Tra arte e natura in uno dei paesaggi più belli d’Italia

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2019, n°3
(pubblicato sotto pseudonimo)

Categoria: Tag: ID:2986

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Forse l’ho già scritto in qualche mio articolo precedente ma repetita iuvant: il Lago di Como è uno dei più bei paesaggi d’Italia; la sua bellezza deve moltissimo al lavoro decamillenario della natura ma altrettanto si deve ringraziare l’intelligenza e il senso del Bello di chi per millenni ha abitato questa terra. Deliziosa anche in dicembre, in una non molto fredda giornata di sole coi monti imbiancati di neve e poco traffico sulla Via Regina, la SS 340 che tra borghi colorati e chiese in pietra, ville e scrosci di torrenti risale la costa occidentale del lago, strada tortuosa, stretta e panoramica come l’Aurelia della mia Liguria.

Il borgo di Tremezzo, nel comune di Tremezzina, è quasi in cima al ramo comasco del lago; a nord del borgo si impone alla vista una grande villa immersa in un parco fitto di alberi e piante da fiore con una splendida vista sulla penisola di Bellagio, centro geografico del lago tripartito, e sulle montagne che chiudono l’orizzonte. È un importante esempio dell’architettura di villa di età barocca, celebre oggi per le sue opere d’arte e per il suo parco, anzi il “giardino botanico”, gioiello nel circuito dei Grandi Giardini Italiani.

