Un bivio insignificante lungo la SS67 Tosco-Romagnola nel Mugello fiorentino, 4 km di strada sterrata che sinuoseggia fra querceti fulvi di foglie secche e calanchi grigi d’argilla e infine lassù, in un silenzio di boschi che diventan cielo abbagliato di sole, un elegante edificio in arenaria e legno apre il suo cancello per accogliere il viandante desideroso di trascorrere qualche giorno annegato in una natura semplice e totale.

Casa Campana è un edificio basso, rettangolare, con un’ampia corte centrale e grosse travi di legno a sostenere i tetti; una cascina di montagna insomma. Bassa montagna, 600 metri, vero Appennino. Quando, or è molt’anni, il maestro Raoul Bottazzi alle elementari spiegava la geografia italiana, io l’Appennino Tosco-Emiliano me lo immaginavo proprio così: alte colline che riempiono disordinatamente il mondo sino all’orizzonte, coperte di boschi interrotti solo da rare radure; presenza umana quasi invisibile, poche luci notturne a distanza imprecisa; scampoli di montagne coperte di neve all’orizzonte, erano i monti dell’Abetone e del Cimone ma avrebbero potuto essere il Karakhorum o l’Aconcagua, lontane e irraggiungibili. Tramonti limpidissimi (ma questo non dipendeva dall’essere nell’Appennino del maestro Bottazzi bensì dall’alta pressione invernale) che hanno tinto dei quindici colori dell’arcobaleno il ventoso e asciutto cielo di fine anno. Di notte, Orione & his stars ci guardavano in tutta la loro limpidezza montana.

Si diceva che Casa Campana apre il suo cancello per accogliere… ad esempio per accogliere il perplesso viandante che si accinge ad entrare nello sconosciuto e un po’ inquietante mondo della biodanza.
Di biodanza ne udii parlare (senza farci troppo caso) a Sanremo dall’amica Maria Teresa, e successivamente da Donatella che mi propose di andare a far capodanno in uno stage di biodanza “sai, Teresa dice che è interessante…” Ormai mi fido del fiuto vacanzifero di Donatella, che quando sceglie un luogo e un modo per trascorrere alcuni giorni extra moenia azzecca luoghi e modi interessanti e piacevoli, quindi accettai senza problemi. Poi una cascina nel Mugello, boschi e colline, anche se la biodanza fosse una bojata pazzeska ‘sta cascina sarà un bel posto, no? Quindi ok, andiamo!

Arriviamo lassù e l’incerto viandante genovese, curioso ma totalmente ignaro dei misteri e del gergo della biodanza, si perplime un po’ osservando gli altri viandanti che si abbracciano e si sbaciucchiano con apparente grande affetto e confidenza, quasi fossero parenti stretti che si ritrovano dopo lunghi anni di separazione – roba alla Raffaella Carrà, insomma – anziché avventori raccogliticci provenienti da varie parti d’Italia.. Qualcuno abbraccia e bacia anche me, facendomi irrigidire non poco, io che per abitudine, timidezza e ritrosia bacio sulle gote solo poche e fidate persone, preferibilmente donne, senza abbracciare mai nessuno, preferendo di gran lunga le più neutrali strette di mano. Lì per lì, tutte ‘ste smacerie mi paiono un po’ finte, un po’ ostentate.
Fatti però salvi i saluti scambiati fra alcuni personaggi che affermano di conoscersi reciprocamente per essersi già incontrati in altre occasioni consimili. Ciò mi piace, invece, perché mi ricorda quelle situazioni in cui anche a me capitava di andare in giro pel vasto mondo e di trovarvi persone e volti noti, non amici stricto sensu ma almeno buoni conoscenti, gente che viveva lontana da me ma coi quali le ripetute occasioni di incontro ci avevano affratellati e la gioia di incontrarsi era sincera e vera: cose dei lontani tempi dello scoutismo e dei più vicini tempi del lavoro all’università in cui frequentavo congressi scientifici e scuole di aggiornamento, dove in mezzo a gente ogni volta nuova e ignota v’era sempre qualche aficionado che era bello reincontrare e risalutare.

