Un castello dell’UNESCO tra le vigne del Roero

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2019, n.1
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Difficile che chi passa nel fondovalle sulla SS 231 o sulla A33 non lo noti, su una collina a sinistra del fiume Tanaro. Oddio, in quella parte del Piemonte meridionale che ha i nomi di Langhe, Roero e Monferrato, dal 2014 onorata dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità per il suo “paesaggio vitivinicolo”, di paesi aggrappati alle colline ce ne sono a bizzeffe, e quasi tutti hanno il loro bravo castello a sorvegliare dall’alto il groviglio di tetti rossi. Govone è un paese del Roero, al confine tra la “Provincia Granda” cuneese e l’Astigiano; strade strette in salita tra case antiche e chiese in mattoni bruni. Dal piazzale del castello lo sguardo oltrepassa il campanile della parrocchiale di San Secondo e viaggia libero sopra le vigne e i noccioleti sino a raggiungere l’arco delle Alpi Occidentali, a fine aprile bianche di quella neve che è mancata durante l’inverno ed è scesa abbondante in primavera, con la vetta del Monviso che buca il cielo come volesse unire la Terra con l’Ultraterreno. Anche il castello di Govone è Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO perché fa parte del sito delle Residenze Sabaude, riconosciuto nel 1997.

Qui un castello esisteva già nel X secolo, citato in un atto di vendita del 989; risulta che fosse un vero castello altomedioevale, con una torre quadrata e una circolare. Dal XIII secolo Govone fu infeudato alla famiglia Solaro di Asti, il castello era la loro residenza. Col passar dei secoli e il mutar dei gusti l’antico maniero fu modificato nella forma e nella sostanza, ricostruito tra XVII e XVIII secolo per volontà del Conte Roberto Solaro (Gran Priore dei Cavalieri di Malta), e del di lui nipote Ottavio Francesco Solaro, su progetto di Guarino Guarini, archistar della Torino seicentesca. L’opera, lunga e complessa, fu proseguita dagli eredi, fra i quali il Conte Giuseppe Roberto Solaro, cui si deve intorno al 1734 l’intervento dell’architetto Benedetto Alfieri, altro grande nome dell’architettura sabauda.
Nel 1792 il Conte Amedeo Lodovico Solaro morì senza eredi diretti, per cui il Castello passò allo Stato, per essere poi acquistato da Vittorio Amedeo III Re di Sardegna a favore dei figli Carlo Felice e Giuseppe Benedetto Placido. Pochi anni dopo arrivarono i Francesi e il castello fu praticamente abbandonato; nel 1810 fu messo all’asta e il Conte Teobaldo Alfieri di Sostegno lo acquistò per evitare che venisse demolito; nel 1816, col ritorno a Torino dei Savoia, il Conte lo cedette, possiamo dire che lo restituì, al principe Carlo Felice, che tornò quindi in possesso del “suo” castello.
Ci teneva, il Carlo Felice, al castello di Govone: nel 1819 intraprese un’opera di restauro e ammodernamento, con gli architetti Giuseppe Cardone e Michele Borda, per farne la sua residenza estiva; ci andava in villeggiatura, come si diceva un tempo, ma senza dimenticare le sue funzioni regali: a Govone vennero in visita di stato sovrani, capi di stato e personaggi illustri di ogni sorta. Alla sua morte, nel 1831, il castello passò alla vedova Maria Cristina che lo lasciò poi in eredità a Ferdinando di Savoia, Duca di Genova. Nel 1870 fu venduto a privati e nel 1897 l’Amministrazione Comunale di Govone lo acquistò mettendo (purtroppo) all’asta i mobili e gli oggetti che vi si trovavano. Oggi il Castello Reale di Govone ospita in alcuni suoi locali il Municipio, dopo essere stato anche adibito a scuola, ed è una testimonianza della vita di corte piemontese di inizio Ottocento.

