Sabato 11 gita a Brescia in comitiva genovese-sanremese-biellese per visitare le due mostre dedicate a “Turner e gli impressionisti” e a “Mondrian”, ospitate fine al prossimo marzo 2007 nel vasto e onusto di storia Museo di Santa Giulia. Seconda volta che si va a Brixia per mostre di pittura, lo scorso marzo furono Gauguin e Van Gogh (Goghen e Fan Hhohh).
Brescia, città interessante per me perché ancora poco nota e molto lombarda, ovvero diversa per struttura urbanistica e paesaggio circostante dalle città liguri che frequento di solito. Benché né lo scorso marzo né questa volta noi si abbia visitato il museo “stricto sensu” ma solo l’area di esso destinata alle mostre temporanee, mi piace andare a Santa Giulia perché già tempo fa ebbi modo di apprendere che quel vasto monastero che oggi ospita il museo fu un faro di cultura per l’Italia settentrionale durante l’Alto Medioevo. Monastero femminile se non ricordo male, potente economicamente e quindi politicamente, e di cui rimangono moltissimi documenti che sono serviti agli storici per apprendere parecchie cose sulla vita spicciola e alta di quel secoli lontani.
Insomma, bisognerebbe tornarci a visitarlo con calma e dedicandosi alla parte più propriamente medievale e bresciana. Magari un giorno…

Comunque la duplice mostra pittorica si è rivelata una gran bella idea; ci saranno duecento opere esposte, forse di più, con molti bei nomi dentro: Turner e Mondrian of course ma anche dell’ottimo Van Gogh e molto Monet, ad esempio.

Il tema della mostra su Turner è il paesaggio, visto con gli occhi e le menti più o meno ordinatamente figurative, più o meno astrattamente impressioniste, di numerosi pittori 800-primo900eschi, francesi e inglesi soprattutto. Occhi e menti molto diverse fra loro: è difficile trovare analogie fra le macchie di colore rosa e bianche dell’ultimo Turner e i paesaggi cosiddetti “storici” ordinatissimi e precisissimi di alcuni pittori francesi tradizionalisti.
Hanno il loro fascino entrambi, per altro: le “impressioni” di Turner, così come le macchie verdi e viola delle numerose Ninfee di Monet, parlano ai livelli più profondi dell’anima, sono visioni quasi allucinatorie; forse Gregory Bateson vedeva cose analoghe a queste, quando studiava gli effetti dell’LSD fra le scogliere di Big Sur.
I paesaggi storici, puntigliosi e pieni di alberi ben disegnati, di armenti, eroi mitologici e rovine romane, sono senz’altro più banali ma hanno il fascino del presepio, sono rappresentazioni ideali e sognanti di come sarebbe bello che fosse la natura, una natura dove la presenza dell’uomo non disturba e non deturpa, una natura priva di cartelloni pubblicitari, tralicci, stazioni di servizio, palazzoni anni ’70, viadotti, capannoni prefabbricati… come quel paesaggio di un paesino fra campi e montagne che c’è nelle etichette dell’acqua minerale Sant’Antonio, verde estivo nella versione naturale, bianco di neve nella frizzante. O viceversa.

Parentesi commerciale: non crediate che io beva l’acqua Sant’Antonio! Magari è buonissima, ma noi (Donatella e io) da parecchi anni beviamo soltanto acqua di fonte che andiamo a prenderci nelle varie sorgenti alpine e appenniniche delle montagne che ci capita di frequentare, risparmiando così una discreta sommetta (l’acqua di sorgente finora grazie a Dio è gratis) ed evitando di contribuire al perverso business delle acque minerali, che in Italia costano quasi più del petrolio e inquinano altrettanto, fra plastica usata per produrre le bottiglie, carburante bruciato dai tir che la scarrozzano dall’Alpe al Lilibeo eccetera.

Piet Mondrian: quello delle righe nere e dei quadrati bianchi e rossi, un re dell’astrattismo, che come tale non mi ha mai detto niente. Per me è sempre stato una mezza schifezza, suvvia.
Poi, come sempre, (come mi era già successo con Jackson Pollock) quando uno capisce le ragioni che vi sottostanno, anche le schifezze diventano più interessanti e comprensibili. Continuo a preferire i mulini di Montmartre di Van Gogh e le nevi sfumate di Turner, ma ora che ho appreso le ragioni artistiche di Mondrian, quelle geometrie quasi monocrome le schifio di meno.
La ragione dell’arte di Pollock era la geometria frattale; Mondrian, se ho ben capito, nello sviluppo della sua arte seguì un percorso che potrei goffamente definire di avvicinamento al misticismo; come un eremita, un sufi, un monaco zen: partire dall’illusione della realtà fenomenica per giungere all’essenzialità della verità ultima e nuda. Ultima e nuda come la scacchiera su cui Kublai Khan e Marco Polo giocavano mentre uno raccontava all’altro l’ultima città invisibile visitata. Ultima e nuda come appunto la pura forma geometrica dei quadri di Mondrian della maturità, quelli con le rette quasi senza colore, senza immagini e senza linee curve.
Molto illuminante la successione degli “Alberi”, dai primi dipinti giovanili, che erano alberi, sino alle linee astrattissime delle opere ultime. E bravo anche il Mondrian, va’!

A sera, dopo la mostra bresciana, convivio amichevole a Monza, ospiti delle due deliziose sorelle Frank, con vari e simpatici loro amici monzesi e milanesi. Monza capitale della Brianza (“Ragioniere” “prego!” “Ragioniere” “ma prego!” “dove va la sua signora a far vacanza?” “in Brianza, vero. In Brianza, vero. L’ha invitata il capufficio noto per la sua bontà” – Lelio Luttazzi, “L’ottimista”, anni ’70), l’Arengario, il Duomo con la Corona Ferrea, il Lambro con poca acqua, il grande parco delle villa Reale, le casette basse delle buona borghesia lombarda circondate da giardinetti graziosi e curatissimi, il sole un po’ umido del mattino autunnale… Lombardia al 100%, insomma.
Mi è così estranea, la Lombardia, e mi affascina così tanto…. Non ci vorrei assolutamente vivere, non amo il suo clima, le manca il mare e i suoi pur splendidi laghi ne sono soltanto un blando surrogato, ma mi piace così tanto girare le sue città e la sua pianura… che poi è solo Lombardia, a due passi da casa, e io ne parlo come se fosse una Terra Australis Nondum Cognita all’altro capo del mondo, una terra agli Antipodi popolata di cinocefali e unicorni.
Mi piace Monza, per quel poco che l’ho conosciuta. Poi ci vivono Miki e Moki Frank, e questo è un motivo in più per apprezzare quella città, no?

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