Doppia e contrastante, quindi, la prima impressione: perplessità – per l’eccesso di gestualità affettiva rivolta agli sconosciuti – e letizia – per essere capitato in un consesso dove sembra bello ritornare e ritrovare vecchie conoscenze.

La biodanza è stata inventata da Ronaldo Toro, psicologo e antropologo cileno attualmente ottantenne e padre di numerosi figli sparsi da diverse madri qua e là per l’orbe terracqueo, il quale pensò che attraverso la musica e il movimento si possono stimolare emozioni e stati d’animo, facilitare la comunicazione, approfondire la conoscenza di sé e degli altri, rilassarsi, imparare ad accettare gli altri, nella loro presenza fisica ed emotiva, senza giudicare e senza il timore di essere giudicati, aumentare l’autostima e la fiducia in se stessi….. eccetera.
Per quel che ho potuto vivere e vedere in questi cinque giorni è tutto vero. Giuro che è vero. Quasi incredibile “prima”, del tutto ovvio e naturale “durante” e dopo. (Bio)danza come movimento libero del proprio corpo e del proprio animo, come mezzo di comunicazione con gli altri biodanzatori, coi quali impari rapidamente a comunicare non verbalmente, addirittura senza guardarli, a occhi chiusi, usando solo il ritmo e la melodia della musica, le mani, le carezze, gli abbracci, i baci (non fatevi venire in mente chissà cosa… biodanza, mica tantra! niente sesso!) insomma la dolcezza del corpo, di quello stesso corpo che quando cammini in via XX Settembre usi per fendere la folla magari sgomitando, e se uno sconosciuto ti urta spigoloso ti giri verso di lui irritato aspettando che ti chieda scusa.

No, qui passi la prima giornata travolto dallo sgomento per trovarti abbracciato, accarezzato, baciato e trascinato in goffi giri di valzer da 28 sconosciuti, alcuni dei quali sono anche giovani donne di grazioso aspetto ma altri sono maschioni barbuti e sudaticci, e tutti costoro ti cercano per avvolgerti nelle loro spire come tanti Andreotti in cerca del loro Totò Riina.
La prima mezz’ora pensi “ma qui son tutti matti? Baciare e abbracciare sono cose che si fanno con i parenti, gli amici, la gente a cui si vuol bene, ma costoro che cavolo rappresentano per me? Perché dovrei tocchignarli e farmi tocchignare?”
La terza mezz’ora pensi “e se avessero ragione loro? Se il tatto (e magari l’odorato) avessero davvero un valore comunicatorio superiore alla vista e alla parola? Ed effettivamente, chi l’ha detto che i gesti di affetto vanno riservati a quella ristretta cerchia di persone cosiddette ‘intime’?”

Dal secondo giorno in poi capisci il fascino e la genialità dell’idea, e ti appassioni: ti godi la musica e i movimenti che essa ti induce a fare e non importa se son scomposti perché tanto sono i tuoi; ti rallegri nel riuscire a muoverti a occhi chiusi fra gli altri senza urtarli; ti accorgi che hai voglia di abbracciare quei tizi che ieri erano illustri ruvidi ignoti da cui l’istinto ti portava a stare lontano e oggi son già diventati compagni “morbidosi” (come disse Donatella) di questa avventura insolita e dolcissima, compagni e compagne che meritano il tuo affetto per il solo fatto di essere lì con te. Anzi, no, per il solo fatto di essere.