A osservarlo dall’ampio piazzale panoramico appare grandioso ed elegante, con uno scalone d’onore a doppia rampa che sale direttamente al salone delle feste, decorato da possenti telamoni e bassorilievi provenienti dalla Fontana d’Ercole del Castello di Venaria Reale. Sotto lo scalone d’onore si accede all’atrio del piano terra, con bassorilievi e stucchi dell’architetto Benedetto Alfieri. Il salone d’onore, o salone delle feste, fu affrescato interamente a trompe-l’oeil negli anni Venti dell’Ottocento da Luigi Vacca e Fabrizio Sevesi, che realizzarono una spettacolare decorazione di finte architetture in chiaroscuro con finte colonne e finte statue che nell’insieme raffigurano il mito di Niobe, mentre sulla volta è affrescato a colori l’Olimpo. Il nesso tra la tragedia della superba Niobe e dei suoi figli e la Casa Savoia può sfuggire al visitatore… in effetti non c’è nessun nesso evidente: fu Carlo Felice a scegliere questo tema decorativo dopo che nel 1817 aveva visto il gruppo scultoreo a Firenze agli Uffizi.
Il piano nobile ospita gli appartamenti reali, destinati nel 1820 da Carlo Felice al fratello Vittorio Emanuele I Re di Sardegna e a sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Este; che se li godettero poco, visto che Vittorio Emanuele I abdicò nel 1821, lasciando Carlo Felice, ormai sovrano, libero di disporre pienamente del castello.
Gli appartamenti reali – sia quello del Re sia quello della Regina – erano composti di camera da parata, camera di udienza, camera da letto e ambienti privati e di servizio, e avevano ingressi separati, anche se, com’era prassi in questi casi, dalla camera da parata della Regina una porta permetteva di passare nella camera da letto del Re. Gli affreschi delle diverse camere sono opera dei pittori genovesi Andrea Piazza e Carlo Pagani e dallo scenografo torinese Luigi Vacca, su temi ispirati alla mitologia classica. I pavimenti in legno e l’arredo ligneo – purtroppo in gran parte disperso – furono realizzati da una famosa équipe di intagliatori e scultori in legno con a capo Giuseppe Maria Bonzanigo. Rimane l’elegante porta scolpita policroma, opera di Francesco Novaro, che introduce al salottino della Regina, mentre le sue “sorelle” si trovano oggi al Musée d’Art et d’Histoire Palais Masséna di Nizza. Interessante testimonianza del periodo in cui in Castello ospitò una scuola è la carta geografica degli Stati Sardi “ad uso delle scuole primarie” – purtroppo in non ottime condizioni – datata 1851, appesa a un muro della camera da letto del Re.
Nel piano nobile si trovano anche gli appartamenti destinati ai figli di Vittorio Emanuele I, in particolare a Carlo Alberto di Savoia-Carignano, erede al trono (vi salì nel 1831 alla morte di Carlo Felice) e a sua moglie Maria Teresa d’Asburgo-Lorena.
Molto suggestive per la particolarità dei temi decorativi sono le cosiddette Sale Cinesi: erano gli appartamenti per i principi e le principesse che venivano in visita a corte e sono “cinesi” per le loro tappezzerie. Nell’Ottocento molte carte da muro dette cinesi erano in realtà stampate a Londra o a Parigi ma si ritiene che queste tappezzerie risalgano al Settecento e siano state veramente prodotte in Cina da artisti cinesi. I disegni raffigurano scene che raccontano l’artigianato della porcellana e della seta, la coltivazione e il commercio del riso e del tè e immagini di flora e fauna della Cina.
Si visitano anche le Gallerie decorate con temi classicheggianti ed effetti di illusionismo ottico, stucchi e ritratti, e la Cappella di Santa Cristina, con un bel pavimento alla veneziana (o alla genovese, anche se in realtà la tecnica costruttiva risale all’antica Grecia); peccato manchi l’altare citato nell’inventario del 1824. Chissà dove sarà finito.

Il castello ha intorno un parco all’inglese che sul lato est diventa un giardino con siepi di bosso, aiuole con alberi e fiori e una fontana in cui nuotano grosse carpe multicolori. I Conti Solaro realizzarono nel XVIII secolo il giardino classico, simmetrico e regolare, mentre fu Carlo Felice a volere il parco all’inglese, su progetto di Xavier Kurten, direttore del parco di Racconigi, con grandi alberi che simulassero un bosco naturale; fu creato in tre fasi; la prima all’epoca di Carlo Felice, la seconda nel 1833 per volere della vedova Maria Cristina; la terza a partire dal 1849, con Ferdinando Duca di Genova. Come qualunque ambiente vegetale delle fasce climatiche temperate, il parco di Govone cambia con il succedersi delle stagioni: le più colorate sono l’autunno, coi rossi e i gialli di ippocastani, platani e querce, e la primavera in cui il sottobosco si fa blu di muscari e pervinche e rosso di tulipani Tulipa oculus-solis St.-Amans. Questo tulipano è la star del parco: il nome “Occhio di sole” gli fu attribuito nel 1804 dal botanico Jean Florimond Boudon de Saint-Amans; il pittore belga Pierre Joseph Redouté (il “Raffaello dei fiori”, che era stato a Parigi pittore di corte di Maria Antonietta prima e di Giuseppina Beauharnais moglie di Napoleone poi) lo ritrasse nella sua monumentale opera Les Liliacées. La denominazione botanica odierna è quella di Tulipa agenensis, ma, comunque lo si chiami, questo bel fiore rosso vivo con l’interno nero bordato di giallo ha trovato un habitat ideale nel parco e si è diffuso spontaneamente.
Infine, ai margini del parco, sul retro della chiesa dello Spirito Santo, nel 2003 è stato inaugurato un Roseto, voluto dall’Amministrazione comunale, dalla Scuola locale e dal Centro Culturale “Govone e il Castello” e finanziato dalla Regione Piemonte. Su 450 mq. accoglie più di duecento varietà di rose ispirandosi agli inventari del 1849 e 1852 redatti dai giardinieri di corte Giovanni Battista e Giuseppe Delorenzi. Non bastano sedici anni a un roseto per raggiungere la piena maturità ma la strada è bene avviata: credo che Carlo Felice possa essere soddisfatto.

Sitografia
http://www.castellorealedigovone.it/

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