L’orto dei simboli fra Medioevo e contemporaneità

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2011, anno LIII, n°4
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Pian di Massiano è un grosso parcheggio con qualche albero giovane che ce la mette tutta a fare un po’ d’ombra sulla distesa d’asfalto.

È uno di quei “non-luoghi” tipici della civiltà globalizzata del XXI secolo, che potrebbe trovarsi in una qualsiasi città europea, americana o dell’Estremo Oriente asiatico. La gente arriva, posteggia l’automobile, poi sale su una specie di ovetto metallico grigio che scivola silenzioso su rotaie sopraelevate. L’oggetto sinuoseggia salendo con leggerezza fra palazzi e condominî, poi entra in galleria e dopo diverse soste alle opportune fermate intermedie giunge al capolinea di fine corsa, il Terminal Pincetto. Uscendo a riveder le stelle (o meglio il sole, se è giorno) ci si trova nel centro storico di Perugia. Ché il Minimetrò del capoluogo dell’Umbria è uno dei gioielli tecnologici del (talvolta scalcagnato) trasporto pubblico italiano.

A sud-est del centro storico, il Corso Cavour è piacevole da percorrere a piedi in un ambiente urbano che ricorda certe strade del centro di Roma di antica e popolare nobiltà; a sud di Porta San Pietro il corso continua col nome di Borgo XX Giugno, che ricorda il 20 giugno 1859, giorno delle “stragi di Perugia” perpetrate dai reggimenti svizzeri che papa Pio IX aveva inviato in città per combattere i patrioti che si erano ribellati al governo dello Stato della Chiesa e propugnavano l’unione dell’Umbria al nascente Regno d’Italia.

In fondo al Borgo spicca il campanile quattrocentesco dell’abbazia benedettina di San Pietro, una complessa architettura edificata nel X secolo su un cimitero etrusco-romano e su un tempio paleocristiano che forse fu la prima cattedrale della città; l’abbazia oggi è sede della Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Perugia. La chiesa merita una visita non superficiale, ricca di affreschi, tele e opere d’arte, ma la parte più interessante del complesso abbaziale è l’Orto Medievale, un luogo di importanza storica perché è attraversato da un tratto dell’originaria via etrusco-romana diretta a Roma e conserva l’antica porta urbica del 1200 e i resti delle mura benedettina della fine del XVI secolo; ma – soprattutto – è importante per il significato culturale-religioso-simbolico che riveste; non è un orto botanico in senso stretto, anche se vi si trovano specie e varietà tipiche del Medioevo, che hanno valore scientifico perché permettono il recupero di antiche linee genetiche. Piuttosto è un pezzo di Medioevo trasportato nel XXI secolo; un luogo particolare che necessita di una giusta chiave di lettura per essere compreso, per non apparire agli occhi del visitatore moderno un piacevole giardino ma anche un coacervo di simboli incomprensibili.
Quest’orto è una struttura atipica perché attraverso un giardino reale realizza il concetto astratto di giardino monastico medievale, legato ai criteri religiosi e culturali dell’uomo medievale coi suoi miti e credenze; criteri, miti e credenze legati inevitabilmente agli eterni quesiti esistenziali dell’uomo che si pone in relazione con la natura e la divinità.

Storicamente si ispira all’hortus conclusus dei monasteri, un giardino chiuso da una cortina muraria ove grazie al lavoro della terra (ora et labora) e alle attività di lettura e di copiatura delle opere naturalistiche antiche venivano coltivate piante aromatiche e benefiche per la salute del corpo, legumi e ortaggi e alberi da frutto necessari per l’alimentazione, fi per l’altare della chiesa. Naturalmente era essenziale nel giardino-orto la presenza dell’acqua giacché il monastero era separato dal mondo; al suo interno, grazie ai pozzi, agli orti e agli alberi da frutto, si realizzava un “paradiso” nel senso originario del termine1. Al centro del chiostro benedettino di solito v’era un pozzo o una cisterna (allegoria di Cristo sorgente di vita) o era piantato un albero (allegoria dell’Albero della vita del Paradiso Terrestre); da qui partivano quattro brevi corsi d’acqua o quattro sentieri disposti a croce, per ricordare i quattro fiumi del mondo descritti nella Genesi.

L’Orto Medievale intende raccontare e rappresentare tutto ciò: la corretta lettura dei suoi “segni” permette la riscoperta del Creato e dell’uomo che ne sta al centro. La visita dell’Orto e del complesso edilizio ad esso collegato avviene attraverso un percorso narrativo quasi dantesco, che inizia dalle forme primordiali ideali e matematiche, attraversa il disordine naturale della foresta e giunge al tempo e al luogo di cui la razionalità creativa dell’uomo si afferma sulla natura; è un percorso spirituale, quasi animistico, coerente con la visione medievale dell’uomo “pellegrino” sulla terra, articolato in 10 stadi successivi.  …

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