Ormea: una villeggiatura di origini antiche

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 1999, anno XLI n° 2

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Immagini del centro storico di Ormea, fatto di vicoli che ricordano i “carrugi” della Liguria.

Oggi Ormea tende a recuperare la propria identità storica e culturale essenzialmente a fini turistici, grazie al suo bel “centro storico”, alle fiere di prodotti agricoli della valle, alle mostre di pittori locali, al fascino “ecologico” della quindicina di frazioni sparpagliate fra i castagni del fondovalle e le rocce degli alti pascoli, ciascuna con la sua chiesa, poche mucche ed alcune vecchine col fazzoletto in testa e spalle curve di fascine, che attraversano i boschi dove i telefonini “prendono”.

Le foreste dell’Europa preistorica o medievale erano tutt’altra cosa dai boschi moderni, sempre troppo presto interrotti da strade, ferrovie, città e campi coltivati. E nelle selve c’erano alberi che ormai, fra i pioppeti industriali della pianura e i rimboschimenti ad abete rosso delle montagne, si incontrano difficilmente. Gli olmi, ad esempio. Quanti sanno riconoscere un olmo? Dove crescono gli olmi del Duemila, in Italia? Sono forse più diffuse le araucarie, che pure arrivano dal Cile. Però pare che un tempo nell’alta Val Tanaro, ce ne fossero molti, di olmi, tanto da dare il nome a un paese. L’alta Val Tanaro occupa la parte più meridionale della provincia di Cuneo e sconfina in provincia di Imperia; ha un bell’aspetto alpino, anche se i crinali di spartiacque scompaiono a volte nel marin, quella nebbiolina umida e tiepida che sale dalla vicinissima costa di Imperia e di Albenga, per ricordarci che il confine tra Piemonte e Liguria è qualcosa di geograficamente e culturalmente impreciso. E dagli oltre 2000 metri delle cime che delimitano la valle (Pizzo d’Ormea, Mongioje, Marguareis, Saccarello) si possono scorgere sia le vette alpine, il Monviso, il Monte Rosa e l’Adamello, sia il Mar Ligure, con Genova, la Corsica e le Alpi Apuane. è una valle “ubertosa”, si sarebbe scritto un tempo, ricca d’acque, sia di quelle antiche ed umili dei ruscelli che scorrono tra i boschi e i campi sia di quelle, molto più moderne, delle sorgenti oligominerali (che poi, quale sorgente di montagna non è minerale?) captate, imbottigliate con marchio di chiara fama e vendute nei supermercati delle città. Ma sono molte le sorgenti che vantano preclare virtù curative e diuretiche, a detta dei valligiani, e perché non creder loro?

Guardando dal Pizzo o dall’Armetta giù verso il fiume che scorre verso nord si nota una specie di cuore rosso fatto di antiche case in pietra coi coppi sui tetti, e sfrangiato di edifici più moderni tutt’intorno. è Ormea, l’Ulmeta delle antiche stampe, un borgo fitto fitto con tanti caruggi quasi liguri, capoluogo di un comune molto vasto, ricco di numerose frazioni un po’ turistiche un po’ agropastorali sparse sui versanti dei monti e nel fondovalle del Tanaro.

