La regina nera di Sicilia

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2012, anno LIV, n°4

Categoria: Tag: , , , ID:701

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“Se io pratico il non-agire, il popolo si trasforma da solo… Se io mi astengo dall’attività, il popolo si arricchisce da solo”.

Noi occidentali siamo figli di una cultura filosofica e religiosa “greco-ebraico-cristiana” in cui l’agire, il fare, l’operare (possibilmente bene) è misura del valore etico e pratico degli individui e ancor più dei reggitori della società. Noi diciamo che “l’ozio è il padre dei vizi”. Difficile quindi per un europeo comprendere il senso profondo di un precetto come quello taoista succitato, in cui sembra che il valore di un governante stia nell’inazione, nel lasciare che la società intorno a lui proceda senza il suo intervento diretto. Ma forse tra le specie animali sociali ve ne sono alcune in grado di capire gli insegnamenti di Lao-tzu: un alveare è una società affollata e complessa in cui le api regine governano più o meno secondo i precetti taoisti, senza agire, semplicemente “stando lì”.

A parte la fondamentale esperienza del volo nuziale tra il terzo e l’ottavo giorno dopo la nascita essa si accoppia con 15/18 fuchi accumulando 5 milioni di spermatozoi nella sua spermoteca, dove li terrà in vita per il resto dei suoi anni l’ape regina trascorre i suoi quatto anni di regno nell’alveare in un quasi perfetto wu wei; è vero che depone ogni giorno circa 2000 uova ma la sua attività si limita a ciò; per far funzionare la comunità di decine di migliaia di api operaie è sufficiente il rilascio dei suoi feromoni; con la sua sola presenza la regina permea e influenza ogni attività dell’ intero alveare, la raccolta del miele e del polline, la nutrizione delle larve, l’aggressività, tutto.

Per i profani le api sono tutte api, indistinguibili l’una dall’altra. Sbagliato, sia a livello di individui che di specie. Apis mellifera è la specie del genere Apis più diffusa nel mondo, classificata da Linneo nel 1758. Originaria del cosiddetto Vecchio Mondo, cioè Europa, Africa e parte dell’Asia, l’ape comune si differenzia in una trentina di sottospecie, molte delle quali specifiche di ben determinate aree geografiche. Una di queste è la protagonista di una storia a lieto fine – anzi, a lieta trama – che ha come teatro la Sicilia e in particolare la città di Termini Imerese, poco a est di Palermo, erede della colonia greca di Imera divenuta poi punica e infine romana col nome di Thermae Imerae. Qui è il “centro di controllo” dell’operazione di salvataggio e rinascita dell’ape nera sicula (Apis mellifera sicula, Montagano 1911), condotta anche grazie a Slow Food che di questo insetto e del suo miele sopraffino ne ha fatto nel 2008 uno dei suoi trentaquattro Presidi siciliani. Come dice il nome, quest’ape ha origine insulare e le analisi genetiche, in particolare sul DNA mitocondriale, hanno dimostrato che l’ape sicula si distingue dalla principale sottospecie italiana, Apis mellifera ligustica, perché questa è un’ape europea mentre Apis mellifera sicula ha una parte di corredo genetico di origine africana. Più esattamente si dovrebbe parlare di Apis mellifera sicula major, ché esisteva anche una Apis mellifera sicula minor, forse portata in Sicilia dai Greci, oggi estinta.

L’ape sicula è detta “nera” per via del colore scuro dovuto alla colorazione bruna dei primi tergiti addominali, anche se i peli del torace e dell’addome sono giallastri. Cromia a parte, l’ape sicula presenta interessanti peculiarità: in primis ha una maggiore varianza genetica rispetto a tutte le sottospecie di api europee, grazie alle sue origini africane; poi è capace di sviluppare colonie numerose anche partendo da piccoli nuclei. Morfologicamente ha le ali più piccole, poi la covata si sviluppa precocemente, già tra dicembre e gennaio, e non c’è il blocco di covata invernale, quindi le api sicule sono operative più a lungo rispetto all’ape ligustica e alle altre api nordiche; in parole povere producono miele anche nei mesi in cui le loro “colleghe” di altre sottospecie sono a riposo. È molto produttiva anche a temperature elevate, oltre i 40° che bloccano le altre api, e sopporta bene gli sbalzi di temperatura, per cui è attiva anche nelle serre, dove si può passare facilmente dagli 0° gradi della notte ai 40° gradi del giorno; ciò la rende ideale per l’impollinazione delle colture da serra. Inoltre è frugale e parca nei consumi di miele, e ciò aumenta la probabilità di sopravvivenza dell’alveare nei periodi di scarso raccolto (e lascia una maggior quantità di miele a disposizione degli apicoltori…). Inoltre ha una forte capacità di autodifesa che fa sì che sia quasi impossibile saccheggiarne gli alveari ma al contempo (pur essendo di origine africana, terra le cui api sono tutte aggressive e non addomesticabili) è molto docile e gli apicoltori possono operare anche senza maschere perché è basso il rischio di essere punti. Last but absolutely not least, grazie alla sua origine africana, l’ape nera sicula si è dimostrata molto resistente alle malattie e in grado di superare senza danni le grandi morie dovute alla varroa e alle virosi annesse che hanno colpito gravemente gli alveari in Europa e nel mondo dal 1985 in avanti.  …

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