Un progetto nuovo per un agricoltura antica

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2010, anno LII, n°4
(pubblicato sotto pseudonimo)

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“The site of the Dolomites…
features some of the most beautiful mountain landscapes… that present a diversity of spectacular landscapes of international significance…

…The Dolomites World Heritage property protects a series of highly distinctive mountain landscapes that are of exceptional natural beauty. Their dramatic vertical and pale coloured peaks in a variety of distinctive sculptural forms is extraordinary in a global context. This property also contains an internationally important combination  of  earth  science  values…”.

“Il sito delle Dolomiti… è caratterizzato da alcuni tra i più bei paesaggi montani… che presentano una diversità di spettacolari paesaggi di importanza internazionale… Il Patrimonio Mondiale protegge nelle Dolomiti una serie di paesaggi montani assai particolari di eccezionale bellezza naturale. Le loro vette vertiginosamente verticali dal pallido colore, nella loro varietà di forme scolpite, sono straordinarie a livello mondiale. Questo territorio contiene anche un insieme di caratteri geologici di importanza internazionale…”
Per chi vive nella val Belluna le parole (scritte in un inglese non proprio oxfordiano) con cui l’UNESCO ha riconosciuto le Dolomiti come Patrimonio Naturale dell’Umanità non suonano certo strane. Ci vuol poco ad accorgersi che questi sono paesaggi di “exceptional natural beauty”, come dice l’UNESCO, o di “straordinaria valenza paesaggistica e naturalistica” come è dichiarato dal Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi, che tutela vette e valli celebri per la loro flora fin dal XVIII secolo. Basta – ad esempio – percorrere i sentieri che attraversano i boschi e i prati della val Canzoi sino all’altopiano dei Piani Eterni, per rendersene conto molto bene. Ai piedi di questa valle c’è Cesiomaggiore (Žess in dialetto locale), 4200 abitanti per un comune che dalle boscose montagne del Parco Nazionale scende attraverso le colline della riva destra del Piave sino al patriottico fiume, popolato da uccelli migratori e stanziali.

Il nome del comune non ha a che fare con l’elemento chimico cesio, il metallo delle “terre rare” che fa funzionare gli orologi atomici. Ma più probabilmente con la “Gens Caesia” che in epoca romana stabilì il primo contatto fra la laguna veneta e queste terre abitate da popolazioni retiche; contatto reso duraturo dal passaggio della Via Claudia Augusta Altinate, che collegava Altinum sull’Adriatico con Augusta Vindelicum – oggi Augsburg, in Baviera; della strada romana resta nel territorio di Cesiomaggiore un cippo commemorativo del 47 d.C. Nel 1423 Cesio entrò a far parte della Repubblica di Venezia e da allora seguì le sorti della Serenissima, e grazie al mite clima della zona pedemontana fin dai secoli XVII e XVIII sorsero nel suo territorio sontuose ville nobiliari. Nel 1866, con l’annessione al Regno d’Italia, Cesio divenne per regio decreto Cesiomaggiore, per distinguersi da altri comuni omonimi di altre regioni d’Italia. Del Cesiomaggiore attuale si possono ricordare il ricco Museo Etnografico della Provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, ospitato nella casa di campagna dei conti Avogadro degli Azzoni a Serravella, e l’interessante e insolito Museo Storico della Bicicletta “Antonio Bevilacqua”, con oltre 200 cimeli che coprono l’intera evoluzione della bicicletta dal XIX al XXI secolo. Dalla primavera del 2010, inoltre, Cesiomaggiore è al centro di una intelligente iniziativa di recupero culturale-colturale, dove la cultura in senso intellettuale e spirituale ben si accompagna alla coltura in senso prettamente agricolo: si tratta del nuovo Presidio Slow Food dell’Antico orzo delle  valli  bellunesi.

Il genere Hordeum comprende almeno una trentina di specie: sono erbe annuali o perenni, diffuse spontaneamente in tutto l’emisfero boreale, in Sudamerica e in Sudafrica. Due fra queste specie – entrambe annuali – sono “orzo” in senso stretto: l’orzo spontaneo Hordeum spontaneum, originario dell’Asia sud-occidentale, nella cosiddetta “Mezzaluna Fertile” fra la valle del Giordano e quella del TigriEufrate, e l’orzo comune Hordeum vulgare, che è quello coltivato. Ma le due specie sono molto affini – probabile che l’orzo comune derivi da quello spontaneo – e siccome sono anche interfertili, c’è chi le considera sottospecie di un’unica specie: Hordeum vulgare spontaneum (selvatica) e Hordeum vulgare vulgare (domestica). La principale differenza è che la specie (o sottospecie) selvatica ha le spighe molto fragili, cosa che permette la dispersione dei semi grazie al vento. Sia come sia, l’orzo è uno dei cereali di più antica domesticazione: le più antiche testimonianze della convivenza dell’orzo con l’uomo risalgono al Neolitico, intorno al 10.500 a.C. Lo ritroviamo in Mesopotamia nel 7.000 a.C., in Europa centrale e in Egitto nel 5.000 a.C. Qui nel 3.000 a.C. già si trasformava l’orzo in birra, bevanda le cui prime tracce, trovate su brocche in ceramica nel territorio dell’attuale Iran, risalgono al 5.000 a.C. anche se non è certo che fosse già l’orzo il cereale utilizzato. Passano i secoli, e intorno al 1.000 a.C. il nostro cereale aveva raggiunto la Corea; in Europa, sino al XV secolo era uno dei più comuni cereali usati per la panificazione.  …

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