Ci sono mondi che non si conoscono, se non decidi di cercarli

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data:  2016, anno LVIII, n°1

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Ogni tanto il grido di un qualche uccello e lo splash di  un pesce che salta agilmente fuori dall’acqua piatta, forse per catturare un insetto… non è certo una balenottera azzurra. In fondo all’orizzonte verso nordest il disegno velato di foschia del monte Amiata, in direzione opposta il vicinissimo profilo nitido e boscoso d’alberi e di antenne dell’Argentario. Orbetello sta lì in mezzo, allungato sul tombolo centrale: un gruppo compatto di case, un bel duomo dalla facciata tardogotica, qualche palazzo seicentesco testimone del periodo in cui la città fece parte del piccolo ma importante Stato dei Presìdi governato dagli Spagnoli e poi dagli Austriaci.
La laguna di Orbetello è ampia circa 27 chilometri quadrati: poco rispetto alle più celebri lagune dell’alto Adriatico ma sufficiente per aver permesso lo sviluppo – da tempi antichissimi, quelli dei romani e degli etruschi – di una fi attività di pesca, garantita per secoli dal naturale funzionamento di scambio delle acque salmastre-marine e dal conseguente andirivieni dei pesci che a seconda dei movimenti della marea e del corso delle stagioni entrano ed escono da questo suggestivo bacino quasi-chiuso. Negli ultimi tempi – diciamo gli ultimi due secoli – la pressione antropica sulla laguna si è fatta eccessivamente pesante danneggiando il suo delicato ecosistema; la pesca lagunare ha ridotto la sua importanza culturale ed economica, tanto da suscitare l’attenzione di Slow Food che pochissimi mesi fa, nel dicembre 2015, ha deciso di istituire il suo ventunesimo Presidio toscano, quello della “Pesca tradizionale della laguna di Orbetello”, per coinvolgere i pescatori nella gestione della laguna, affi si impegnino direttamente a migliorarne la situazione, richiedendo e controllando gli interventi necessari per mantenerla in buona  salute.  La  pesca – e la trasformazione del pescato – è “tradizionale” perché fa uso solamente delle tecniche storiche e si concentra soltanto sul pesce selvatico, senza allevamenti: si pescano in primis le anguille, poi spigole, orate, cefali, sogliole, saraghi, calcinelli, mazzancolle, femminelle.

LAVORIERI E MARTAVELLI

In altre parole, i pescatori operano alla stessa maniera dei loro nonni, bisnonni e avi; certo, sono cambiati nel tempo le strutture e i materiali, ma il concetto di pesca è rimasto lo stesso da sempre e queste tecniche sono veramente sostenibili: il pesce arriva spontaneamente, secondo la stagione e le maree, senza l’uso di mangime esca. Si usano da sempre metodi tradizionali di cattura come il lavoriero, il martavello e il tramaglio. Il lavoriero è uno sbarramento – un tempo in legno e oggi meccanizzato – posizionato nei tre canali che permettono lo scambio di acqua tra la laguna e il mare aperto. Con il lavoriero si pescano tutte le specie ittiche presenti in laguna, così come col tramaglio, una rete da posta fi   costituita da tre strati di maglie, usato in estate e nei mesi di novembre, dicembre e gennaio. La pesca al lavoriero sfrutta l’alta marea: l’ingresso dell’acqua dal mare in laguna attira i branchi di pesce verso lo sbarramento e li incanala in una serie di “camere degli inganni” che li conducono alla cassa di  cattura,  dove il pesce – si badi bene, ancora vivo e in acqua – è esaminato individuo per individuo, guardandolo e toccandolo, e selezionato per taglia: quelli “giusti” vengono pescati e issati con le reti, quelli troppo piccoli vengono lasciati liberi di proseguire la loro strada e arrivederci quando sarete più grandi. Questo è un metodo di pesca veramente sostenibile e negli anni si è dimostrato remunerativo e ripagante. Certo c’è voluto del tempo ai pescatori per assimilare questo modo di ragionare la pesca, molto diverso dal diffusissimo e distruttivo “acchiappa tutto quel che c’è e ciò che non serve buttalo via” ma ormai qui si pesca così da oltre vent’anni con soddisfazione. In alcune stagioni, oltre all’alta marea, è l’istinto riproduttivo a spingere il pesce verso l’uscita dalla laguna, in cui la salinità è troppo alta per permettere la riproduzione. Gli esemplari più maturi sessualmente sono lasciati passare affinché raggiungano il mare della costa per riprodursi: tanto poi i giovani esemplari, grazie alla bassa marea, rientreranno in laguna.

I martavelli, dalla tipica rete a imbuto con camera finale, sono molto simili alle nasse che si usano in mare; sono attrezzi ingegnosi e più selettivi: si posizionano all’interno della laguna e sono stati sviluppati per la pesca delle anguille – che quando vi entrano possono soltanto inoltrarsi più all’interno ma non riescono a uscire – ma catturano anche femminelle, mazzancolle e bavose. Nel periodo invernale i martavelli, sono inseriti in “strutture di inganno” realizzate con reti, canne e pali. In estate si inseriscono in strutture meno complicate, i “crocioni”, e possono essere spostati anche quotidianamente.  …

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