Un fiume per gli uomini e gli uomini per il loro fiume

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2011, anno LIII, n°1

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A piè del colle scorre il Lambro limpidissimo fiume e benché piccolo, è capace di sostenere barche di ordinaria grandezza,
il quale scendendo per Monza, di qui non lungi, si scarica nel Po.

Parole scritte quasi sette secoli fa. Ma almeno sino all’Ottocento si diceva ciar com’el Làmber, limpido come il Lambro, segno che le condizioni ambientali del principale fiume della Brianza non erano tanto diverse da come le vide Petrarca. Il Lambro è – fu, era, è stato…sarà – un bel fiume di prealpi e di pianura: nasce vicino a quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno; la sua sorgente ha il curioso nome di Menaresta; è una sorgente carsica che “mena” cioè “porta” e “resta” cioè “rimane”: nel sottosuolo calcareo c’è un serbatoio a sifone che si riempie d’acqua e quand’è pieno trabocca, poi rallenta, si carica nuovamente e così via; il ciclo dura otto minuti. Scendendo, il Lambro percorre uno stretto solco profondo alcune decine di metri nel conglomerato di ciottoli fluviali, incassato fra le colline moreniche della Brianza e i depositi quaternari asciutti dell’alta pianura lombarda; indi percorre la bassa pianura milanese e lodigiana sino ad affluire nel Po accanto alle alture vinicole di San Colombano al Lambro, dopo 130 chilometri di percorso.

I suoi problemi iniziarono alla metà del XIX secolo: prima c’erano tante ciüs (chiuse) la cui acqua forniva l’energia per far funzionare gli impianti per la follatura della lana e i mulini da farina, da olio e da pietra; la Rivoluzione Industriale sostituì le folle e i mulini con impianti tessili e piccole centrali idroelettriche. Fu uno sviluppo impetuoso: uno dei più celebri industriali della storia del Lambro fu Galeazzo Viganò, che nel 1860 acquistò un mulino presso il ponte di Albiate e quando morì, nel 1919, aveva un industria tessile con 1400 dipendenti.

L’industria portò il benessere economico a queste terre ma inquinò fortemente le acque. Risale al 1894 la prima denuncia dei cittadini di Sovico (poco a nord di Monza) contro le industrie tessili che coi loro scarichi uccidevano i pesci del fiume, con grave danno economico dei sovicesi che dal Lambro traevano cibo e sostentamento. Da allora, la storia del Lambro è stata un crescendo di inquinamento. La sua acqua era indispensabile per molte industrie, in particolare le tintorie, e il fiume divenne l’ovvio punto di sfogo dei reflui industriali, cui si aggiungevano gli scarichi urbani dei centri abitati. Prima morirono i pesci, poi morirono o se ne andarono gli uccelli che di essi si nutrivano, infine sparirono persino i topi, che sono gente tosta, adattabile e resistente, ma quando non c’è proprio più nulla da mangiare anche loro devono andarsene. Negli anni Settanta del secolo scorso a Monza e a Milano giungevano acque biologicamente morte; erano gli anni in cui Lucio Battisti cantava “Sogno…un fiume con i pesci vivi a un’ora dalla casa…per fuggire via da te, Brianza velenosa”. Viveva a Molteno, a pochi chilometri dal Lambro.

A un certo punto qualcuno non ne poté più e decise di voltar pagina: nei primi anni Ottanta il Consorzio Bonifica Alto Lambro realizzò il primo collettore che riuniva le acque di scarico per separarle da quelle del fiume e avviarle alla depurazione. Nel 1987 la Provincia di Milano scoprì che il Lambro era il maggiore responsabile dell’inquinamento del Po e dell’eutrofizzazione del mar Adriatico… Grazie alla Comunità europea, negli anni Novanta si avviarono i programmi operativi per ripulire definitivamente il fiume; dopo l’entrata in funzione dei depuratori di Merone e di Monza San Rocco la qualità delle acque del Lambro è progressivamente migliorata, prima nel tratto fino a Monza, poi anche a valle di Milano. Oggi non si può dire che le acque del fiume siano tornate alla limpidezza petrarchesca ma siamo sulla buona strada. Per la guarigione del fiume ha giocato a favore il fatto che le sue sponde sono rimaste libere e naturali per lunghi tratti, prive di barriere di cemento; per contro, la corrente dell’acqua non riesce a portar via gli inquinanti chimici pesanti depositati sul fondo e quindi, senza un’azione diretta di bonifica, un certo inquinamento è destinato a permanere per anni. Inoltre i collettori oggi in funzione durante i periodi di massima piovosità sversano nel fiume o nei suoi affluenti le acque reflue “di troppopieno” senza averle prima trattate. Poi ci sono i residui dei depuratori che devono essere smaltiti: e questo è un problema ancora privo di soluzioni efficaci.

I periodi peggiori sono quelli di alta piovosità quando c’è il rischio dell’esondazione delle bèvere, gli affluenti minori, che sono in grado di far più danni del fiume principale. A fine ’700 venne costruito il Cavo Diotti, un emissario artificiale che regolava e il deflusso delle acque del lago di Pusiano – il principale del laghi della valle del Lambro – ma col tempo l’opera cadde in disuso e ora si cerca di ripristinarla a difesa contro le esondazioni.  …

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