Dove la Liguria ha il sapore della montagna

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2009, anno LI, n°3 
(pubblicato sotto pseudonimo)

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I liguri lo sanno, e lo sanno anche i foresti soprattutto stranieri che la amano e la percorrono con intelligenza e attenzione. Ma vi sono alcuni, più distratti, che continuano a stupirsi del fatto che la Liguria, terra di navigatori e di vacanze estive balneari, sia soprattutto una regione di montagne.

Le montagne del Ponente ligure erano ben conosciute dagli abitanti della romana e marinara città di Albingaunum, Albenga, che nel 644 fuggirono dalle loro case distrutte dai longobardi di Rotari e trovarono rifugio lassù fra i boschi e i ruscelli dell’alta Valle Arroscia, dove fondarono il primo nucleo di quello che oggi è il paese di Mendàtica. Si sa che da cosa nasce cosa e nei secoli il piccolo borgo montano si ingrandì, favorito anche dalle incursioni saracene dell’VIII  e del  IX secolo,  che spinsero  nuovamente molti abitanti della costa a spostarsi verso le valli e le montagne dell’interno. I saraceni peraltro raggiunsero anche Mendàtica e trovarono il modo di insediarvisi almeno temporaneamente, lasciando alcune tracce del loro passaggio: c’è una leggenda antica che racconta degli Ommi da Faja, esseri giganteschi e robustissimi che incutevano timore agli abitanti, che potrebbe ricordare la presenza dei pirati berberi saraceni nell’alta valle. Mendàtica divenne poi per breve tempo Comune autonomo con proprie leggi nell’ambito del Sacro Romano Impero, e mantenne le sue leggi anche quando, insieme a quasi tutta la Valle Arroscia, passò  alla Repubblica  di Genova.

Ma coloro che a metà settembre affrontano le tortuose strade che da Albenga, da Imperia o dalla Val Tànaro cuneese si inerpicano verso l’alta Valle Arroscia, non pensano ai Longobardi o ai Saraceni ma a pecore, capre, mucche e formaggi: perché Mendàtica all’inizio dell’autunno torna ad essere per due giorni la capitale della transumanza ovina e bovina delle Alpi Liguri.

“Isciacquio, calpestio, dolci romori. Ah perché non son io co’ miei pastori?” Gabriele D’Annunzio cantava i pastori transumanti del suo Abruzzo ma anche in queste valli a cavallo fra Liguria, Piemonte e Provenza i “romori” della discesa delle greggi e delle mandrie dall’alpeggio estivo possono essere altrettanto dolci, e aspri insieme. Son belati, son muggiti, sono scampanii, è il picchiare degli zoccoli sul selciato delle vie del paese, percorse per due giorni all’anno da decine, centinaia di mucche, pecore e capre, chiamate a vivere quello che è al tempo stesso un normale momento annuale della loro vita di animali d’allevamento e di pascolo ma è anche un rito a ricordo dei tempi – neanche troppo lontani – in cui la pastorizia era una voce fondamentale nell’economia di questo lembo di Alpi molto meridionali.

I crinali che dal Mar Ligure salgono ai 2200 metri del Monte Saccarello e ai 2651 metri del Marguareis hanno per millenni unito, più che separato, le valli marine dei torrenti Roia, Nervia, Argentina e Arroscia con quelle padane di Tànaro, Èllero, Vermenagna, Gesso… Valli attraverso cui sono transitati per secoli in entrambe le direzioni uomini e merci, antichi liguri, celti, romani, saraceni, acciughe, sale, olio, vino, pecore, latte, farina, formaggi… A piedi e a dorso di mulo, risalendo valli e valicando colli lungo le vie del sale, le vie marenche, la più famosa delle quali, la “Strada Marenca” per  antonomasia, sta  diventando un  percorso escursionistico di fama internazionale che si interseca con l’Alta Via dei Monti Liguri e passa proprio sui monti sopra Mendàtica. Valli e crinali dove la gente ha vissuto per secoli nello stile di vita della “civiltà delle malghe”; una civiltà di montagna che il poeta Giovanni Boine definì “civiltà di pietre”; e anche di cereali di montagna, di patate e ovviamente di greggi. Quelle greggi che trascorrono l’estate in alpeggio fra i pascoli e i larici sotto gli strapiombi del monte Saccarello e che all’inizio dell’autunno scendono a svernare “in bandia” vicino al mare, nella piana di Albenga o sulle colline coperte di fiori e di olivi di Sanremo e di Imperia.

Nel pensare comune la Liguria non è terra di pastorizia. Ma è un pensare in parte inesatto. Certo non sono i grandi numeri della Sardegna, della Sicilia o del Lazio ma il poco può essere buono, molto buono. Il cuore dell’allevamento ovino ligure è qui, nelle alte valli Arroscia, Argentina, Nervia, ovvero nella terra della cosiddetta “cucina bianca” cosi chiamata per via degli alimenti utilizzati, tutti poco colorati: farinacei, erbe spontanee, ortaggi quali rape e patate, porri, aglio e scorzonere, latticini.   …

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