Qualche pensiero sulla pesca in Liguria

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2007, anno XLIX, n°2

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“Liguria, uomini senza fede, monti senza alberi, mare senza pesce, donne senza vergogna”.
Malignità pronunciate da foresti invidiosi, certo,
ma almeno per i pesci l’invettiva non ha tutti i torti.

Il mar Ligure è un’ottima via di comunicazione verso mondi lontani ma per la pesca… Saggiamente i nostri antenati Ligures cacciavano la selvaggina e il mare lo usavano per commerciare ambra, ossidiana e magari l’olio del Mediterraneo orientale. Al massimo si procuravano qualche mollusco (per l’antipasto?) usandone le conchiglie come ornamento. Insomma, Liguria terra di montagne più che di mare, anche se qua e là lungo la duplice Riviera…

“Da ragazzo pescavo il sarago, erano appiccicati agli scogli come conchiglie, li prendevo quasi senza cacciarli. Adesso invece fuggono… Oggi il pesce è sparito. Con una rete piccolissima prendevo le triglie da mangiare una settimana.. Adesso sono rarissime, bisogna pescarle al largo con attrezzature diverse.
Oggi ci sono strumenti che portano via il novellame che non diventa pesce. Il sonar vede i grandi branchi, li catturano e non se ne salvano. Io pescavo 35 dentici in una stagione adesso ne prendo 4 o 5, vuol dire che quando passa quello con la rete che pesca a 50 metri di profondità li vede col sonar, chiude e li prende tutti, 2 o 3 tonnellate. Io voglio che la gente li mangi i pesci, però a furia di togli e togli si pulisce il mare. È un problema mondiale… i pescherecci che camminano coi mazzi di catene davanti alla rete scuotono il fondo del mare, dalla sabbia escono vermi e animaletti, il pesce si avventa ed è una trappola mortale. Un rimorchiatore traina le catene, un altro segue con la rete e raccatta tutto il pesce. Io pesco coi palamiti o esco di sera, pesco a galla, a fondo, è una pesca semplice, a volte vado anche al largo dove si pesca a 500 metri ma diventa un lavoro e a 75 anni uno non può lavorare troppo. Anche se la vita all’aperto mantiene giovani… Ieri sera ho preso 4 totani ed ero contento…
Io andavo con un amico… si prendeva due o tre saraghi, si andava alla correntina, sul calar della sera… si ancorava la barca e  si stendevano le lenze sulla corrente. Si buttava un po’ di pane, il pesce si avventava e trovava anche l’esca. Era un bel pescare… Poi la tecnologia ha inventato reti alte e sottili che è impossibile che i pesci le vedano. Quando vedono col sonar che arrivano li chiudono… quello che uno pescava in una stagione, lo prendono in una volta sola. Due pescate di quelle lì e si torna poi l’anno dopo perché solo le uova si son salvate…”.

Pensieri di Carlo Rossi, pescatore, raccolti sugli scogli della Fontana a Bogliasco in un pomeriggio d’inverno.

Dei 280 Prodotti Tradizionali di Liguria solo 8 sono “prodotti della pesca”. Se per fare il pane i liguri devono andare a comperare il grano altrove, per il pan do mâ basta gettare le reti. Il pane del mare sono le acciughe, che i tassonomisti dottamente denominano Engraulis encrasicolus unica ricchezza del Mar Ligure; un tempo i venditori ambulanti giravano coi carretti di legno a offrire le arbanelle di acciughe alle donne che li conservavano sotto il lavandino di marmo della cucina dietro tendine di stoffa azzurra.

Raggiungono la lunghezza di 7-8 centimetri in settembre; si consumano marinate, fritte, al forno, con le patate o conservate sotto sale; Camogli e Monterosso vanno fi delle loro acciughe, tutelate da un presidio Slow Food. Mare e campagna si sposano nel bagnun di Riva Trigoso, una zuppa di galletta dura, acciughe, cipolle e pomodori; uno di quei “pranzi dei poveri” che oggi sono ricercatezze sfiziose.

A Riva per la Sagra del Bagnun di luglio si preparano 10.000 piatti a base di acciughe per golosi e curiosi.

I piemontesi mettono le acciughe nella loro sublime bagna caoda. Come le acciughe liguri siano arrivate nella più piemontese delle salse non è chiaro ma sappiamo che gli acciugai della val Maira occitana le hanno trasportate per secoli dal mare alla pianura; forse i piemontesi devono ringraziare qualche pirata saraceno del X secolo che le apprezzava e che ne introdusse l’uso nella valle alpina in cui mise dimora, per vecchiezza o per amore, al termine della sua attività di saccheggiatore.  …

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