È rinato il castello del Don Rodrigo di Lunigiana

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2019, n°2
(pubblicato sotto pseudonimo)

Categoria: Tag: , ID:2938

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Percorrendo l’autostrada A12 tra Brugnato e La Spezia, l’occhio attento del passeggere (quello dell’autista no, che deve badare alla strada davanti a sé), volgendosi verso le colline che separano la val di Vara dalla Lunigiana, potrà scorgere la forma austera di un castello che domina un piccolo borgo al sommo di un’alta collina. Bisogna stare attenti, ché basta poco per farselo sfuggire mentre l’automobile procede rapida. Fino a non troppi anni fa il medesimo viaggiatore avrebbe visto un rudere, al sommo di quel colle; successivamente avrebbe notato una enorme gru montata accanto a quei muri, evidente segno di opere di restauro in corso, e finalmente da pochi anni il Castello di Madrignano (nel comune di Calice al Cornoviglio) è tornato a rifulgere quasi come fu nei secoli della sua movimentata storia, ovvero all’incirca dalla fine del X agli inizi del XX secolo.
Il colle non è altissimo, 400 metri di quota all’incirca, ma la strada per salire al castello non è breve né diretta, piuttosto una serie di curve e tornanti che da un nucleo abitato di fondovalle, che assai opportunamente si chiama Piano di Madrignano, si arrampicano sino al borgo ai piedi del castello con la piazzetta, gli orti, la chiesa dei SS. Margherita e Nicola.
Giunti lassù si capisce il senso di costruire un maniero lì: la vista è una delle più affascinanti del Levante ligure: sotto, la bassa val di Vara col fiume che riluce sotto il sole, le città e i paesi nel fondovalle e sulle colline; più oltre, la piana dell’estuario del Magra, il mare, le cime seghettate e grigie delle Apuane. Ancora più in là… ma lasciamo parlare uno degli antichi signori di Madrignano: nel 1786 Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena, Granduca di Toscana, venne a visitare questi suoi recenti possedimenti e ne rimase evidentemente soddisfatto, sì da scrivere che il borgo di Madrignano era circondato da “buoni terreni, ottima coltivazione di vigne, ulivi e frutti con ottimo vino… da lì si vedono benissimo Pisa e Livorno”. Personalmente ogni volta che sono salito al castello non sono mai riuscito a lanciare il mio sguardo oltre la foce del Magra e le dentate vette delle Apuane per via della foschia sopra il mare, ma capisco benissimo che quando l’aria è limpida da quel trampolino affacciato sulle terre di Lunigiana si vedano bene le isole dell’Arcipelago Toscano e i porti del Granduca. Davvero una meraviglia della nostra Liguria, che mi immagino ancor più affascinante di notte sotto la luna piena, un luogo che avrebbe intrigato Shakespeare, un ambiente carico di suggestioni romantiche e mistiche…

