Otto sorelle profumate e colorate

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2010, anno LII, n°1

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Nelle serene giornate d’inverno, dalla collina di San Maurizio lo sguardo spazia sulla sottostante città di Pinerolo coi suoi palazzi e le vie elegantemente piemontesi.

Intorno alla città l’orizzonte sale verso il Monviso e le Alpi Cozie innevate, poi scende sulle foschie della pianura che inizia ad esser Padana. A mezza via fra le vette e il piano c’è una stretta fascia di colline coperte di boschi e frutteti, illuminate dal sole anche quando pochi chilometri più a est le campagne intorno al giovane Po sono accecate da una nebbia fitta e grigia. I terreni marginali di queste colline custodiscono un tesoro della storia piemontese e italiana, che ha rischiato di scomparire per sempre e che è invece sopravvissuto grazie al buon senso di qualche contadino e all’intelligenza di alcuni enti e organizzazioni – Slow Food in primis, poi la Provincia di Torino e altri – che gli hanno dato credito, sostegno e visibilità. È un tesoro che gli antichi greci avrebbero definito “kalokagazòs”, ‘bello e buono’ perché davvero lo è: un tesoro fatto di mele.
L’amicizia fra gli uomini e le mele risale forse ai primi momenti della storia, considerando che la tradizione considera un melo quell’albero da cui Eva colse il frutto del peccato originale – albero che la Bibbia si limita a definire “della conoscenza del bene e del male” (Gen 2,17) senza scendere in precisazioni botaniche. Non si sa di dove sia originario il genere Malus, ma i dati ottenuti recentemente studiando il genoma di Malus domestica portano a ritenere che i meli coltivati derivino dalla domesticazione di Malus sieversii, specie selvatica che forma boschi nelle montagne del Tian Shan, fra il Kazakistan e la Cina – cosa che ha portato qualcuno a ipotizzare che il Paradiso Terrestre si trovasse da quelle parti… – mentre c’è poca affinità genetica tra le mele che mangiamo e Malus sylvestris, il melo selvatico europeo che abita anche i boschi italiani.

In Piemonte si iniziò a coltivare meli verso la fine del Medioevo, grazie all’attività dei monaci che nei giardini delle abbazie e dei monasteri conservavano, cercando di migliorarle, le varietà spontanee che erano sopravvissute alla decadenza dell’agricoltura provocata dai ripetuti passaggi dei barbari. Fin verso la fine del Quattrocento la frutta rimase alimento per le classi privilegiate, dopodiché la coltivazione delle mele divenne attività comune per i contadini, che di valle in valle si scambiavano semi, frutti e piante delle diverse varietà senza badare a confi    di stato o a limiti geopolitici. Quelli che nel XVIII secolo passavano le Alpi per andare a lavorare in Francia portarono in Piemonte nuovi innesti e nuove tecniche di coltivazione e, col tempo, nelle campagne piemontesi si arrivò a coltivare migliaia di varietà diverse di mele, facendo di questa regione la prima produttrice italiana di questa frutta. Nel XX secolo l’agricoltura divenne una faccenda industriale e iniziò la selezione: le varietà poco produttive e quelle che fanno frutti piccoli, poco maneggiabili coi macchinari o non belli a vedersi (poco colorati o di forma irregolare) vennero messe da parte in favore di varietà – quasi tutte straniere – più adatte al trattamento industriale e a torto o a ragione considerate più adatte al mercato.

Molte delle migliaia di varietà di mele piemontesi sono ormai andate definitivamente perdute, ma alcune centinaia, per caso o per volontà dei loro antichi coltivatori e di alcuni lungimiranti vivaisti, hanno superato la crisi del passaggio alla melicoltura industriale e oggi tentano di ritrovare un loro spazio nell’agricoltura del Piemonte occidentale. Non è prevedibile – almeno in tempi brevi, ché il lontano futuro è sempre stato inconoscibile – che queste mele antiche tornino ad essere una voce veramente importante nell’economia della regione; ma costituiscono una parte essenziale del patrimonio culturale e storico piemontese – e quindi per estensione, del patrimonio di tutta l’umanità – e sono un elemento di biodiversità; ed è la biodiversità che rende unica e inimitabile la Terra tra i pianeti del Sistema Solare, così come è la varietà delle culture che rende Homo sapiens diverso e unico fra tutte le specie viventi della Terra.

Un fondamentale contributo alla rinascita delle antiche varietà di mele piemontesi lo ha dato Slow Food, che per esse ha istituito uno dei suoi primi Presìdi; il centro logistico e operativo del Presidio si trova su un pendio collinare appena fuori dal borgo di Bibiana: è un’antica cascina affiancata da frutteti e vigneti, che ospita la Scuola Malva Arnaldi; sono 21 i produttori afferenti al Presidio e otto le varietà di mele da costoro “presidiate”, scelte fra le circa 400 conservate e coltivate dalla Scuola; otto non è un numero magico e nemmeno sono tutte otto originarie soltanto del Piemonte; semplicemente il Presidio ha scelto di occuparsi con particolare attenzione di un campione che fosse rappresentativo, dal punto di vista genetico e da quello organolettico, dell’estrema ricchezza e varietà del patrimonio melicolo non solo piemontese ma dell’intero nord-ovest d’Italia.  …

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