I primi ormeesi non abitavano lì, così a due passi dal fiume. Pare piuttosto che avessero preso dimora nella Balma del Messere presso l’attuale frazione di Cantarana; la Balma è una grotta calcarea come ce ne sono tante nelle Alpi Marittime, che è una tra le più estese regioni carsiche d’Europa, ricchissima di anfratti e cavità varie. Non sapevano ancora di essere ormeesi, né tantomeno Homines sapientes (plurale di Homo sapiens) del medio-neolitico, impegnati com’erano a sopravvivere fra glaciazioni e orsi delle caverne. Discendenti diretti di costoro o immigrati che fossero (ché già allora i popoli si spostavano dall’Africa verso l’Europa), in queste terre negli ultimi secoli avanti Cristo ci vissero i liguri, della tribù dei Vagienni, che nel 124 a.C. furono sconfitti militarmente dai romani. Caduto l’Impero Romano, l’Alto Medioevo qui non fu certamente diverso dal resto della Liguria e del basso Piemonte: dalle pianure dell’Europa centrale arrivarono i longobardi e i franchi, dal Mediterraneo i saraceni, che partendo dalle loro basi sulla costa della Provenza (Frassineto = Saint Tropez) risalirono le valli e valicarono i passi alpini espandendosi in Piemonte, prima per razziare e saccheggiare, poi forse per installarsi come pastori, o commercianti e contrabbandieri di sale e di pesce; all’agosto del 906 dovrebbe datarsi la prima incursione di saraceni nella valle. Alcuni di essi si sistemarono nella Balma sopra Cantarana che già fu tetto ai preistorici. Che la leggenda vuole sia stata anche rifugio dei fuggitivi sposi Adelasia e Aleramo (quelli di Alassio e della Marca Aleramica, ma è una leggenda questa di ben più ampi orizzonti). E che si dice sia stata, molti secoli dopo, visitata dal poeta inglese Byron, che lasciò scritti due versi su un pezzo di roccia. Fu una postazione saracena la torre ancora oggi alta a guardia della valle poco a nord di Ormea. E tracce “vive” del passaggio degli arabi in queste valli restano anche nei volti e nei colori di alcuni abitanti, mentre certi cognomi rimandano agli invasori dell’Europa centrale: Lanteri, Arduino. A dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che parlare in Italia di “razza”, sia essa latina o celtica o che altro mai, è solo una ridicola chiacchiera da bar.

Arrivando al X secolo, finalmente la proto-Ormea inizia a dar contezza di sé, tra il rio Armella e il Tanaro, nella piana solida e ricca di sorgenti. Va detto che le notizie sulla reale origine del borgo sono molto vaghe. Il riferimento toponomastico agli olmi può derivare dal fatto che per gli antichi liguri questo era un albero sacro, e un grosso olmo poteva servire come punto di incontro per le popolazioni della zona. Come è stato ben dimostrato dall’enorme altissimo esemplare che per decenni ha ombreggiato la piazza principale del paese, con un cerchio di panchine in pietra intorno al tronco, affollate in estate di vecchi e di ragazzini. Ma nulla è eterno, nemmeno il grande olmo di Ormea. Che venne sostituito, post mortem, da un giovane discepolo di assai minor fortuna, giacché perì tragicamente dopo pochi anni, schiantato da una bufera di vento poco usuale per quei luoghi e adattissima a far discutere la gente sulle bizzarrie del clima, fra effetto serra e Nino. “Il 97? Ottima annata per il vino, ma El Nino è stato molto violento”. Divagazioni.

Dapprima si trattò di due piccole borgate di pastori, poi si estesero, e venne su il paese cicciotto e irregolare che porta ancora bene i suoi secoli. In effetti il centro storico (“il paese”) è uno dei meglio conservati della regione, e può ben confrontarsi con la vicina Pieve di Teco dai lunghi portici; tra le case dalle ripide scale interne coi gradini alti si srotolano vicoli lastricati pulitissimi, i trevi, di aspetto più ligure che piemontese nel loro girovagare a saliscendi fra gli edifici. La via Roma, una strada in leggera discesa, più larga e più diritta delle altre, taglia in due il paese unendo la piazza a monte, quella con l’olmo, il Municipio e la posta, alla piazza della chiesa, più bassa e rivolta al Tanaro che scende verso la pianura ancora lontana. La chiesa parrocchiale di San Martino conserva al suo interno un bellissimo pulpito in legno del XVIII secolo ed un altare maggiore monumentale; l’opera artistica forse più interessante (ma dipende dai gusti) è un affresco datato 11 novembre 1397, che riproduce alcuni fatti della vita del vescovo san Martino e il Cristo Pantocratore, riportato alla luce grazie all’intelligente opera di restauro voluta dal parroco diversi anni fa; si dice che questo sia il più antico affresco del Monregalese. Esattamente sotto al campanile romanico in pietra a vista c’è la porta settentrionale di accesso al borgo, detta di Borganza; nascosta nei trevi è invece la casa del marchese, forse del XIV secolo, con tracce di affreschi sulla facciata, un listone di tavolette di marmi neri di estrazione locale scolpiti a fregi e figure e una bella bifora. La tradizione vuole che qui vivesse il signorotto locale e qui esercitasse lo jus primae noctis. In cima alla via Roma brilla ridipinta di fresco una meridiana (una delle tante presenti nella Liguria interna, che meriterebbero un inventario, se non c’è già). Lungo la strada l’occhio attento ai particolari noterà i numerosissimi balconcini con le ringhiere in ferro battuto, piccoli capolavori d’architettura minore. Esistevano anche le mura, fatte costruire dal marchese di Ceva Giorgio II il Nano nel 1296. Ma ora non ne restano tracce evidenti. C’è anche (e poteva mancare?) il castello, su uno sperone roccioso proprio sopra il paese: era un ottimo posto per sorvegliare la valle e l’accesso dalla Liguria verso nord. Dapprima fu una piccola torre, poi ampliata dai marchesi di Ceva. Giorgio II nel 1296 lo unì alle mura; nel 1538 un marchese dall’ameno nome di Garcilasco lo rinforzò con bastioni e torrioni. Nel 1625 il principe Maurizio di Savoia lo ingrandì ancora e divenne una fortezza per il governatore. I francesi di Napoleone nel 1795 lo minarono, e fu la sua fine. Ora tra i suoi resti crescono gli abeti. Ma il panorama da lassù non è niente male.