Nacque come Villa Clerici perché a volerla, intorno al 1677, fu il marchese milanese Giorgio II Clerici; la fortuna della famiglia Clerici (originaria dell’Alto Lago) era iniziata con nonno Giorgio I, commerciante di stoffe, e coi suoi due figli Pietro Antonio, marchese di Cavenago, e Carlo. Giorgio II, figlio di Carlo, aveva ereditato dal padre diverse proprietà a Milano e in Brianza, una notevole ricchezza e una posizione sociale di rilievo, diventando Presidente del Senato Milanese. Giorgio II volle la villa sul lago per celebrare il successo economico e sociale della sua famiglia e avere un luogo di rappresentanza dove fare vita sociale di alto livello; e la volle alta sul lago, non a pelo d’acqua, perché fosse ben evidente, non passasse inosservata. Morì ottantottenne nel 1736 e ricchezze e titoli della famiglia passarono al nipote ventunenne Antonio Giorgio Clerici, che fu principe e ambasciatore dell’Impero Asburgico: un affascinante personaggio che fece affrescare dal Tiepolo la Galleria degli arazzi del palazzo milanese di famiglia in via Clerici e completò la costruzione della villa. Giovane e ricco ma con le mani bucate, Anton Giorgio morì nel 1768 dopo aver dissipato la ricchezza ereditata e la villa passò all’unica figlia, Claudia, sposa del Conte Vitaliano Bigli, che dovette venderla per coprire i debiti della famiglia.
Fu così che nel 1801 la proprietà fu acquistata dal lodigiano Giovanni Battista Sommariva, politico e amico personale di Napoleone Bonaparte; quando però l’anno successivo il suo rivale Francesco Melzi d’Eril fu nominato vicepresidente della nascente Repubblica Italiana, il Sommariva abbandonò la politica per dedicarsi al collezionismo d’arte, entrando in contatto con i più celebri artisti dell’epoca, come Antonio Canova, Jacques-Louis David, Pierre Paul Prud’hon, Bertel Thorvaldsen, senza disdegnare “l’arte contemporanea” di pittori quali Giovanni Migliara e Francesco Hayez. Sommariva trasformò la villa in un museo che acquisì fama internazionale e fu visitato da personaggi come Stendhal, Gustave Flaubert, Lady Morgan. Sommariva era un buon promoter: si era fatto realizzare una quarantina di modellini delle sue opere d’arte e viaggiava portando con sé questo “museo portatile” per far conoscere la sua villa in giro per l’Europa. Morì nel 1826 e la villa passò al figlio Luigi quindi a sua moglie, la nobile francese Emilia Seillère, e ad altri eredi che dispersero il patrimonio con una celebre asta tenuta a Parigi, mentre la Sellière, con maggior sensibilità, donò alcune opere a Brera.
Intorno al 1840 la villa coi resti della collezione d’arte fu acquistata dalla principessa Marianna di Orange-Nassau, moglie del principe Alberto di Prussia, che nel 1850 la donarono alla figlia Carlotta – da cui deriva il nome attuale della villa – per le sue nozze col duca Giorgio II di Sassonia-Meiningen, grande appassionato d’arte e di musica; Carlotta morì di parto a venticinque anni nel 1855 e la villa passo in eredità al marito e quindi alla casata tedesca dei Meiningen come dimora di villeggiatura.
I proprietari tedeschi conservarono solo i grandi dipinti e alcune sculture della collezione Sommariva ma per contro il duca Giorgio II e poi suo figlio Bernardo III si dedicarono alla cura del giardino ed è grazie a loro che “qualche delicia di spalliere” del giardino all’italiana di Giorgio II Clerici si trasformò nel parco romantico di grande pregio che è oggi.
Nel maggio 1915, poco prima che l’Italia dichiarasse guerra all’Impero Austro-Ungarico, Max Wundel, intendente dei Sassonia-Meiningen, rientrò in Germania e nel settembre 1916 la villa fu sottoposta a sindacato, una specie di amministrazione controllata, in quanto di proprietà di cittadini di una nazione nemica. Nel 1919 Max Wundel rientrò ma nel 1921 la proprietà fu avocata allo Stato; grazie all’impegno di alcuni imprenditori e professionisti milanesi e comaschi, primo fra tutti l’avvocato Giuseppe Bianchini, fu sventato il progetto statale di trasformarla in residenze per i reduci di guerra e nel 1927 fu istituito l’Ente Villa Carlotta, Ente Morale “senza alcun fine di speculazione e di lucro ma con quello soltanto della conservazione e miglioramento della proprietà” che da allora amministra il bene in convenzione col Demanio, che ne rimane comunque proprietario. L’Ente valorizza con successo il museo e i giardini, anche tramite l’organizzazione di eventi di alto livello qualitativo.
E di questo successo mi parla subito la Direttrice Maria Angela Previtera quando la incontro: Villa Carlotta si mantiene con i proventi della vendita dei biglietti ai visitatori; non necessita di finanziamenti dello Stato e quando genera avanzi che vengono reinvestiti li reinveste nel mantenimento del bene. Funzionasse tutto così in Italia… Un successo che ha una storia: Villa Carlotta è stata la prima villa del Lago di Como aperta al pubblico, nell’Ottocento era già visitata da viaggiatori italiani, europei e addirittura americani e la sana consuetudine è proseguita nel tempo; nel 2019 i visitatori sono stati 233.000; tra gli stranieri i più numerosi sono stati i francesi, che hanno superato i tedeschi, tradizionali estimatori del lago nel suo complesso.

