Dove la terra non comincia e il mare non finisce

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2009, anno LI, n°1

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Antonio Stoppani ne Il Bel Paese scrisse che il paesaggio italiano “è assai…ricco di fenomeni e di naturali bellezze…ché l’Italia è quasi…la sintesi del mondo fisico”.

Fra i paesaggi italiani pochi sono del tutto naturali, i più si sono formati durante millenni di interazione fra la natura e gli uomini; uno è assolutamente unico, perché la natura non ne ha creato altri analoghi e perché la volontà umana ha agito in maniera perentoria nel costruirlo, modellarlo e mantenerlo vivo. È il Delta del Po.
Qui la natura gioca con l’acqua dolce del Grande Fiume (possiamo personificarlo come un semidio mitologico senza andar tanto lontani dal vero), con l’acqua salata dell’Adriatico, con quella salmastra che nasce dalla loro unione, e giocando inventa golene, sacche, valli, lagune, buse; coi sedimenti scesi dalle Alpi e dagli Appennini lontani forma scanni, barene, dune, staggi e quant’altre forme mutevoli e umide del terreno abbiano un nome per la gente che le abita e le usa. Gente che da sempre lavora e lotta per controllare i capricci e le ire del Fiume e del mare, per rendere più sicure, più stabili, più vaste, più sane queste cangianti terre-di-mezzo che non son più pianura senza essere ancora mare.
Nella varietà di ambienti e manufatti che insieme creano il paesaggio del Delta, ve n’è uno dove la natura si presenta nella sua migliore “naturalità” (benché non sia esente da interventi umani, ché nel Delta nulla lo è) e un altro che è il simbolo di ciò che la gente del Polesine ha fatto e farà per costruire e conservare questa terra: sono il Giardino Botanico Litoraneo del Veneto di Porto Caleri e il Museo Regionale della Bonifica di Ca’ Vendramin.

All’estremo nord del Delta la pineta di Rosolina Mare si allunga verde e sottile sulla costa tra la foce dell’Adige e il Canale di Caleri. C’è il mare, la spiaggia e un sottile retroterra privo di insediamenti umani, dove l’ambiente appare intatto e mutevole come è giusto che la natura sia se non è costretta entro i vincoli della civiltà. Ma nonostante l’apparenza non è un ambiente primevo, visto che la pineta sulle dune è stata piantata dopo l’ultima guerra; semplicemente è una zona protetta che ha caratteri naturali fra i più integri dell’intero Adriatico, e il Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova la studia da anni insieme al Servizio Forestale Regionale di Padova e Rovigo. Da questa collaborazione è nato nel 1991 il Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri, vasto 40 ettari, più altri 50 separati dal 2003 il Parco Regionale Veneto del Delta del Po organizza le visite guidate e l’uso turistico, mentre il Servizio Forestale Regionale si occupa della tutela; dal 1995 esiste un Centro visite oggi in fase di sviluppo.

Nel Giardino si trovano i primi cinque habitat della lista dell’Unione Europea che prevede la costituzione della rete “Natura 2000” per salvare gli habitat più minacciati: lagune, dune fi a vegetazione erbacea, foreste dunali, stagni temporanei mediterranei, foreste mediterranee di ginepro. Qui vivono circa 220 specie vegetali, fra cui alcune rarità come le orchidee spontanee, l’elicriso italico e l’apocino veneto, endemico e quasi scomparso dai litorali veneti; è un’area dove non si eseguono interventi strutturali sull’ambiente e si cerca di valorizzare le specie spontanee; il servizio forestale interviene solo sulla manutenzione dei sentieri, intorno ai quali la natura si sviluppa liberamente. Natura fa rima con cultura e il Giardino vuole far conoscere ai suoi visitatori la flora dell’ambiente litoraneo, cosa possibile percorrendo tre sentieri che attraversano i diversi ecosistemi. La spiaggia su cui si frangono le onde dell’Adriatico è casa alle piante psammofile (amanti della sabbia), che affrontano sale, sole, vento, incoerenza del terreno, forte escursione termica diurna; sono specie pioniere quali il ravastrello marittimo (Cakile marittima) dai fiori rosa e la nappola italiana (Xanthium italicum) dai frutti spinosi; per proteggersi hanno radici profonde, foglie di colore glauco piccole, spesse, carnose, con cuticole, cere e peli; fra di esse nidificano fratini, fraticelli, beccacce di mare. La fascia retrostante è quella delle dune bianche, dove le piante riescono a consolidare la sabbia; fra le altre si trovano la gramigna delle spiagge (Agropyron junceum) grande consolidatrice delle dune e il vilucchio marittimo (Calystegia soldanella), grazioso convolvolo rosa a strie bianche. La cima delle dune è coperta dai fitti cespi di sparto pungente (Ammophila littoralis) che frange il vento e fissa le dune stesse. Le dune arretrate “grigie” stabili ospitano piante erbacee aromatiche come l’elicriso dai fiori gialli, muschi e licheni indispensabili per mantenere l’umidità invernale e favorire la germinazione dei semi e specie quali la vedovina delle spiagge (Scabiosa argentea) viola pallido e rarità come il fiordaliso di Tommasini (Centaurea tommasinii). Le grandi fioriture gialle e lilla profumatissime delle dune sono la cosa più bella del giardino estivo.

All’interno prospera la macchia arbustiva a ginepro (Juniperus communis) e olivello spinoso (Hippophae rhamnoides) che è la versione alto-adriatica della macchia mediterranea. Il sottobosco accoglie numerose orchidee, fra cui l’Ophrys sphecodes il cui fiore imita nella forma e nell’odore la femmina dell’insetto impollinatore.   …

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