Il primo signore “de Ulmeta” di cui si ha notizia fu tal Enrico, discendente laterale del marchese Aleramo, della Marca Aleramica; di lui si sa che nel 1150 permise agli ormeesi di dissodare e coltivare i terreni, liberandoli dall’obbligo dell’attività pastorale. Peraltro l’allevamento rimase sempre importante: queste non sono terre molto adatte all’agricoltura, e i pascoli migliori, quelli nell’alta valle, intorno al borgo di Viozene, furono oggetto di plurisecolari liti e contese fra Ormea e la ligure Pieve di Teco, almeno fino al XVIII secolo.

Nel 1142 Ormea entra a far parte del Marchesato di Ceva. Sono di questo periodo gli Statuti, destinati a regolare la vita sociale ed economica del paese per diversi secoli; furono confermati nel 1291 e modificati in seguito; redatti in latino volgare, trattano dei più disparati problemi di convivenza civile (De laborantibus terras comunis, de ducentibus aquam Armele in pratis, de homicidio, de bosco Tanagri, de blasfemantibus Deum, de falsa moneta, de iniuria dicta mulieri…. – “dei lavoratori delle terre del comune, del condurre l’acqua dell’Armella nei prati, dell’omicidio, del bosco del Tanaro, dei bestemmiatori di Dio, della falsa moneta, dell’ingiuria detta a una donna…”), prevedono il principio della pena pecuniaria (il “banno”) e la pena di morte per l’omicidio. Esistono anche altre pene personali per chi non volesse o potesse pagare. Sono espressione di un ambiente culturale ed economico ligure, in un borgo agricolo e pastorale sotto il dominio di grandi famiglie signorili. Grandi, insomma: grandi relativamente alla piccolezza del paese, ecco.

Tra le eredità di quei lontani secoli affollati di popoli diversi abbiamo le attuali lingue ed i dialetti. Come si parla, a Ormea? Eh, si parla strano. Il dialetto di Ormea è parlato solo nel comune, questa è un’isola dialettale. Non è interamente piemontese, né totalmente ligure. Scendendo la valle, verso nord-est già a Garessio si ascolta un dialetto piemontese; risalendola verso sud, si incontrano subito dialetti liguri. L’ormeese nasce dalla mescolanza di parlate e vocaboli piemontesi, genovesi, francesi, provenzali, spagnoli e arabi; ha suoni insoliti, come la zeta con pronuncia molto netta, che si ritrova solo in qualche località dell’alta Val Bormida e sui crinali a nord di Savona. Può darsi che ci sia una ragione etnica di questa concordanza, forse tribù liguri che abitavano i monti di spartiacque, di cui questi suoni inusuali sono le ultime tracce rimaste. Allontanandosi dalla Liguria, si trova che alcune parole campane e siciliane sono quasi identiche ai corrispondenti vocaboli ormeesi: ma qui forse la causa di queste somiglianze va cercata nell’influenza araba sul Mediterraneo medievale.