Scopri con stupore la bellezza del tunnel di carezze in cui cammini a occhi chiusi fra due ali di mani che ti sfiorano leggere carezzandoti e massaggiandoti dalla punta del capelli ai piedi, e perdi il senso della distanza, del tempo e del moto. Come Qfwfq nella Cosmicomica “La forma dello spazio”, non capisci se ti stai muovendo o se sei fermo; fermo in un universo di lievi tocchi infiniti, dove l’abbraccio che ti accoglie alla fine del tunnel e di quegli N minuti di paradiso è dolce ma ti delude perché il sogno è finito e vorresti ringraziare tutti i carezzatori a uno a uno..

Era lo stage di Capodanno, momento di passaggio, di ingresso nel nuovo. In un futuro sperabilmente migliore del passato, qualunque sia stato il passato. E siccome, come giustamente hanno detto i due conduttori Alberto e Viviana “il primo passo da fare per avere un futuro migliore è iniziare a immaginarlo”, nei riti della festa notturna di inizio anno abbiamo immaginato il nostro futuro migliore. Che se migliore sarà, per me lo sarà anche grazie a questi 5 giorni di biodanza.

Alcune altre brevi riflessioni sul più e sul meno, poi basta:
belle le musiche, alcune notissime (Imagine, Gracias a la vida…) altre meno, brasiliane, celtiche, francesi eccetera. Coinvolgente “The isle of dreaming” di tal Kate Price, che non conoscevo e mi ha affascinato dalle prime quattro note. Dura sette minuti, dopo quelle 4 note…

ci vedrei bene, a biodanzare insieme volenti o anche un po’ nolenti, quelli che si stanno reciprocamente antipatici: due coinquilini che litigano nelle assemblee di condominio, Bush e Bin Laden… riesci a nutrire antipatia e odio per una persona dopo che l’hai presa per mano a tempo di musica, l’hai abbracciata e ti ha accarezzato, ti ha sorriso guardandoti negli occhi e hai danzato (goffamente) davanti a lei? Forse si, ma forse meno di prima.

conversando con i biodanzatori, durante gli ozi pomeridiani e serali e durante i lauti pasti, ho avuto modo di sentir parlare di “parenti” della biodanza, praticati e seguiti da gente della più varia fatta, di cui ignoravo bellamente l’esistenza: bioenergia, braingym… davvero ci sono più cose in cielo e sulla terra, Horatio, di quante ne immagini la nostra filosofia!

Dominus di casa Campana dall’ilare accento fiorentino, ospite squisito, coordinatore della rustica e gustosisssssssima cucina, innamorato dei cavalli, sfrenato percussore notturno di tamburi, felice della sua vita liberissima e montanara, gran visir di un piccolo harem di fanciulle una più bella dell’altra è Beppe Guidi, 58enne barbuto elfo del Mugello dagli occhi azzurri e dal capello bianco, che a prescindere dalla biodanza vale la pena aver incontrato per rendersi conto che la felicità in terra può anche esistere. Magari guadagnata a fatica ma esiste.
“Devi avere lo spirito del capobranco: tu va’ dove vuoi andare senza aspettare nessuno e senza chiedere nulla, anche se sei da solo, anche se non hai niente: tutti ti verranno dietro, troverai tutto” Così, in poche e felici parole, spiegava una sera le ragioni della sua gioia di vivere e (più prosaicamente) le ragioni della presenza alla Casa di quelle deliziose giovani ragazze che ci servivano a tavola e trafficavano con lui in cucina e altrove. Non ho ben capito se codeste donne giovani e leggiadre egli le “torresse” nel senso di Cecco Angiolieri o più pacatamente si contentasse di goderne la beltade in stile “guardare e non toccare”.

E infine una notiziola gastronomica:
il negozio di alimentari di Paolo Zagli, a Dicomano in via Pinzani 4, vende un ottimo pecorino sardo poco stagionato, in assoluto uno dei più sublimi formaggi ch’io abbia mai mangiato e lodato in 45 anni di passione formaggiara. Dio, quanto è buono il pecorino di Dicomano!!!!!

Buon anno e buona vita a tutti

(Scritto l’11 gennaio 2005)

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