Luigi Tenco: canterò finché avrò qualcosa da dire

Rivista: Gazzettino Sampierdarenese
Editore: S.E.S. – Società Editrice Sampierdarenese
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: Febbraio 2008, anno XXXVI, n°2

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Perché ancora un libro su Luigi Tenco? È lo stesso Parodi a spiegarlo: perché Tenco artisticamente continua a vivere, anzi oggi la sua musica e le sue canzoni, attraverso le voci di artisti italiani e stranieri, arrivano anche dove non giunsero quando era ancora vivo. Tenco, insomma, è diventato un classico, e dei classici ha senso parlare e riparlare, scriverne e riscriverne. E poi, è sempre Parodi a notarlo, perché nel pensare comune il nome di Tenco si lega immediatamente al suicidio e invece ciò che fa di lui un grande – oltre che uno dei “padri fondatori” – della canzone d’autore italiana del secondo Novecento sono stati il suo talento e la sua creatività; la sua vita, insomma.
E la vita di Luigi Tenco viene qui raccontata con scrupolo e precisione; attraverso conversazioni e interviste fatte a una quantità di persone che lo avevano conosciuto più o meno profondamente, parenti, amici, colleghi artisti, Parodi ricostruisce l’esistenza del bambino-ragazzo-uomo Tenco dai primi avvenimenti (quanto importanti!) della sua infanzia vissuta fra le colline piemontesi dell’Alto Monferrato all’adolescenza genovese, all’attività artistica svolta fra Genova, Roma, Milano, sino alla notte fra il 26 e il 27 gennaio 1967, quando decise di smettere di vivere. L’uomo morì, ovviamente non l’artista, giacché, come dice Cechov (citato da Parodi): “Dove c’è talento non c’è solitudine, non c’è vecchiaia, non c’è malattia, e anche la morte è un male relativo”.

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