La canapa in Val d’Aosta: una tradizione dal nobile passato

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2013, anno LV, n°1

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Non ci sono le candide pareti del Monterosa a chiudere questa valle, né i ghiacciai in ritirata del Bianco o la punta perfetta del Cervino.

Chi risale la stretta valle di Champorcher, la più meridionale tra le valli valdostane, non cerchi qualche simbolo “forte” del paesaggio alpino o un “vip” che si crede famoso solo perché va spesso in televisione; qui piuttosto si cerchino le testimonianze delle vere tradizioni e della vera cultura della montagna. Va detto che in tutta la Vallée è forte l’attaccamento alle tradizioni storiche, che sono poi ciò che ha permesso alla popolazione di questa regione di vivere attraverso i millenni in un ambiente naturale non facilissimo. Ma qui a Champorcher non c’è solo il pane di segale con cumino e frutta secca o la processione del 5 agosto al santuario di Notre-Dame des Neiges; no, qui si mantiene viva una tradizione artigianale che di per sé non sarebbe insolita ma per ragioni che nulla hanno a che fare con l’economia di montagna è costretta a rimanere un’attività di nicchia pur vantando millenni di storia onorata al servizio dell’umanità: la tessitura della canapa. Lana e canapa sono le materie prime locali da cui le comunità alpine storicamente ricavavano le fibre tessili per realizzare i capi di abbigliamento e tutti i tessuti necessari alla vita quotidiana. La canapa è stata sempre largamente coltivata in tutto l’arco alpino accanto ai corsi d’acqua – e quindi anche nella bassa Valle d’Aosta – e da essa si ricavava una fibra robusta e resistente col cui filato, a seconda della maggiore finezza o rusticità, si confezionavano biancheria, indumenti, teli per il bucato e per il fieno, stoffe per avvolgere i neonati o il formaggio, cuscini, sacchi, spago e corda. La canapa domestica (Cannabis sativa, L.1753) è una pianta annuale dioica (vi sono individui maschili i cui fiori hanno il polline e individui femminili che producono i semi) originaria dell’Asia centrale, che può superare i quattro metri d’altezza; il suo frutto è un acheni di forma ovale comunemente chiamato “seme di canapa” o canapuccia. La sua coltura richiede un terreno profondo, fresco, soffice e ricco di sostanze organiche. La domesticazione della canapa potrebbe essere avvenuta già nella preistoria e il suo arrivo in Europa dovrebbe risalire più o meno al VII secolo a. C. quando i nomadi sciti la portarono nel sud della Russia, da cui si diffuse in Europa e in Asia Minore. Fu subito molto apprezzata perché cresceva su terreni difficili da coltivare, sabbiosi e paludosi, e perché era enormemente produttiva e versatile: dalla canapa si può ottenere olio per illuminazione e cosmesi, fibre tessili, cordami, carta, mangime per il bestiame e anche per l’alimentazione umana grazie alla ricchezza dei suoi semi in proteine, grassi, carboidrati e fibre. Giunio Columella nel I secolo d.C. mette i semi di canapa tra i legumi pregiati dopo lenticchie, ceci, fagioli, dando istruzioni sulla loro coltivazione: “La canapa vuole terreno grasso, concimato e irriguo… in ogni piede quadrato si metteranno sei granelli del suo seme, al levar di Arturo, cioè alla fine di febbraio..”. Col passar dei secoli l’atteggiamento verso l’uso alimentare dei semi di canapa però cambiò, tanto che nel XVI secolo il medico e botanico Castore Durante, nel suo Herbario novo scrisse: “Mangiasi il seme della canapa come i legumi, ma offende lo stomaco ed estingue il seme genitale”. Curiosamente però, ciò che era sconsigliato all’uomo era indicato per gli animali da cortile: “Il seme mangiato dalle galline moltiplica l’ova”. Nonostante i timore del medico umbro del Rinascimento, in Val d’Aosta c’è ancora chi ricorda di aver mangiato i semi di canapa, nei gloriosi tempi della sua gioventù.

Nella bassa Val d’Aosta la coltivazione e la lavorazione della canapa era non soltanto un fatto agricolo-artigianale ma un fenomeno sociale in senso più ampio, che coinvolgeva comunità di località differenti che grazie a questa pianta stabilivano relazioni reciproche e trovavano occasioni di socializzazione che univano coltivatori, tessitori e commercianti. Le piante di canapa erano coltivate lungo il corso della Dora Baltea, intorno ad Arnad – anche se durante il cosiddetto “optimum climatico” dei secoli XIII-XIV in cui il clima in Europa era più caldo di quello attuale, la si coltivava anche a quote maggiori – poi in autunno il filo di canapa raccolto in gomitoli e matasse era portato a spalle su a Champorcher, dove veniva lavorato e tessuto durante le lunghe e buie giornate invernali in cui le normali attività agro-pastorali erano precluse. Nella valle di Champorcher ogni casa aveva un telaio dove lavoravano i tessitori, che più precisamente erano per lo più tessitrici. Finito l’inverno il prodotto finito (teila de meison, per biancheria…) prendeva la strada del fondovalle, dove era non venduto ma scambiato con prodotti agricoli come castagne, vino, grappa… Tessitori uomini, portatrici donne: il trasporto dei grossi carichi era di competenza femminile, qui come altrove: si pensi alle portatrici d’ardesia del Levante ligure.  …

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