Un capolavoro dell’ingegneria edile romana: il ponte-acquedotto di Pondel

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2013, anno LV, n°1
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Molti sono i luoghi comuni con cui amiamo adornare le nostre conversazioni quotidiane; ma “comune” non sempre è sinonimo di “sciocco”: in realtà alcuni di essi esprimono concetti profondamente veri.

Uno di questi è che “abbiamo troppe cose belle in Italia per riuscire a valorizzarle tutte”. Che non è una giustificazione per dimenticarsi di alcune di esse e lasciarle abbandonate alle ingiurie del tempo e dell’oblio ma è indubbio che non è facile per nessun italiano, privato cittadino o ente pubblico che sia, avere piena contezza di tutto ciò che di meritorio esiste nello sterminato patrimonio culturale, storico, artistico, naturale di quello che un tempo era detto il Bel Paese; e ancor più difficile è avere a disposizione i soldi necessari per mantenere costantemente in buone condizioni tutto il patrimonio nazionale.

Facile via di transito fra l’Italia e l’Europa centro-occidentale, la lunga valle glaciale percorsa dalla Dora Baltea attraverso le massime cime alpine fu tenuta in grande considerazione dai romani dominatori del mondo antico. A distanza di tanti secoli la presenza romana nella Vallée è ancora molto evidente, tanto nel capoluogo Augusta Praetoria Salassorum quanto lungo l’intera valle, dove restano sparse tracce della cosiddetta via consolare delle Gallie che dall’alta pianura Padana saliva verso i valichi dell’Alpis Graia e dell’Alpis Poenina (oggi noti come Piccolo e Grande San Bernardo). Ma fra le valli della regione, magari inserite in contesti naturali tanto suggestivi quanto sconosciuti, ci sono altre testimonianze della presenza romana che rientrano nel novero di quelle “troppe cose belle” a cui non si riesce a dare la giusta importanza. Una di queste è il ponte di Pondel, considerato da chi lo ha studiato una delle più importanti opere di ingegneria civile dell’epoca romana nell’intero arco alpino. In patois il nome sarebbe Pond’Ë e in francese Pont-d’l; questo è in realtà il nome del piccolo villaggio che sorge accanto al ponte – una specie di gioco di parole – lungo la strettissima valle del torrente Grand Eyvia che rotola fra grossi massi e alti alberi da Cogne giù verso Aymavilles, pochi chilometri a ovest di Aosta. Per raggiungere l’opera romana occorre scendere al villaggio di case in pietra e restare un attimo stupiti pensando all’impegno che fu necessario agli ingegneri e agli operai di duemila anni fa per realizzare questo gigante di pietra. Gigante che “a memoria d’uomo” è sempre servito come via di collegamento per portare da un versante all’altro della valle uomini, bestie da soma e merci. Ma nonostante ciò che ci piace credere, noi uomini abbiamo la memoria corta e forse chi costruì questo maestoso monumento alto 66 metri sul fondo della stretta ripida valle non ci mise tanto impegno per destinarlo al semplice passaggio di qualche contadino e qualche mulo… Per capire come stanno davvero le cose iniziamo col leggere la grande epigrafe infissa sul lato nord del ponte, che recita:

IMP CAESARE AVGVSTO XIII COS DESIG C AVILLIVS C F CAIMVS PATAVINVS PRIVATVM

Ovvero:

Imperatore Caesare Augusto XIII consule designato Caius Avillius Caii filius Caimus Patavinus   privatum

In italiano moderno ciò significa:

Al tempo in cui l’imperatore Cesare Augusto fu nominato console per la tredicesima volta Caio Avillio Caimo, figlio di Caio, padovano (ha costruito questo ponte) con mezzi privati

In linguaggio meno epigrafico, il ponte fu finanziato con denari propri nel 3 a.C. da Caio Avillio Caimo di Padova. Si ritiene che il ponte facesse parte di un acquedotto – tecnologicamente piuttosto avanzato e complessivamente lungo diversi chilometri – che serviva all’irrigazione dei campi nel fondovalle e per il lavaggio del minerale ferroso di una miniera di cui Caio Avillio Caimo era probabilmente uno dei proprietari. Tutto ciò, in ultima analisi, andava a beneficio della colonia di Augusta Prætoria Salassorum (Aosta) che era stata fondata una ventina d’anni prima, nel 25 a.C e andava crescendo di popolazione.

Era certamente un acquedotto importante se ha potuto giustificare la costruzione di un’opera tanto imponente; ma vediamo qualche numero: il ponte è lungo 60,46 metri e largo 2,26 metri e sorge nell’unico punto in cui è possibile attraversare il gouffre (in italiano traducibile con “baratro”) della Grand Eyvia che è lungo quattro chilometri con versanti ripidi profondi sino a 150 metri. Il suo grande arco scavalca la gola – che qui è larga solo 12 metri ma è profonda ben 66 metri – con una campata di 14,24 metri. Il ponte oggi si presenta con un camminamento superiore scoperto, che corrisponde all’originaria conduttura dell’acquedotto, e un corridoio coperto sottostante lungo circa 50 metri e alto 3,88 metri, che si ritiene dovesse servire alla verifica della tenuta della conduttura dell’acqua soprastante, soggetta a danni a causa del gelo invernale. Su entrambi i lati del corridoio coperto si aprono due file di piccole finestre, dalle quali i custodi del ponte potevano identificare rapidamente le fuoriuscite dell’acqua causate dal gelo che avesse danneggiato la muratura.  …

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