Se fossero buoni il riccio e la foglia quanto è buona la castagna e la loglia!

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2012, anno LIV, n°3

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Me lo diceva mio padre quand’ero bambino e con lui andavo in ottobre a raccogliere castagne nei boschi di Voltaggio, paese d’origine della mia famiglia nell’Appennino ligure-piemontese.

Io, fanciullo di città, non capivo bene tutto il senso della frase: intanto, cos’è questa “loglia”? E poi, si, le castagne sono buone, ma perché voler mangiare anche i ricci e le foglie, che nemmeno i cinghiali ammettono nel loro menù? E mio padre a spiegarmi che fino a pochi decenni prima – fino alla fine della seconda guerra mondiale – per chi viveva nei paesi dell’Appennino le castagne erano una delle principali fonti di sostentamento. Facile capire come sarebbe stato utile potersi cibare anche di quelle parti non commestibili del generoso albero del castagno, come i ricci e le foglie. Ah: e la loglia? U lìü è nel dialetto locale quella pellicola (i botanici la chiamano episperma) interna alla buccia della castagna che riveste la polpa del frutto; generalmente la si toglie e non la si mangia perché non è piacevole né di gusto né di consistenza, ma quando la fame era fame…

Il castagno è probabilmente pianta autoctona: l’analisi dei pollini preistorici fa ritenere che durante il Cenozoico (da 65 a 2,5 milioni di anni fa) Castanea sativa fosse diffusa ampiamente in Europa; però durante le glaciazioni pleistoceniche – l’ultima, Würm, terminò 12.000 anni fa – ridusse il suo areale all’area fra il Mar Nero e i monti del Caucaso. Il suo ritorno in Europa iniziò coi greci e i romani e proseguì nel Medioevo con gli ordini monastici che ne apprezzavano il suo duplice uso di risorsa alimentare (le castagne) e tecnologica (il legname da opera).

Il castagno appartiene alla famiglia delle Fagaceae e al genere Castanea che comprende una decina di specie le cui principali sono Castanea sativa ovvero il castagno europeo, Castanea dentata cioè il castagno americano, Castanea crenata, il castagno giapponese, resistente alle due principali malattie che colpiscono questi alberi, il mal dell’inchiostro e il cancro della corteccia; per questa sua resistenza è stato introdotto in Europa, dove perciò si trovano castagni europei puri, castagni europei innestati sul giapponese e ibridi delle due specie.

Il castagno europeo è piuttosto longevo – e qualche esemplare monumentale vecchio di oltre 800 anni si trova anche nelle montagne della Liguria – e può raggiungere i 25 metri d’altezza, con tronchi imponenti e una chioma espansa e ramificata. Ama i terreni profondi e permeabili, ricchi di nutrimento, leggermente acidi e non calcarei. Preferisce i climi temperati ma sopporta temperature invernali rigide anche sino a -25°C. I suoi fiori sono poco appariscenti, fioriscono in piena estate e l’impollinazione può essere anemofila o entomofila, cioè vengono impollinati sia dal vento sia dalle api. In Liguria il castagno vive bene nel versante padano tra i 400 e i 700 metri ma era coltivato anche vicino al mare: rimangono piccoli lembi di castagneto da frutto sopra Portofino e a San Romolo sopra Sanremo; sulla collina di Albaro, elegante quartiere residenziale di Genova a poche centinaia di metri dal mare, sino alla fine dell’800 c’erano case con i tetti in scandole, le tegole in legno di castagno.

La storia del castagno è una storia di amore e simbiosi fra questa pianta generosa e le popolazioni appenniniche e prealpine; una simbiosi, è stato detto, “tra la cultura e la coltura, tra l’uomo e l’albero, tra l’albero e l’uomo”. Il castagno è fra gli alberi domestici quello che fra gli animali è il maiale: non si butta via niente; questo albero ha sfamato la civiltà contadina, che si è sviluppata intorno ad esso, e i suoi nomi popolari ben lo dimostrano: “pan di legno”, “albero del pane” o più semplicemente erbu, l’albero per antonomasia (lo stesso nome, si noti, viene dato all’olivo in certe terre mediterranee dove è la pianta dell’olio a costituire il perno della civiltà). Il nostro “albero” è stato per secoli il perno di un sistema economico complesso che ha permesso alle comunità della montagna prealpina e appenninica di superare le avversità della storia con un metodo di sfruttamento del territorio “di sviluppo sostenibile”. Lo studioso svizzero Gian Carlo Brenni scrive: “Un castagno ben sviluppato, di 70-140 anni, situato in luogo adatto e libero, produce annualmente da 100 a 200 kg di frutta. Nelle vallate meridionali del nostro paese, dove le castagne per metà dell’anno sono un alimento importante per le popolazioni, una famiglia di 6 persone ne consuma da 6 a 9 quintali all’anno o da 100 a 150 kg per persona. Pochi castagni bastano quindi a fornire parte importante dell’alimento per una intera famiglia durante i mesi invernali”.

La crescita urbana e industriale del dopoguerra ha ridotto l’importanza del castagno fino al rischio di scomparsa della sua coltura e il diffondersi di alcune malattie di origine fungina, come il cancro del castagno e il mal dell’inchiostro, ha peggiorato la situazione: però non tutto è andato perduto e di questa civiltà ormai tramontata sopravvivono numerose tracce, grazie a chi si è dato da fare per mantenere vivo il ricordo dell’erbu. È cosa buona e giusta che da queste tracce si sviluppi un certo interesse turistico verso il castagno e il suo frutto, attraverso l’organizzazione di sentieri didattici nei boschi o con la produzione e la diffusione di prodotti alimentari tradizionali, rivisitati per soddisfare le esigenze del gusto contemporaneo.  …

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