San Pier d’Arena multietnica

Rivista: Gazzettino Sampierdarenese
Editore: S.E.S. – Società Editrice Sampierdarenese
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: Gennaio 2014, anno XLII, n°1

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Sulle ali del mondo

Interessante serata, quella del 20 dicembre all’auditorium del Centro Civico Buranello; ringrazio l’ambasciatore Alfredo Maiolese, presidente dell’European Muslims League, che mi ha informato sull’evento e mi ha invitato ad essere presente.

San Pier d’Arena multietnica spaventa molti genovesi che parlano con sgomento di come “non ci siano più veri sampierdarenesi”; sinceramente mi sento offeso, in quanto figlio e parente di sampierdarenesi nonché collaboratore del Gazzettino, a sentirne parlare come di un “quartiere perduto”. Chi si spaventa a vivere in una città multietnica si spaventa a essere italiano; perché l’Italia è tutta multietnica, e non da ieri: nell’Italia “italiana” ci sono toponimi e cognomi di origine latina, greca, etrusca, longobarda, gotica, francese, provenzale, tedesca, araba, ebraica, spagnola, catalana, albanese, slovena, armena, polacca, turca… Toponimi e cognomi storici, non quelli degli immigrati dell’ultima ora; cognomi di famiglie che vantano generazioni di antenati “italiani doc”, toponimi di località che hanno decine di secoli di storia alle spalle… Basta una conoscenza rudimentale della storia per sapere che già prima della globalizzazione operata dall’Impero Romano qui vivevano popoli diversi fra loro per usanze, tradizioni, lingue, religioni… E figuriamoci dopo, con le invasioni barbariche, gli arabi, i normanni, le decine di eserciti che hanno usato l’Italia come campo di battaglia… E oggi, nel XXI secolo, cosa c’è di diverso dal solito? Nulla. Non siamo in Islanda, piccola isola lontana da tutto e da tutti, abitata da un piccolo popolo rimasto uguale a se stesso nei secoli, ottimo per gli studi di genetica umana; noi viviamo in una penisola lunga e stretta infilata nel mezzo di un mare che sin dalla preistoria ha unito tre continenti. Noi italiani siamo un perfetto esempio storico di popolo multietnico, un popolo in cui ciascun cittadino italiano è – e dovrebbe sentirsi uguale fra uguali, ciascuno diverso dagli altri. Una delle più importanti famiglie nobili genovesi fu la famiglia Durazzo, che diede alla Repubblica di San Giorgio nove dogi, due cardinali, un conte, diversi vescovi e senatori, alcuni scienziati, qualche grande villa. Perché questa nobile casata si chiama come si chiama? Perché discende da una famiglia albanese fuggita nel 1389 dalla città di Durazzo, che a Messina fu venduta in schiavitù a un genovese, poi ottenne la libertà, i discendenti divennero setaioli e mercanti e col tempo salirono tutta la scala sociale sino al dogato. Capi di stato discendenti da immigrati illegali, insomma… Quante volte è successo qualcosa di simile nel mondo… Solo gli ingenui possono stupirsi o scandalizzarsi.

Chi non è ingenuo e non si scandalizza è ad esempio il Gruppo Missioni Don Bosco che ha organizzato questa serata prenatalizia multietnica al Buranello con la collaborazione di European Muslims League, Latinos en Don Bosco, Latinos de Cristo Rey del Universo, Unione Immigrati senegalesi, Ufficio Migrantes della Diocesi di Genova, The Redeemed Christian Church of God, Comune di Genova e Municipio Centro Ovest. Poesie in dialetto, proiezione di foto vecchie e recenti di San Pier d’Arena, il canto recitato di Ma se ghe pensu, gruppi acrobatici e balli latino-americani, canti religiosi nigeriani, storie di donne senegalesi e di bambini cinesi. Tutto “a chilometri zero”, perché ormai l’antichissima chiesetta di San Pietro della Cella è storia patria anche per i Miguel, gli Yussuf, le Fatima, i Lin, le Juanita, i Mohamed che vivono e alcuni vi sono nati fra Capodifaro  e  la  foce del Polcevera. I cui discendenti parleranno il dialetto esattamente come i discendenti dei D’Oria, dei Frambati, dei Pero, dei Baglini, dei Gadducci, dei Bampi, tifando Sampdoria o Genoa e dicendo “belin”; ma forse questo lo dicono già… Molto interessante è stata la lettera letta da un ragazzino cino-sampierdarenese: era stata scritta da suo papà, giunto in Italia da ragazzo con suo padre, il nonno del ragazzo che è salito sul palco. è stata una magnifica – e divertente – dimostrazione di come tutti, in Italia come in Cina come ovunque nel mondo, abbiamo i nostri luoghi comuni, i nostri pregiudizi e tendiamo a fraintendere e criticare gli usi e i costumi dei popoli che non conosciamo. Conoscendoci, impariamo ad amarci e a rispettarci; perché, come è stato detto durante lo spettacolo, “l’integrazione è un fatto culturale, umano, non solo politico, e più che economico”. É stato detto anche che “siamo tutti figli di Dio come i frutti di un albero, tutti diversi ma con le stesse radici” per cui è stata più che benvenuta la preghiera “all’Unico Dio, che ci benedica tutti”.

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