Più nettamente provenzale è la parlata di Viozene, la frazione più occidentale del comune di Ormea. Viozene in realtà rientra a buon diritto nell’area di cultura brigasca che comprende anche i tre piccoli centri del comune di Briga Alta (Carnino, Upega, Piaggia) alla testata della Val Tanaro, e le frazioni Realdo e Verdeggia del comune ligure di Triora, sotto il Monte Saccarello nell’alta Valle Argentina; queste cinque località costituiscono la parte rimasta italiana del più vasto territorio di Briga Marittima, con capoluogo in Val Roja presso Tenda, che prima della seconda guerra mondiale era piemontese ed ora è un comune francese col nome di La Brigue. Il brigasco è un dialetto occitano. Una parte (piccola) cioè di quell’insieme di dialetti parlati nelle Alpi del Piemonte meridionale e nel Midi francese (Provenza, Camargue), superstiti eredi della langue d’oc, quella della poesia amorosa medievale, dei trovatori e dei catari.

A proposito di trovatori: nella storia dell’Ormea medievale non poteva mancare una vicenda di amore e morte; si narra infatti che ivi vivesse la bella Ildegonda, promessa sposa al marchese Belisario, uomo, ahilei, rude e violento; com’è come non è, nella valle compare un giovane trovatore, Gualtiero, presumibilmente bello, spiantato e con l’animo traboccante di poesia. Ovviamente Ildegonda e Gualtiero si innamorano, e si sa come vanno a finire queste cose: scoperti dal feroce marchese i due fuggono, in una notte buia e tempestosa, e per non farsi prendere dai bravi del marchese si gettano nelle acque (ovviamente tumultuose) del torrente Armella. In seguito Belisario fece erigere un ponte in pietra nel luogo dove i due amanti erano scomparsi, chiamandolo Ponte del peccato; ma i valligiani ironicamente lo definirono Ponte dei Corni. Questa la leggenda: la realtà prosaica e banale dice che il ponte è del XVIII secolo e che i “corni” sono in realtà i “colni”, tubi di captazione dell’acqua della vicina fonte della Pietra Grossa. Ma è molto più bello credere alla leggenda, no?

Il nome di Ormea entrerà a pieno titolo nella storia del Piemonte nel 1700, grazie ad un uomo che veramente non era nemmeno ormeese. Il marchese di Ormea, infatti, nacque come Carlo Francesco Vincenzo Ferrero a Mondovì nel 1680 da nobile e potente famiglia. Fu uno statista di fama che ricoprì le cariche di ministro dell’Interno e degli Esteri del regno sabaudo sotto Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III. Fu nominato marchese di Ormea nel 1722. Come politico, curò particolarmente i rapporti con la Santa Sede e si interessò dello sviluppo culturale di Torino, chiamando a lavorare architetti come Juvarra, e istituendo la Stamperia Reale. Come marchese di Ormea effettivamente si occupò molto del paese. Si dedicò allo sviluppo dell’industria tessile e nel 1724 fece costruire “un rinomato lanifizio regio” in cui “i lavori e massime gli scarlatti vi riuscivano così eccellenti da gareggiare con quelli delle fabbriche d’Inghilterra”, come dice il rev. S. Odasso nei suoi Ricordi storici di Ormea del 1912. L’attività tessile continuò con vigore per qualche decennio, impiegando fra 300 e 1100 addetti. Fu l’arrivo dei francesi di Napoleone ad interrompere la produzione di tessuti, poiché incendiarono lo stabilimento, nel 1799. In seguito l’edificio dell’ex-lanificio venne restaurato e adattato ad ospitare il Municipio.

