L’oro italiano è oro ossolano

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2013, anno LV, n°2
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Qualunque evento della storia può essere osservato da diversi punti di vista, dando maggiore importanza a una o a un’altra delle sue molteplici caratteristiche.

Ciò vale anche per l’argomento di questo articolo, a cui si potrebbero dar titoli diversi ma ugualmente significativi; quello scelto riprende un’affermazione di un importante ingegnere minerario, ma medesima autorevolezza hanno queste parole: “Non potevi chiederti se avesse un senso quella vita, perché non ne era data una diversa da scegliere”.

La principale zona aurifera d’Italia si trova in provincia di Verbania, nella “punta” settentrionale del Piemonte: è la valle Anzasca, scavata dal torrente Anza che affluisce nel Toce prima che esso si immetta nel Lago Maggiore, dove si unisce al Ticino che arriva dalla Svizzera; grazie all’apporto del Toce, quando il Ticino esce dal lago diventa il fiume più ricco d’oro d’Italia. L’Anza è alimentato dai ghiacciai del Monte Rosa, che chiude la testata della valle con la sua spettacolare parete est, l’unica “himalayana” dell’intera catena alpina, che si innalza per duemilaseicento metri a ovest della conca di Macugnaga, la Makanà dei walser. Gli insediamenti della conca di Macugnaga appaiono in un documento del 999 del vescovo di Milano, Arnulfo, come “alpicelli”; dovrebbe essere la più antica testimonianza scritta in cui si legge il termine “alpe” inteso come luogo di pascolo estivo per il bestiame. Il centro emotivo e culturale della Makanà di un tempo e di oggi è la chiesa vecchia accanto a cui sorge, antico, acciaccato e sorretto da pali e stampelle, un tiglio monumentale che per secoli ha visto gli abitanti del paese riunirsi sotto le sue fronde a discutere e prendere decisioni. Un po’ più a valle, nella frazione Borca, un edificio in legno scuro, secondo la più tipica architettura locale, ospita il Museo Alts Walserhüüs Van Zer Burfuggu, in italiano il Museo dell’Antica Casa Walser di Borca, che racconta la storia e la cultura di questi italiani di alta montagna che parlano un dialetto “altissimo alemanno” (Höchstalemannisch), molto simile al dialetto svizzero-tedesco arcaico. Di fronte al museo si stacca una straduzza che porta alla località Fornarelli e a una rumorosa cascata del torrente Quarazza. Lì un basso edificio in legno dà accesso alla Miniera della Guia, unica miniera d’oro italiana visitabile dal pubblico. Ma certo non l’unica della valle, ché fra miniere e sondaggi in valle Anzasca ci sono circa settanta siti auriferi e la miniera principale, quella di Pestarena, ha più di ottanta chilometri di gallerie. Perché qui la ricerca dell’oro è cosa antica, i primi sono stati i romani o forse addirittura i celti.

L’oro anzasco non si trova in pepite ma è presente come impurità nei minerali di pirite e di quarzo inserite in filoni negli gneiss e nei micascisti, soprattutto nell’arsenopirite. La miniera della Guiafu scoperta nel 1710 dai fratelli De Paolis, cercatori d’oro della Valsesia; per diversi decenni gli scavi avanzarono molto lentamente, si frantumava a mano il duro granito con punta e mazza e le attrezzature erano fatte artigianalmente con pietra e legno di larice; poi nell’800 fu introdotto l’uso della polvere pirica e della dinamite e quando agli inizi del ’900 fu aperta la strada (prima si risaliva la valle lungo mulattiere e sentieri), arrivò la tecnologia a semplificare il lavoro dei minatori. Tecnologia sotto forma di perforatrici pneumatiche, che rendevano assai più rapida la frantumazione della roccia ma sollevavano polvere fine che veniva respirata dai minatori e causava la silicosi, una malattia che uccide in fretta, i minatori morivano intorno ai quarant’anni. Però, come si diceva all’inizio, per chi viveva in questa valle “non era data una vita diversa da scegliere”. In realtà si, c’erano ben due vite diverse possibili: la pastorizia e il contrabbando. Ed entrambe venivano praticate, aggiungendosi al lavoro nelle miniere come fonte di reddito per le famiglie della valle: da bambini tutti erano pastorelli e a dodici anni entravano come garzoni in miniera, per poi “far carriera” lì sotto la montagna, sino ai quarant’anni. La valle delle vedove, la chiamavano… Una valle anche di forte immigrazione perché i posti lasciati liberi dai minatori uccisi dalla silicosi venivano rapidamente occupati da giovani immigrati. Non ci si stupisca della “fretta” che cent’anni fa molti italiani avevano di salire in questa valle, lontana da tutto e abitata da genti differenti per lingua e per tradizioni, per ottenere un lavoro che li avrebbe portati alla morte prematuramente: una parte dell’oro che viene estratto oggi, nel XXI secolo così evoluto coi suoi internet, facebook, blogs e compagnia bella, arriva da giacimenti e miniere a cielo aperto africane e brasiliane i cui la vita dei minatori è anche peggiore di quella dei loro colleghi ossolani di un secolo fa; i disperati che estraggono l’oro con cui si fabbricano le fedi nuziali si avvelenano col mercurio e col cianuro – usati per separare l’oro dalla roccia – e muoiono anzitempo, eppure il mestiere del cercatore d’oro continua a essere professato. Auri sacra fames, verrebbe da dire, ma più spesso è, oggi come allora, mancanza di alternative per sopravvivere.

Nella “valle delle vedove” dei walser i minatori arrivavano da tutt’Italia, a migliaia. Certo sorgevano problemi di comprensione fra gente di diverse culture – esattamente come accadde nel secondo dopoguerra coi “terroni” saliti nelle città industriali del Nord e come succede oggi con gli africani che sbarcano a Lampedusa; però molte vedove si risposavano coi minatori immigrati e ciò portò a una profonda mescolanza etnica nella popolazione della valle, evitandole i problemi sanitari dovuti all’eccesso di consanguineità, presenti in altre valli a economia più chiusa dove i matrimoni avvenivano prevalentemente fra parenti, se pur lontani.  …

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