Il vino che nasce sulla sabbia

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2012, anno LIV, n°2

Leggimi

“Al naso offre un potente profumo di bacche rosse e solo successivamente si sprigionano i  sentori più tipici: un carattere animale, ematico alternato a suggestioni di terra bagnata. Abbastanza delineato è il profumo di liquirizia e si percepisce anche la grafite (il profumo delle antiche matite di legno).

Al bicchiere offre una notevole consistenza, si vede quanto son fitte e lente le lacrime che lascia e ravvicinati gli archetti; ciò significa che è un vino dalla struttura possente, ha un bel contenuto di alcool e di glicerolo e un estratto secco molto importante. A livello cromatico è di un rosso rubino con sfumature violacee che hanno resistito bene ai 5 anni di vita di questa bottiglia. È uno dei vini più complessi e poliedrici della nostra produzione, dalle molteplici suggestioni. Io lo trovo un vino molto poetico”.

L’enologia non è solo una scienza, è anche un’arte. Un’arte che coinvolge almeno tre dei nostri cinque sensi, vista, olfatto e gusto (no, almeno quattro: prendere in mano un grappolo d’uva maturo può essere piacevole come… beh, ognuno si inventi il paragone che preferisce) e mette in funzione diverse e complesse parti del cervello, unendo la fisiologia alla poesia, la chimica alla spiritualità. E come tutte le arti non è alla portata di tutti: occorre un talento naturale per essere un buon enologo – da affinare col tempo e con l’esperienza, certo, ma alla base dev’esserci un talento innato. Un bravo enologo è un poeta, e il vino che produce è la sua poesia.

“When I drink an Italian wine I always think that there has to be an age-old story behind it, a tale of a special vine and of a unique wine that could only be born in that particular place” (Quando bevo un vino italiano penso sempre che ci dev’essere dietro una storia secolare, una vicenda di un vino speciale e di un vino unico che può nascere soltanto in quel luogo particolare).

C’è un “luogo particolare” di questo tipo nel sud-ovest della Sardegna: una piccola regione compresa quasi completamente nella provincia di Carbonia-Iglesias, dove il terreno sabbioso e arido lambito dal mare è la miglior dimora esistente al mondo per un vitigno peculiare e affascinante; peculiare per la sua storia, affascinante per la qualità del vino rosso DOC che da esso si ottiene. Ha un nome che ai distratti potrebbe sembrare piemontese: Carignano; che nella Denominazione di Origine Controllata diventa “Carignano del Sulcis”. Ma non ha parentele sabaude; piuttosto francesi – è coltivato in Languedoc e in Roussillon col nome di Carignan – e americane – lo si trova anche in Cile. In Italia è anche presente in minima quantità in Umbria e in Toscana. Vanta antenati certamente antichi ma di incerta collocazione geografica: il fatto che la sua diffusione storica in Sardegna sia limitata al Sulcis-Iglesiente e alle vicine isole di Sant’Antioco e San Pietro fa supporre ad alcuni che sia arrivato dal Mediterraneo orientale grazie ai fenici, che già prima dei greci frequentavano le coste della Sardegna; è altamente probabile che siano proprio stati loro a portare la vite nelle terre del Mediterraneo Occidentale – cioè al di là delle Colonne d’Ercole, se queste corrispondevano non già allo Stretto di Gibilterra ma al Canale di Sicilia come suppone una controversa ma intrigante ipotesi storica recente – e in particolare in Sardegna; e furono i fenici a fare dell’attuale Sant’Antioco (allora si chiamava Solky, da cui Sulcis) un porto mercantile importante. Una seconda storia possibile vede giungere il Carignano in Sardegna provenendo dalla Spagna intorno ai secoli XV o XVI, in quanto tra i suoi nomi dialettali vi sono quelli di Axina de Spagna e di Kareniska (vocabolo ritenuto di matrice aragonesecatalana). L’ipotesi spagnola suppone che, provenendo da indefinite aree vinicole del Mediterraneo, sia stato introdotto in Spagna nel XII secolo dove trovò una “seconda patria” presso Carifiera, nell’Aragona. Da lì, successivamente, si sarebbe diffuso nel Midi francese, in Algeria, in Tunisia e in Sardegna.

In realtà non è tanto la storia antica quella che caratterizza e nobilita il Carignano quanto quella moderna. Perché questo è uno dei pochissimi vitigni di Vitis vinifera, la vite europea, che ha resistito alla grande epidemia di fillossera che portò alla quasi totale scomparsa della vite in Europa durante la seconda metà del XIX secolo. Com’è noto la viticoltura europea si risollevò dopo la strage compiuta nel continente dal temibile insetto Daktulosphaira vitifoliae (ma la sua tassonomia è discussa, esistono molti nomi diversi per questo piccolo afide noto volgarmente come fillossera) grazie ad alcune specie di viti americane che dimostrarono di avere sviluppato una resistenza genetica, anatomica e fisiologica agli attacchi dell’insetto e che vennero, e vengono tuttora, utilizzati come portainnesto per i vitigni di vite europea. A differenza di ciò, nel Sulcis e nelle sue isole di Sant’Antioco e di San Pietro il vitigno di Carignano si coltiva “a piede franco”, ovvero non innestato e si trovano ancora rare vigne vecchie di più di 150 anni.  …

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