Il forte millenario ligure piemontese

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2009, anno LI, n°4

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Si può camminare per le vie di Gavi ammirando le facciate dipinte in puro stile genovese, sbirciando le vetrine golose di prelibatezze gastronomiche, raccogliendosi in preghiera nella chiesa romanica e barocca di San Giacomo, senza quasi accorgersi di lui.

Il Forte è vicino, ma fa di tutto per non disturbare, per non sembrare troppo incombente. Anche le sue vie d’accesso sono defilate e invisibili, la salita pedonale che parte dal centro si fa trovare solo da chi la conosce già e per raggiungerlo in auto c’è una stradetta periferica e strettissima che facilmente sfugge all’occhio di chi gli transita accanto. Insomma, il Forte di Gavi manifesta un understatement tanto genovese quanto esagerato; perché questa fortezza, alta su un colle dal vasto e ammirevole panorama, è un magnifico esempio di architettura militare; è uno dei più importanti edifici militari della Repubblica di Genova – quindi della Liguria in senso storico – che ottimamente figura anche nel panorama architettonico militare del Piemonte, regione cui dalla metà del XIX secolo fa parte.

Come molte fortifica zioni storiche, anche il Forte di Gavi ha probabilmente un’origine pre-storica; pur nell’assenza di testimonianze, è bello immaginare che su questa rocca esistesse un qualche fortilizio ligure preromano. Il sito è adat­to, una rocca facile da difendere che domina la media valle del torrente Lemme, giusto a metà strada fra le sorgenti a ridosso del passo della Bocchetta e la confluenza nel­l’Orba nella pianura di Predosa. Il primo documento che testimonia l’esistenza di un ”castello ” sopra Gavi è un at­to notarile del 973, con cui Lamberto figlio del marchese Ildebrando di Bosco lo vende al sacerdote Roprando. A ciò fa seguito un diploma dell’imperatore Enrico IV che il 30 maggio 1191 lo vendette alla Repubblica di Genova insie­me al borgo di Gavi. Fino al 1418 il castello rimase geno­vese, anche se – come si dice per non diventar prolissi – “tra alterne vicende”. Faccende di guerra lo posero poi sot­to il dominio dei Visconti di Milano, che investirono in se­guito il feudo di Gavi ai Fregoso e poi agli Sforza, dai qua­li passò infine alla nobile fa miglia alessandrina dei Guasco, signori del limitrofo feudo di Francavilla. Ma l’interesse di Genova per quel castello non era mai venuto meno e si eb­be un tentativo di impossessarsene manu militari nel 1515; azione vanificata tre anni dopo sia dalla malaria che colpì la scarna guarnigione genovese, sia dall’ordine venuto dal governo francese (che all’epoca esercitava una signoria di fatto su Genova) di restituire il maltolto ai legittimi proprie­tari. Dove non poterono le armi poté il denaro: nel 1528 Antonio Guasco vendette Gavi con castello e territorio alla Repubblica in cambio di mille ”luoghi” versati dal Banco di San Giorgio e dell’iscrizione della famiglia Guasco nel­l’albo d’oro della nobiltà genovese. Da allora, sino alla ca­duta di Napoleone, il castello di Gavi appartenne a Geno­va. Per passare sotto il governo dei Savoia in seguito all’an­nessione della ex-Repubblica al Regno di Sardegna.

I secoli non passano senza lasciar traccia e l’aspetto attua­le del Forte di Gavi è molto diverso da quello che apparve agli occhi del primo Castellano che ne assunse il governo nel 1528 con l’obbligo di osservare le regole e le procedure contenute nei “Capituli et ordini da observare in lo Castello di Gavi”. Era piuttosto piccolo, doveva avere due bastioni, un torrione, una torre e occupava solo una parte di quello che oggi è il corpo più alto e più antico del complesso. L’inten­zione del governo genovese era di renderlo un’importante po­ stazione militare dell’Oltregiovo a difesa dei confini setten­ trionali del territorio genovese; così tra il 1537 e il 1540 ven­nero eseguiti i primi interventi importanti di trasformazione sotto la direzione di Giovanni Maria Olgiati, un ingegnere mi­litare di origine lombarda a cui Genova aveva affidato la re­visione delle mura cittadine trecentesche e che nel 1544 in­caricherà di edificare la rocca del Priamar a Savona. Giun­se poi la sanguinosa guerra del 1625, scatenata da Carlo Ema­nuele duca di Savoia contro Genova per il possesso del Mar­chesato di Zuccarello, ennesimo capitolo del plurisecolare tentativo dei Sa­voia di ottenere uno sbocco al mare che fosse raggiungibile da Torino più facil­mente della lontana Nizza. Le truppe savoiarde, coi francesi come alleati, in­vasero il Monferrato e giunsero a Gavi sulla fine del marzo 1625. In breve, Ga­vi e il castello furono assediati dalle trup­pe franco-sa baude e senza grossi combattimenti dopo pochi giorni la guarnigione si arrese,con qualche dan­no e poco onore. Tornata la pace, il se­nato genovese decise di rinforzare la rocca trasformandola in una vera for­tezza adatta alle esigenze belliche del XVII secolo. Affidò l’incarico all’ingegne­re militare piacentino Gaspare Macu­lano, meglio noto come Frate Vincen­ zo da Fiorenzuola, un domenicano che oltre a occuparsi di matematica e di for­tezze fu anche – en passant – Commis­sario del Sant’Uffizio e nel 1633 istruì il processo contro Galileo Galilei. Ma qui ci interessa come architetto militare, che a Genova lavorò anche aIla costruzio­ne delle Mura Nuove. I lavori iniziaro­no nel 1626 e terminarono nel 1629. Il risultato fu all’incirca ciò che si vede oggi: un edificio articolato e comples­so, grande quasi il triplo del preceden­te castello, con sei bastioni e numero­si edifici per l’alloggiamento dei milita­ri e delle artiglierie, una struttura massiccia ma movimentata, che si artico­la su più livelli e si sostiene su pareti di roccia scolpita con mazzuolo e scalpello; roccia che costituisce con le sue ve­nature cristalline la struttura portante del massiccio comples­so e che si amalgama con la costruzione umana, al punto che non è sempre facile distinguere dove stia l’opera dell’uo­mo e dove quella della geologia.  …

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