Il cielo come soffitto al Museo della Rosa antica

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2010, anno LII, n°3
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Oh, how much more doth beauty beauteous seem By that sweet ornament which truth doth give!
The rose looks fair, but fairer we it deem For that sweet odor which doth in it live.

Oh, quanto più bella la bellezza sembra per il soave ornamento che la virtù le dona!
Graziosa la rosa appare, ma più graziosa la consideriamo per quel dolce profumo che a lei dentro vive.

Le colline hanno questo di bello, che non si è costretti a seguire la volontà degli dèi della geografia, come in montagna dove è il fondovalle a dare la direzione, o al mare, dove la costa è lì e non la puoi cambiare. In collina no, qui i bricchi e i fossi si mescolano, si sparpagliano, sono tenuti insieme da una ragnatela di strade, viottoli, sentieri che vagano a capriccio, e le direzioni agli incroci minori non sempre sono segnalate, e non sempre si trova qualcuno a cui chiedere “per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?” Ma non importa, perché le strade portano comunque da qualche parte: a un paese ne segue un altro, a una chiesa segue un vigneto, a un prato un castello o una trattoria; e tutte le strade portano sui crinali che hanno il cielo di sopra, boschi verdi e calanchi candidi ai piedi, e un orizzonte che si allarga verso l’arco delle Alpi, grigie e bianche di neve verso nord, oltre la pianura così vicina, così estranea… Le colline modenesi sono un mondo compiuto in sé stesso, quasi perfetto.
Montagnana, frazione di Serramazzoni, è su queste colline, 420 metri sul mare, 25 chilometri da Modena. Il Museo Giardino della Rosa Antica è il “figlio” amatissimo della famiglia Viti, che dalla città è salita quassù una quindicina d’anni fa con l’intento di realizzare ciò che effettivamente ha realizzato. Occupa una superficie di 43 ettari, di cui 10 di calanchi – inquietante meraviglia della geologia appenninica emiliana – e 3 dedicati alla coltivazione e alla crescita di più di 4000 piante appartenenti a oltre 800 varietà di rose antiche e classiche.
Museo Giardino: doppio nome per una funzione tripla, quadrupla, sestupla… conservazione, studio e riproduzione sono le sue ragioni d’essere in senso botanico; divulgazione, approfondimento culturale, commercializzazione quelle rivolte al pubblico, ai profani che della rosa apprezzano…. Eh, apprezzano tutto, chi più chi meno.

“Il deserto e la terra arida si rallegrino, la steppa fiorisca ed esulti! Si copriranno con fiori di campo, canteranno e grideranno di gioia…”

Questo tempio delle rose antiche ben sistemato su una panoramica collina dell’Appennino modenese ha una lunga storia che avrebbe soddisfatto il profeta Isaia: occupa un sito un tempo tenuto a foraggio e privo di alberi e di cespugli, dove nel 1996 vi pascolavano cavalli fra sterpaglie e rifiuti. Fare fiorire ed esultare questa terra arida richiese tempo e soprattutto una non comune lungimiranza – nel senso cronologico del termine – che sarebbe bello trovare altrettanto forte nelle menti e nelle azioni dei reggitori della Res Publica…

Venne adottato un metodo il più possibile naturale: fu pulito il territorio dai rottami poi fu lasciato a se stesso per sette anni (tempi veramente “biblici”), senza alcun intervento, nemmeno il taglio dell’erba. Le piante nascevano e morivano, insieme agli animali selvatici e agli uccelli: si stava creando terra, humus. Poi, com’era logico che avvenisse, iniziarono a nascere gli alberi spontanei (tanti!): stava rinascendo il bosco. Nel 2003 fu scelto quali fra gli alberi spontanei tenere, e iniziarono i lavori per realizzare il Giardino. Era finalmente arrivato il momento  delle  rose…

La sistematica del genere Rosa non è cosa semplicissima, stante anche la plurimillenaria convivenza fra questo nobile genere botanico e Homo sapiens, animale trafficone che dove mette le mani, rapidamente manipola e modifica. Dopo vari studi, i realizzatori del Museo Giardino decisero di adottare l’ordine espresso da Peter Beales3. Tassonomicamente, il genere Rosa comprende circa 250 specie spontanee ed è stato diviso in quattro sottogeneri: Hulthemia (Simplicifoliae), Rosa (Eurosa), Platyrodon, Hesperhodos. Il secondo sottogenere (Rosa o Eurosa) è il principale per l’abbondanza di specie e varietà (decine di migliaia), ed è suddiviso in dieci sezioni la cui elencazione tralasciamo per amor di brevità.

Può essere curioso notare che le rose sono spontanee solo dell’emisfero settentrionale; il loro areale si estende su entrambe le masse continentali eurasiatica e americana, più o meno dal Circolo Polare Artico al Tropico del Cancro. Non ci sono rose spontanee a sud dell’Equatore.

L’attività manipolatrice dei coltivatori di rose durante la lunghissima storia d’amore fra l’umanità e questi fiori è stata intensa, andandosi ad aggiungere alla normale attività di ibridazione intrae interspecifica naturale. Quindi le migliaia di varietà di rose oggi esistenti derivano da mutazioni o ibridazioni naturali, da manipolazioni da parte dell’uomo, o da diverse combinazioni di queste modalità. È così che sono nati i gruppi di rose ornamentali, liberamente  indicati  come  Alba,  Gallica,  Damasco,  Tea  ecc.  …

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