Dove la bruttezza fa rima con dolcezza

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2012, anno LIV, n°2
(pubblicato sotto pseudonimo)

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There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in our philosophy. Dicendo all’amico Orazio che ci sono più cose in cielo e sulla terra di quante ne sogni la nostra filosofia, il dubbioso principe di Danimarca si riferiva all’apparizione del fantasma di suo padre.

Ma di cose che “la nostra filosofia” nemmeno si immagina se ne trovano tante anche senza andare a scomodare le anime dei trapassati. Basta – ad esempio – fare un giro fra le colline della Baronìa, lungo la costa orientale della Sardegna, in provincia di Nuoro; ancor meglio se questo giro lo si fa in primavera, stagione in cui la Sardegna è verde come l’Irlanda e le sue spiagge di sabbia candida sono deserte d’uomini e coperte di migliaia di piccoli fiori policromi e profumati…

La Sardegna è un’isola vasta e diversa, ricca di molteplici paesaggi, diversi dialetti, differenti tradizioni culturali: niente di strano dunque che anche moltissimi sardi, proprio come gli italiani che vivono nel “continente”, ignorino cosa sia la pompìa. Perché questa strana pianta priva di nome nella lingua italiana – sa pompìa è espressione di sa limba sarda, la lingua sarda, passata immutata alla lingua nazionale – questo bizzarro agrume dall’incerta tassonomia vive e dà il meglio di sé solo a Siniscola, capoluogo della Baronìa, e in una limitata area circostante. 

Sono molti i misteri di sa pompìa, a partire dalle sue origini storiche e botaniche: il suo nome scientifico, Citrus x monstruosa, non è riconosciuto a livello accademico perché questo agrume è ancora poco studiato e si trova, per così dire, in via di classificazione. Eufemismo per indicare che se ne ignora lo status preciso all’interno del vasto e un po’ confuso genere Citrus ma si suppone che sia un ibrido (come si evince dalla presenza del simbolo X nel suo nome); forse, probabilmente, è un ibrido naturale sviluppatosi da incroci tra agrumi locali uno dei quali potrebbe essere il cedro; giova ricordare che il territorio di Siniscola rientra in un’area agrumicola che spazia da Budoni a Orosei, in cui nei secoli sono state coltivate molte varietà di cedro, arancio e limone. Ibrido naturale fertile, nel senso che gli alberi di pompìa non innestati producono frutti che contengono semi in grado di generare nuovi alberi; al contrario, le pompìe innestate producono frutti sterili.

Storicamente, la pompìa è testimoniata con questo nome da circa due secoli e mezzo: le prime citazioni sicuri di questo agrume si trovano in una statistica redatta nel 17602 che segnala alcune coltivazioni di pompìa a Milis, nell’Oristanese, territorio distante da Siniscola ma storicamente vocato alla coltivazione degli agrumi, e in un saggio sulla biodiversità vegetale e animale della Sardegna pubblicato nel 1780.

L’albero di pompìa cresce spontaneo nelle campagne e negli agrumeti della Baronìa di Siniscola, gli agricoltori tengono alcune piante soprattutto per il consumo famigliare e sono pochissimi quelli che coltivano veri agrumeti per vendere i frutti alle pasticcerie e ai ristoranti che producono dolci tradizionali; recentemente il Comune di Siniscola ha avviato un campo sperimentale con qualche migliaia di alberi. La pompìa è specie molto rustica e resistente, raramente si ammala e la sua coltivazione è assolutamente naturale. La raccolta avviene manualmente a completa maturazione dei frutti, fra metà di novembre e metà gennaio. Il massimo della produzione si ha dopo l’ottavo anno di vita della pianta, che nelle migliori condizioni riesce a produrre anche settanta frutti; ma non tutti gli anni, giacché la produzione dipende anche dalle condizioni climatiche. A vederlo, l’albero di pompìa sembra un arancio coi rami molto spinosi ma la sua peculiarità sono i frutti: vagamente simili a quelli del pompelmo ma anche più grandi – possono pesare anche 700 grammi – hanno buccia di colore giallo intenso spessa e granulosa, bitorzoluta… davvero brutta, per dirla senza giri di parole. I più “mostruosi” fan pensare a certe strane zucche dalle forme bislacche più che ad agrumi comme il faut. Qualcuno afferma che i frutti della pompìa sembrano il risultato di un esperimento di biogenetica riuscito male; invece no, nel senso che se esperimento fu, di esperimento di Madre Natura si trattò, e poi si sa che così come fra gli esseri umani si trovano persone dal fisico infelice ma bellissime nell’animo, anche in natura c’è chi appare sgradevole agli occhi ma risulta sublime se percepito con gli altri sensi. Anche se i greci antichi univano etica ed estetica sostenendo la kalokagathìa, il concetto cioè che “bello è buono”, nella vita reale la bontà può associarsi con successo anche alla bruttezza. Comunque va detto che se questo strano agrume botanicamente “figlio di N.N.” è riuscito a guadagnarsi l’affetto di tanta gente e a diventare nel 2004 Presidio Slow Food, gran parte del merito è da attribuirsi alle donne di Siniscola che han saputo trasformare il suo strano e difficile frutto in una serie di dolcezze prelibate.  …

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