In tempi più moderni l’industria locale fu la cartiera, edificata nel 1902 alcuni chilometri a valle del paese. Per alcuni decenni fu uno stabilimento di prim’ordine, ma anche i suoi tempi finirono. Continua a lavorare, ma il fiore all’occhiello dell’industria locale oggi è un nuovo stabilimento di imbottigliamento di acque minerali sorto nei pressi.
L’inizio del XX secolo, quando divenne comune, almeno per chi poteva permetterselo, andare in villeggiatura, fu l’epoca d’oro di Ormea come località turistica: numerose ville signorili sorsero a valle del paese lungo il fiume e tra i boschi lungo la strada che sale al Colle di Nava verso la Liguria; la villa del conte Bensa di Portomaurizio, in stile medievale, divenne negli anni venti il Casinò municipale. Al suo fianco si innalzava il Grand Hotel, una sciccheria da ricchi con stabilimento idroterapico; ora che i ricchini vanno a Porto Cervo e a Cortina e i ricconi alle Bermude, Ormea non conta più quarantadue alberghi come negli anni d’oro ma numerose seconde case, abitate d’estate dalle famiglie liguri per le piccole gioie naturali dei boschi tranquilli, i torrenti puliti, i funghi ed il parco giochi per i bimbi. E il Grand Hotel è diventato sede della scuola forestale. Una curiosità che testimonia l’importanza turistica che ebbe Ormea è il grande numero di cartoline illustrate che furono stampate nel periodo d’oro della villeggiatura, dal 1899 agli anni Trenta: almeno 600 sono le immagini d’epoca del paese e dei suoi personaggi illustri, uno dei quali fu Stefano Cagna, aviatore, che partecipò prima alla spedizione di salvataggio della Tenda Rossa, raggiungendo i superstiti del dirigibile Italia caduto verso il Polo Nord nel 1928 e poi alla traversata atlantica dei dodici apparecchi del generale Balbo nel 1931.

A fine Ottocento a Ormea arrivò anche il treno. Parte da Ceva, sulla Savona-Torino, e si ferma qui. Una stazione con tanti binari morti rutilanti di erbacce, un giardinetto, un bar. Un paese come si deve è giusto che abbia una stazione. è una linea secondaria (i rami secchi) che le FS tengono aperta stagionalmente per i pendolari ma che se potessero chiuderebbero. E invece ce ne fossero, di linee così. Certo, il fascino che avevano le vecchie locomotive marroni che mio nonno mi portava a veder arrivare in stazione quand’ero bambino, le attuali diesel non lo emanano più, ma è sempre meglio delle banalissime corriere blu che arrivano da Imperia. Che prima di essere grosse corriere blu erano rumorose automobili. Infatti il servizio pubblico con Oneglia divenne motorizzato nel 1909, ed una cartolina dell’epoca riprende la partenza dell’automobile dalla piazza del Municipio, tra una compatta folla di curiosi.

Oggi il paese tende a recuperare la propria identità storica e culturale essenzialmente a fini turistici, grazie al suo bel “centro storico”, alle fiere di prodotti agricoli della valle, alle mostre di pittori locali, al fascino “ecologico” della quindicina di frazioni sparpagliate fra i castagni del fondovalle e le rocce degli alti pascoli, ciascuna con la sua chiesa, poche mucche ed alcune vecchine col fazzoletto in testa e le spalle curve di fascine, che attraversano boschi dove i telefonini “prendono”. E grazie anche al buon mangiare e al buon bere, ché si parlò delle acque minerali ma anche i vini, suvvia. Più che per i vigneti locali, sulle fasce a solatio a valle del paese, il nome di Ormea si lega al vino per l’Ormeasco, vitigno rosso chiaro coltivato oggi nell’ambito della Riviera di Ponente DOC a Pornassio (IM), giù dal Colle di Nava verso Pieve di Teco. è piacevole berlo giovane, magari mangiando qualche piatto di aspirazioni raffinate fatto di ingredienti che un tempo erano cibi di povertà, come la pasta di grano saraceno o la cassata di patate.
E tutto ciò aspettando e un po’ temendo il completamento del tunnel di Cantarana che bucherà il Colle di Nava abbreviando di molto il transito dal Piemonte verso la Riviera dei Fiori, portando più traffico e avvicinando Ormea alla costa turistica e animata. Sarà un vantaggio? Meglio molti passanti frettolosi o pochi estimatori posapiano? Si potrebbe dire “ai posteri l’ardua sentenza” ma è già stato detto. Accontentiamoci di aspettare.

Bibliografia

S. Pelazza Ormea piccola patria, Lions Club Nava-Alpi Marittime, 1991.
Guida di Ormea, a cura delle “Campane di San Martino”, 1986.
Cartoline e testi d’epoca, a cura di Giorgio e Mauro Ferraris, Associazione Studi Ormeaschi, 1989.
I.G. Pelazza, Il ponte dei Corni, manoscritto, Genova, 1980

 

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