La villa è un museo: il Salone dei Marmi del piano terra accoglie l’altorilievo dell’Ingresso di Alessandro Magno in Babilonia dello scultore danese Bertel Thorvaldsen a cui fu commissionato da Napoleone per il Temple de la Gloire di Parigi e fu acquisito da Giovan Battista Sommariva nel 1818 (giusto per chiarire a che livelli del mercato dell’arte si muoveva il Sommariva); nel centro del salone il gruppo di Venere e Marte del 1805 del romano Luigi Acquisti. La Sala dei Gessi ospita il modello originale in gesso della Musa Terpsychore di Antonio Canova, che conserva le repère, i chiodini metallici che gli aiutanti di bottega usavano come riferimenti per trasferire le misure della scultura sul blocco di marmo prescelto e sbozzarlo. L’opera più importante del museo è il Palamede, anch’esso del Canova, che ritrae il mitico re di Eubea, scopritore di un celebre inganno di Ulisse; Canova lo aveva esposto nel suo studio romano nel 1805 ma durante una piena del Tevere cadde a terra e si lesionò; restaurato dallo stesso Canova, nel 1819 fu trasferito a Tremezzo e si trova ancora là dove fu collocato duecento anni fa. Altre sculture che non lasciano indifferente il visitatore sono la Maddalena penitente, replica coeva di un’opera del Canova, e la sensuale Amore e Psiche giacenti di Adamo Tadolini, dal modello originale di Canova. Tra i dipinti la “star” è l’Ultimo addio di Romeo e Giulietta di Francesco Hayez, del 1823, realizzato su commissione del Sommariva e parente del celebre Bacio per cui il pittore veneziano è maggiormente noto. Notevole anche la grande tela di Giovanni Migliara La spezieria di un chiostro anch’essa del 1823. Al secondo piano si aprono stanze con arredamenti che rimandano ai diversi proprietari della villa, come la Stanza di Carlotta, la Stanza del Duca con i suoi preziosi libri di botanica e di letteratura germanica, la Sala da Pranzo con mobili neoclassici francesi, il Salone dell’Arazzo tessuto a Bruxelles nel XVIII secolo…
Una delle attività dell’Ente Villa Carlotta, importante benché non sia fruibile dai visitatori ma aperto su richiesta per la cosultazione, è il lavoro di inventariazione dell’archivio storico che comprende quello privato della famiglia Meiningen, con la quale sono stati ripresi i contatti dopo la riunificazione della Germania; contatti che erano stati interrotti per alcuni decenni, trovandosi la città di Meiningen nella ex-DDR.

Il giardino si distende su un terreno ripido ma addolcito da un intensa opera di terrazzamento; conta oltre centocinquanta varietà di azalee (splendida la fioritura primaverile), camelie ottocentesche, sontuosi rododendri arborei, cedri e sequoie monumentali, palme, i tunnel di agrumi (antica passione dei Clerici), le rose moderne del giardino all’italiana e le rose inglesi del giardino romantico, un glicine secolare, la valle delle felci australi, le piante tropicali, le succulente e le aromatiche, il giardino di bambù… fino ai giovani olivi del comparto agricolo destinati a dar nuova vita all’oliveto di Villa Carlotta; già i Romani coltivavano l’olivo sul lago e qui siamo a due passi dalla Zoca de l’Oli, la “conca dell’olio” cantata anche da Davide Van de Sfroos, logico quindi promuovere l’olivicoltura lariana come pratica agricola d’eccellenza. Ultimo ma non minore, l’orto speciale coltivato da una cooperativa sociale, che ricorda i tempi in cui i contadini coltivavano i terrazzamenti per rifornire la cucina della villa.
La stagione d’oro del giardino è la primavera ma anche l’autunno dice la sua, riempiendo l’aria e il terreno della policromia del foliage. Tra alberi e arbusti operano dodici giardinieri e per i visitatori non mancano un piccolo museo degli attrezzi agricoli e una caffetteria ricavati dalle vecchie serre, mentre le serre moderne diventano dimora per le piante “freddolose” durante l’inverno. Il percorso completo nel giardino è dato per novanta minuti ma per un appassionato botanico possono non bastare tre ore. Tempo ben speso per camminare, osservare, annusare, fotografare e ogni tanto allontanare lo sguardo da fiori e alberi per bearsi della vista del lago, uno dei più bei paesaggi d’Italia. Ma forse questo l’ho già detto?

Dove
Villa Carlotta, via Regina 2, loc. Tremezzo, 22016 Tremezzina (CO)
Tel 0344.40405
segreteria@villacarlotta.it
www.villacarlotta.it

Ringraziamenti
Alla Direttrice Maria Angela Previtera per la lunga piacevole conversazione
A Michela Gatti per l’accoglienza

Info
Oltre a mostre (esempio recente: Splendori del Settecento sul Lago di Como – Villa Carlotta e i marchesi Clerici), concerti, balletti, l’Ente organizza eventi per le famiglie, laboratori e percorsi di visita per le scuole e gruppi organizzati e accoglie in visita associazioni culturali e professionali.

Bibliografia
Maria Cristina Brunati e Giorgio Sassi, 1927-2017 Ente Villa Carlotta Novant’anni di storia, in proprio, 2017

Sitografia
https://www.villacarlotta.it
https://www.grandigiardini.it/giardini-scheda.php?id=26

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