Dolceacqua & Apricale

Rivista: Riviera dei Fiori News
Editore: APT Riviera dei Fiori Editore
Luogo di pubblicazione: Sanremo
Data: n°23, anno 6, numero 2, maggio 2006

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Avrigu, ubago: in italiano “assolato”, “opaco”, ovvero esposto al sole e immerso nell’ombra. Sono due aggettivi dialettali di origine latina che diventano toponimi di borghi collinari diversamente illuminati dal sole a seconda del versante vallivo su cui sorgono; Apricale è il paese “a l’avrigu” per antonomasia. Ci vuol poco a capire perché si sia guadagnato quel nome, basta raggiungerlo salendo i millanta tornanti della stretta provinciale che da Isolabona, a metà della val Nervia, portano lassù: la cima del Monte Bignone (1299 mt) sullo sfondo, un ruscello dal nome inelegante (rio Merdanzo) incassato in una valletta che scende verso il Nervia, e dopo una curva eccolo lì, Apricale (circa 270 mt, circa 570 ab.), su quel crinale inondato di sole e scosceso a cui si aggrappano le sue case in pietra, che si sostengono l’una all’altra lanciandosi sottili contrafforti e larghe volte arcuate al di sopra dei vicoli stretti e coperti. Un pays perché, un villaggio appeso, come dicono i francesi della vicina Provenza; un posto dove “le galline hanno i freni” per usare una celebre espressione di Mike Bongiorno. Arrivandoci a ridosso dal fondovalle, l’antico borgo sfoggia una skyline di tutto rispetto, con la palazzata in pietra marroncina che si lancia verticale contro il cielo.

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