Si chiamava villeggiatura, ora turismo di prossimità

Rivista: Gazzettino Sampierdarenese
Editore: S.E.S. – Società Editrice Sampierdarenese
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 10 settembre 2020

Categoria: ID:3103

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Tanti sun li zenoeixi e per lo mundo si desteixi che und’eli van e stan un’atra Zenoa ghe fan… In un certo senso questo detto duecentesco potrebbe valere ancora oggi anche se i tempi di Genuenses ergo mercatores sono finiti. Ché uno va nella profonda Valle d’Aosta e mentre ascolta suoni di corni alpini e racconti di montagna sente intorno a sé accenti zeneisi, sente dire belin, incontra musicisti e artigiani con cognomi come Bagnasco e Rimassa…
Riprendo un argomento, il Festival Combin en Musique – nome francese per un festival musicale valdostano organizzato e gestito da genovesi – di cui avevo già scritto nello scorso Gazzettino perché mentro ero là, a Ollomont, pochi chilometri sopra Aosta, ad ascoltare musicisti e scrittori che esprimevano ciascuno a suo modo il loro amore per la Montagna (permettetemi la maiuscola), riflettevo sul fatto – ovvio, ma non sempre ci si pensa – che così come ogni medaglia ha il suo rovescio, anche ogni rovescio ha la sua medaglia; il “rovescio” entro cui quasi tutto il mondo sta vivendo, il Covid-19, offre a chi sa trovarle anche alcune “medaglie” interessanti e intelligenti. Una di esse è il recupero di quella che i miei nonni chiamavano villeggiatura e oggi con terminologia burocratica si definisce “turismo di prossimità”; in parole povere, fare le vacanze, trascorrere le ferie, in luoghi vicini a casa, in Italia, senza scapicollarsi in capo al mondo alla ricerca di un altrove che forse andrebbe più efficacemente cercato e costruito entro se stessi.
Sarebbe facile, oggi, ironizzare su coloro che sono partiti a spron battuto per farsi le vacanze all’estero e tornano a casa contagiati e contagianti; facile e stupido: i dati quotidiani dimostrano che ci si contagia efficacemente anche rimanendo in Italia e comunque non ho mai pensato che il mondo degno di essere conosciuto inizi all’Alpi e finisca al Lilibeo; spero prima o poi di tornare in Spagna, in Grecia, di andare in Croazia dove non sono mai stato e di nuovo in giro per l’Europa tutta. Ma penso anche che sia altamente positivo, per me e per tutti i miei compatrioti, riprendere coscienza del fatto che esiste tutta un’Italia intorno a noi che è un concentrato di magnificenza sotto (quasi) tutti gli aspetti dello scibile umano e naturale, anzi tante diverse magnificenze che è assurdo che siano – come spesso accade, lo vedo bene nell’estremo Ponente ligure – conosciute meglio dagli stranieri che dagli italiani. Bellissimi sicuramente i templi di Angkor in Cambogia, ma nelle valli e nelle pianure, sui monti e sulle colline, lungo i fiumi e le coste marine dell’Italia ci sono le radici culturali ed emotive del nostro essere ciò che siamo e se il Covid ci aiuta a riprendere contatto con esse, beh, ne sono contento.
A Ollomont, dopo aver ascoltato un musicista scozzese che vive in Piemonte e suona il corno alpino e le corna degli stambecchi, ho conversato a lungo con Bianca Montale, novantaduenne nipote del poeta Eugenio. Genovesissima nell’atteggiamento, in quel modo di fare e di vestirsi “sottotono” tipico dell’antica borghesia intellettuale genovese, persone che se li incontri per strada appaiono anonimi e non ci fai caso ma se ti fermi a parlare con loro ne scopri l’eleganza, la cultura, la profondità di pensiero. Le ho chiesto se pensa che l’aver salito durante la sua lunga vita quasi tutte le vette valdostane l’abbia aiutata ad arrivare a quell’età in così perfetta forma fisica e mentale… ha sorriso senza rispondere.
Ho sempre pensato che chi ha la fortuna di vivere stabilmente vicino al mare da settembre a luglio, in agosto dovrebbe lasciarlo ai turisti e andarsi a godere la montagna, la fresca, verde e silenziosa montagna. Io lo faccio assai meno di quanto vorrei, ma ogni anno mi godo quei pochi giorni estivi che trascorro tra boschi e valli d’or.

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