“Beit Knesset” degli Argenti

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2015, anno LVII, n°1
(pubblicato sotto pseudonimo)

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“Baruch ha bah!” Benvenuto! I banchi del bell’edificio religioso barocco sono affollati di giacchette e cappellini rossi e blu: sono quelli dei bambini di una quarta elementare di Magenta venuti in visita alla sinagoga e al museo della comunità ebraica di Casale Monferrato.

Arrivano da molte scuole di tutta Italia in questo luogo nascosto nel centro di Casale che è custode di una parte importante della storia e della cultura ebraica italiana; vengono a vedere e a conoscere, portati qui da insegnanti che sperano che questi italiani del futuro conoscendo imparino ad amare e a rispettare ciò che è “diverso”, imparino quanto la diversità – ogni diversità sia una fonte di ricchezza per la società umana nella sua interezza, anche per chi vorrebbe che fossimo tutti uguali nei pensieri, nelle parole e nelle azioni.

CINQUE SECOLI DI CONVIVENZA

Sono pochi ormai gli ebrei a Casale:  la  comunità conta settanta iscritti di cui solo sette sono residenti, e dei sette solo due vivono stabilmente in città. Ma un tempo questa fu una delle principali comunità ebraiche piemontesi: è assai probabile che i primi ebrei siano arrivati a Casale negli anni immediatamente successivi al 1492, quando la conclusione della Reconquista cattolica pose fine a una plurisecolare convivenza tra ebrei e arabi in Sefarad, in Spagna e i nuovi governanti cattolici spinsero gli ebrei sefarditi verso l’esilio; alcuni si stabilirono a Casale,  capitale del Marchesato del Monferrato governato dalla dinastia dei Paleologhi, cui dal 1559 seguirono i Gonzaga  di Mantova;  qui gli  ebrei divennero commercianti, anche su grande scala: nel 1640 una famiglia ebraica, gli Jona, divenne fornitore ufficiale di frumento di tutta Casale, ma si trattavano anche spezie, gioielli, riso, sale, piombo e si praticava il prestito su pegno. Gli ebrei casalesi non erano costretti a vivere in un ghetto, anche se non era proprio tutto rose e fiori: v’era ad esempio il divieto di percorrere alcune strade durante la Settimana Santa e altre feste religiose importanti e nel 1606 vennero accusati di omicidio rituale; però – a differenza di quanto succedeva spesso in casi analoghi – il processo  terminò con l’assoluzione degli imputati. Il passaggio nel 1708 del Monferrato sotto i Savoia non complicò troppo le cose: la relativa tolleranza sabauda favorì la presenza ebraica nella  regione,  però nel 1723 vennero obbligati a  risiedere  tutti  in un unico quartiere. Esistono carte relative a uno studio fatto per capire quanto grande dovesse essere il ghetto per ospitare i tanti casalesi ebrei; si istituì nella zona tra le attuali via Roma, piazza San Francesco e via Alessandria, dov’è ancora esistono il gancio che teneva chiuso il cancello del ghetto e l’immagine sacra della Madonna posta sul lato cristiano del “confine”. Peraltro doveva esservi una certa libertà di movimento, considerando che in uno slargo di via Roma c’è un vicolo che godeva di servitù di passaggio per permettere l’ingresso nel ghetto anche dopo l’ora di chiusura dei cancelli; all’interno v’erano le case coi cortili comunicanti e numerosi passaggi interni. Fu scelta questa zona perché qui già abitavano numerose famiglie ebree ed esisteva la  sinagoga,  che  esternamente  aveva  caratteristiche obbligate: niente sfarzo architettonico, senza una facciata che rendesse esplicita la sua funzione, nascosta tra le case, priva di accesso sulla pubblica via, fornita di una porta d’ingresso piccola e modesta. Nel 1761 risultavano residenti nel quartiere 136 famiglie per un totale di 673 persone, il ghetto casalese era il più vasto del Piemonte dopo quello di Torino. In epoca napoleonica venne aperto, in quell’epoca c’erano quasi mille ebrei  a  Casale  su  una  popolazione di ventimila  abitanti.  Col  Congresso  di  Vienna e il ritorno dei Savoia i cancelli si richiusero ma nel 1848 lo Statuto Albertino concesse l’emancipazione agli ebrei del Regno di Sardegna che furono equiparati a qualsiasi altri cittadino del Regno; a Casale erano ottocentocinquanta.

L’emancipazione fu un atto di giustizia ma portò alla riduzione delle comunità dei centri minori perché molti ebrei preferirono trasferirsi nelle città industriali in espansione come Torino e Milano; anche dal punto di vista culturale vi fu qualche perdita, come l’abbandono di quel dialetto ebraico-piemontese che si era sviluppato nei secoli per permettere agli ebrei di comunicare anche senza farsi capire dal resto della popolazione, inserendo espressioni ebraiche o aramaiche tratte dalla Bibbia in frasi dialettali normali; nato come gergo intraetnico, nel tempo si era diffuso anche fra i gojim, i non-ebrei, ma il desiderio degli ebrei ormai emancipati di cancellare tutto ciò che li rendeva diversi dai loro concittadini ne decretò lentamente la scomparsa. Casale Monferrato rimase comunque, con Torino, Alessandria e Vercelli, uno dei quattro principali centri di presenza ebraica in Piemonte e prima della Shoah la comunità contava ancora 112 membri.  …

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