La più antica citazione del borgo di Madrignano pare sia in un diploma dell’imperatore Ottone I del 963; prima ancora qui ci doveva essere un castrum romano del II secolo a.C. Nel 1164 l’imperatore Federico Barbarossa concesse il castrum Madrognani al marchese Obizzo I Malaspina “il Grande”, membro di quella famiglia di origine longobarda discendente dagli Obertenghi che – suddivisasi nel 1221 nei due rami dello Spino Secco e dello Spino Fiorito – governò a lungo vasti territori dell’Appennino nordoccidentale come una piccola “potenza regionale”, riempiendo di castelli e fortezze i crinali dall’Oltrepò Pavese alla val d’Aveto alla Lunigiana. Poi a fine Settecento, arrivò Napoleone e la gloriosa storia dei marchesi Malaspina e delle altre famiglie feudali del Nord Italia terminò improvvisamente.
I Malaspina furono quasi gli unici a governare il borgo e il castello di Madrignano, tranne brevi intermezzi dei Fieschi nel XV secolo, sostenuti da Genova. Tra i successori di Obizzo come signori di Madrignano possiamo ricordare Azzone di Lusuolo che lo possedette intorno al 1335, Azzone di Mulazzo, che intorno al 1446 lo ricostruì dopo la distruzione operata dai genovesi nel 1416, entrambi Malaspina dello Spino Secco.
Ma come in ogni famiglia blasonata e antica che si rispetti, anche tra i Malaspina di Madrignano non mancano i “cattivi”: il più celebre è colui che lo storico lunigiano Nicola Michelotti ha definito il “Don Rodrigo di Lunigiana”: Giulio Cesare Malaspina, ma suo fratello Bonifazio, prima di lui, non era stato da meno… Andiamo con ordine: Bonifazio II lo si ricorda perché fu lui a far costruire la chiesa, come ex-voto per essersi salvato da una pericolosa caduta da cavallo, pare che un albero abbia piegato i suoi rami per salvarlo dal burrone e proprio lì nel punto della caduta sorse la chiesa. Ma, chiesa a parte, fu malvagio e pungente come gli spini secchi del blasone della sua casata, tanto che venne ucciso dai suoi sudditi nel 1582; vuole la leggenda che dopo essere stato sepolto nel cimitero del borgo, per ben tre notti la bara uscì dal terreno e venne ritrovata in superficie al mattino. Dopo il terzo inutile interramento, il defunto marchese in persona apparve per spiegare ai madrignanesi che essendo stato in vita tanto malvagio non poteva essere sepolto in terra consacrata: chiese di essere portato sul vicino monte oggi detto Falò e che la sua bara venisse gettata giù dalle pendici del monte; rotolando la bara prese fuoco, bruciò il monte che da allora su quel versante è sempre arido e privo di vegetazione. Così dice la leggenda…
Il fratello Giulio Cesare divenne signore del feudo nel 1600 e si invaghì (come Don Rodrigo) della moglie del governatore spagnolo di Pontremoli (la sua “Lucia Mondella”); lei rifiutò le avances e lui, offeso, uccise il governatore, gli tagliò i testicoli e li inviò in dono alla vedova. In fondo, Renzo Tramaglino è stato fortunato a imbattersi soltanto nel vero Don Rodrigo… I pontremolesi non la presero bene, salirono a Madrignano per saccheggiarlo e arrestarono il Giulio Cesare. Che però dopo alcuni anni tornò a governare il suo feudo, ma morendo nel 1631 senza eredi lo lasciò a Malaspina di altri rami collaterali. Il castello subì una seconda distruzione, dopo quella genovese del XV secolo, nel 1705-1706 negli scontri tra l’esercito franco-spagnolo e quello austriaco durante la guerra di Successione spagnola: rimase dodici giorni sotto assedio e sotto bombardamento e al termine della guerra non venne più ricostruito ma soltanto risistemato nelle parti rimaste agibili.
Nel 1772 il feudo fu venduto al Granducato di Toscana (cosa che permise al Granduca Pietro Leopoldo di salire quassù e rimanerne entusiasta) e della Toscana da allora seguì le sorti. Con il Regno d’Italia il castello fu prigione e caserma, anche se ne fu riconosciuto l’interesse culturale nel 1911, poi fu danneggiato dal terremoto che colpì Garfagnana e Lunigiana nel 1920. La riforma amministrativa del 1923 trasferì queste colline dalla Toscana alla neonata provincia di La Spezia, e da allora questa è terra di Liguria non solo geograficamente ma anche politicamente.
