Può una montagna non essere sacra?

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2009, anno LI, n°2 
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Maestoso. Sarà pure un aggettivo banale ma anche le banalità sanno avere un significato. È maestoso per chi arriva da sud e ha lasciato le morbide colline del Canavese iniziando la risalita della Vallée fra tetti in pietra, massi erratici, mucche, vigneti verticali.

Lo è ancor di più per chi è sceso da nord attraverso la valle glaciale della Dora Baltea e già avvertendo i primi sentori dell’incipiente pianura si trova a chiedersi: “e ora, dove passo?”. Dove passa il viaggiatore e dove passa il fiume, ché non si riesce a capire come faccia la tumultuosa Dora, dopo essere scorsa sotto al bel ponte in pietra che unisce i borghi di Bard e Hône, a trovare una fessura che le permetta di continuare il suo corso verso il Piemonte, verso il Po. Perché prima di permettere al paesaggio di farsi orizzontale, la Montagna ostenta un’ultima dimostrazione di potenza verticale: al centro della valle mette giù un roccione di gneiss lucente che chiude ogni spiraglio d’orizzonte. Sdraiato, accoccolato sulla cima e sul fianco del roccione c’è lui, il Forte di Bard.

Questa imponente roccaforte militare ottocentesca ha una storia lunghissima, che inizia con la romana Via delle Gallie che da Eporedia (Ivrea) raggiungeva i valichi dell’Alpis Graia (il Piccolo San Bernardo) e dell’Alpis Poenina (il Gran San Bernardo). Data al 1034 l’insediamento fortificato  dei visconti di Aosta Boso, che nel 1242 divenne sabaudo e dal 1661 fu il presidio del Ducato di Savoia in Valle d’Aosta. Nel maggio 1800 Napoleone col suo esercito valicò il Gran San Bernardo e fu fermato dalla guarnigione del forte che si arrese, con l’onore delle armi, solo dopo 14 giorni d’assedio. Napoleone la prese male, e ordinò che il vilain castel de Bard fosse raso al suolo. Nel 1827 il re Carlo Felice ne decise la ricostruzione, su progetto dell’ingegnere militare Francesco Antonio Olivero; i lavori terminarono nel 1838. Oggi le fortezze son passate di moda e per sopravvivere devono trovarsi una ragion d’essere diversa e pacifi dismesso nel 1975 dal demanio militare, il Forte di Bard è stato acquisito nel 1990 dalla Regione Valle d’Aosta che nel 1993 ne ha iniziato un recupero che l’ha fatto il principale polo culturale delle Alpi Occidentali, con un centro museale modernissimo dedicato alla montagna, alla cultura alpina e alla Valle d’Aosta, e con strutture ricettive di qualità.

È un complesso architettonico molto articolato, che sarebbe affascinante anche se fosse vuoto ma che lo diventa ancor di più per la sua capacità di unire l’impianto militare ottocentesco con le moderne tecnologie del XXI secolo. Si sviluppa su tre gruppi di edifi uniti da cortili, scalinate coperte e camminamenti, che occupano 14.467 mq di superfi la sommità della rupe, col corpo principale della fortezza, è collegata al sottostante borgo di Bard da una strada pedonale a stretti tornanti lungo il pendio nord e da quattro originali ascensori panoramici in cristallo che superano 106 metri di dislivello sopra i tetti in pietra dell’antico borgo. Vi sono tre principali edifi a diversi livelli tra i 400 e i 467 metri di quota, per un totale di 283 locali; il più basso è l’Opera Ferdinando, ancora in restauro, che ha forma di tenaglia con vari corpi di fabbrica: l’Opera Ferdinando Inferiore, l’Opera Ferdinando Superiore, l’Opera Mortai alle sue spalle e l’attigua Polveriera. A metà della rocca sorge l’Opera Vittorio. In cima c’è una cinta che racchiude al suo interno l’Opera di Gola con un cortile, a difesa del lato sud, e la grande Opera Carlo Alberto con il vasto cortile porticato della Piazza d’Armi. Il Forte è servito anche da una strada esterna sul lato sud che dal fondovalle raggiunge il cortile dell’Opera di Gola.

Cuore del Forte è il Museo delle Alpi, nell’Opera Carlo Alberto, che è un viaggio virtuale nel tempo e nello spazio alla scoperta delle Alpi. Sono ventinove sale dove la tradizione e le moderne tecnologie raccontano la natura e la civiltà della montagna. Il percorso è diviso in quattro sezioni, introdotte da brevi intervento video di un naturalista, un geografo, un antropologo, un meteorologo. Dopo un’introduzione che offre una lettura del paesaggio alpino contemporaneo, si esaminano le componenti naturali e umane dell’ambiente montano, è presentata la ricchezza della civiltà alpina e c’è infine una descrizione di come la montagna si trasformi nell’epoca contemporanea. Se si ha la fortuna di non incappare nelle chiassose e curiosissime scolaresche in gita e si può quindi dedicare tutto il tempo che si vuole all’ascolto, l’osservazione e l’interazione con le installazioni del museo, la visita può durare anche diverse ore, e la sensazione all’uscita è che questo museo può far innamorare delle Alpi anche chi per stile di vita e disposizione mentale è totalmente alieno alla montagna e alle sue realtà; questo museo dà il senso del valore naturale, culturale, spirituale ed emotivo delle Alpi. E della loro “bellezza” profonda, bellezza di cui è più facilmente conscio chi nelle Alpi vive ma non sempre è percepita da chi usa queste montagne come “parco divertimenti” o come semplice via di comunicazione fra le terre basse che stanno a nord e a sud di esse.  …

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