La cicerchia, il legume dei mezzadri

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2011, anno LIII, n°2
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Immaginate un paese dove il 10% della popolazione è costituito da immigrati di origine straniera (“extracomunitari” come si dice con moderno eufemismo) bene inseriti nel tessuto sociale.

Un paese dove il 78% dei rifiuti viene riciclato; un paese – per di più – inserito in uno dei più bei paesaggi d’Italia, quello delle colline marchigiane nel cuore delle terre del Verdicchio. Dopo aver immaginato questo paese andateci, perché esiste davvero: si chiama Serra de’Conti, sta in provincia di Ancona a pochi chilometri da Jesi e conta circa 3700 residenti. È un paese veramente, totalmente marchigiano, col centro storico medievale chiuso da mura sul crinale di una collina, fra le cui antiche case in pietra e mattoni s’intrufolano strade selciate raccolte e silenziose. Sulle vie si affacciano eleganti palazzi gentilizi, chiese rinascimentali e barocche e un inaspettato Museo delle Arti Monastiche “Le Stanze del Tempo Sospeso” che racconta la vita nascosta ma varia e attiva di un monastero femminile attraverso i secoli.
Serra sembra un gioiellino della civiltà italiana ma la sua storia non è stata tutta rose e fiori: questa è terra di mezzadria, e facendo il mezzadro non si diventava ricchi… Ora si vive bene qui, tanto che – come si è detto – l’emigrazione si è trasformata in immigrazione, senza contare i tanti tedeschi e olandesi che hanno preso qui le loro seconde case. Industria, turismo… e agricoltura: la terza colonna portante dell’economia e della società serrana del XXI secolo è l’agricoltura di qualità. Una qualità che, come spesso accade, affonda le sue radici nella storia di povertà e di fame dei contadini dei secoli scorsi; la storia di quei cosiddetti “bei tempi andati” che raramente sono stati così belli come ci piace talvolta immaginarli e descriverli.

Regina dell’agricoltura di Serra de’Conti è la cicerchia: il suo nome scientifico è Lathyrus sativus ed è un legume dalla storia antica – risulta che entrasse nell’alimentazione dei soldati di Cesare durante la conquista della Gallia – che oggi viene largamente coltivato in Asia e in Africa Orientale, e più marginalmente in alcune aree dell’Europa mediterranea e in alcune regioni del centro e del sud d’Italia. È una coltura di assicurazione, ovvero è importante in aree a rischio di siccità e di carestia perché resiste bene all’aridità e quindi fornisce un buon raccolto anche quando altre colture non ce la fanno. Ha diversi nomi comuni oltre a cicerchia: può chiamarsi pisello da prato, pisello indiano, veccia indiana, alverjón (in Spagna), guaya (in Etiopia), khesari (in India). In Italia il consumo di questa leguminosa è piuttosto marginale, anche se alcuni anni fa le Regioni Marche, Umbria, Lazio, Molise e Puglia hanno ottenuto dal Ministero delle Politiche Agricole il riconoscimento per la cicerchia di prodotto agroalimentare tradizionale.

I semi della cicerchia, com’è normale trattandosi di una leguminosa, hanno un alto contenuto di proteine; sono anche buone fonti di amido, vitamine B e PP, calcio, fosforo e fibre. Però, come diceva Orazio, est modus in rebus: nella fattispecie ciò significa che non si deve abusare del loro consumo perché le cicerchie contengono anche quantità variabili di una neurotossina: la latirina, ovvero un aminoacido dal lungo nome di acido‚ β-N-oxalyl-L-α,β-diaminopropionico, più in breve ODAP. Si ritiene che questa sostanza causi il neurolatirismo, una patologia neurodegenerativa che porta alla paralisi degli arti inferiori del corpo e che colpisce le popolazioni dove per ragioni di carestia il seme di Lathyrus diventa l’alimento principale (se non l’unico) per lunghi periodi. Accade ancora in Eritrea, in Etiopia e in Afghanistan; ovviamente non si corrono rischi simili in Italia! Sono in corso studi per produrre varietà di Lathyrus sativus con basse concentrazioni di ODAP, che sarebbero di grande utilità per ridurre il problema della fame nelle terre aride e siccitose dell’Africa centrale, là dove la sottonutrizione è un problema sociale ed etico quasi endemico.

A Serra de’ Conti e nelle terre della mezzadria la cicerchia era considerato un legume “povero”, che i mezzadri coltivavano tra i filari di mais insieme ai fagioli e ai ceci per il consumo familiare ma non lo davano certo ai padroni che non l’avrebbero apprezzato, con la sua buccia coriacea e il sapore “rustico”. Peraltro è una coltura plurisecolare, visto che si legge di cicerchie fra i beni familiari posseduti e inventariati in un documento serrano del 1619.  …

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