Il castello venne poi venduto dai discendenti Malaspina, passando a tre altre famiglie di proprietari; subì danni durante i bombardamenti aerei alleati della Seconda guerra mondiale e sembrava destinato a una fine ingloriosa, inghiottito dall’oblio degli uomini e dall’indifferenza del tempo. Invece qualcuno volle ricordarsi dell’antico maniero; il Comune di Calice lo acquistò nel 1969 e successivamente intraprese alcune opere di manutenzione, ma fu solo nel 2004 che si iniziò a pensare a un progetto serio di recupero e consolidamento; i lavori iniziarono nel 2009 e finalmente il 24 novembre 2016 fu inaugurato il “nuovo” castello, con le parole dell’allora Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini: “Un bel recupero di un bene che sembrava destinato al crollo, una bella sinergia tra istituzioni. Questo luogo può essere definito come simbolo di un’Italia meno nota, ma ricca di bellezze straordinarie”.
I restauri sono stati progettati dagli architetti Michele Cogorno e Mauro Moriconi della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio della Città Metropolitana di Genova e delle Provincie di Imperia, la Spezia e Savona e sono stati realizzati da Cooperativa Archeologia, società cooperativa nata a Firenze nel 1981 rivolta al settore archeologico e alle attività didattico-culturali.
I lavori hanno riguardato il restauro, consolidamento e adeguamento sismico di cinta muraria, torri, interni e corte. La difficile accessibilità del sito ha richiesto l’erezione di una grande gru che per anni è stata l’emergenza architettonica più evidente e imponente della zona. Il progetto è stato condotto in diverse fasi: è stata realizzata una funicolare di risalita per garantire la piena accessibilità del castello; il restauro e consolidamento delle murature è stato eseguito con materiali appositamente preparati per essere il più possibile compatibili con le malte antiche presenti pur mantenendone la distinzione, e con lo stesso approccio si è proceduto per il restauro della pavimentazione della corte e del percorso di accesso esterno al castello; nuove coperture e nuove strutture in legno lamellare, acciaio e vetro hanno permesso di ottenere nuovi spazi che dovrebbero venir destinati a uffici amministrativi del Comune, garantendo così un presidio costante alle strutture; l’impianto di illuminazione esterno è stato studiato per mettere in risalto la struttura e renderlo massimamente visibile da tutta la bassa Val di Vara.
Durante i lavori sono state portate in luce due grandi cisterne e i resti più antichi dell’edificio, scoperti nella Torre Sud, visibili nei locali destinati a ospitare il “Centro culturale e museale degli antichi liguri” (il “popolo del Cigno”, come ama dire qualche storico locale appassionato di mitologia), un centro studi e museo multimediale che accoglierà soprattutto oggetti provenienti dalla vicina necropoli di Genicciola che conteneva un’ottantina di tombe “a cassetta” databili tra il V e il II secolo a.C e sono ora custoditi in musei di città diverse; insieme troveranno posto qui la statua-stele di Calice e altri reperti della preistoria del Levante ligure.
Oggi il castello è normalmente chiuso, essendo troppo oneroso un’eventuale servizio costante di apertura e sorveglianza; è visitabile alcuni giorni dell’anno grazie a una convenzione nell’ambito della “Alternanza scuola-lavoro” stipulata con una scuola di Sarzana, e con una certa frequenza vi si organizzano feste ed eventi privati; soprattutto, però, esiste un interessante calendario di mostre, eventi culturali, serate musicali, presentazioni di libri, osservazioni notturne che ripopolano e ridanno vita a questo antico edificio al confine tra la terra e il cielo.

Ringraziamenti
All’Assessore alla Cultura del Comune di Calice al Cornoviglio, Stefano Franceschini, prodigo di informazioni
Al gentilissimo personale del Comune di Calice al Cornoviglio

Sitografia
www.comune.calicealcornoviglio.sp.it
www.liguriaheritage.it/heritage/it/DaLiguriAromani/LaSpezia.do?contentId=30069&localita=2161&area=212
www.terredilunigiana.com/valdivara/castellomadrignano.php
www.archeologia.it
wwww.consorzioilcigno.it

Bibliografia
Nicola Michelotti, Un Don Rodrigo di Lunigiana: Marchese Giulio Cesare Malaspina di Madrignano, estratto dall'”Archivio Storico per le Provincie Parmensi” Quarta serie, vol. XXXV – anno 1983, Parma 1984

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