Un vuoto da riempire

Rivista: Gazzettino Sampierdarenese
Editore: S.E.S. – Società Editrice Sampierdarenese
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 30 settembre 2018

Categoria: Tag: , ID:2771

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Non c’è più. È un vuoto inimmaginabile fino a due mesi fa. Ero in Val Trebbia quando è arrivata la notizia: c’era chi non capiva “ma quale ponte?” e chi pensava a uno scherzo cretino. Poi accendi la tv e vedi. Come l’11 settembre 2001: mi ricordo il laboratorio di ottica del Dipartimento di Fisica in cui lavoravo, una tv accesa per ascoltare, vedere, comprendere l’incomprensibile… In realtà peggio dell’11 settembre, perché le torri di New York non le avevo mai viste di persona ma sul ponte Morandi ci sono passato centinaia di volte, specie negli ultimi diciannove anni da quando vivo tra Genova e Sanremo. Per me quel ponte era come un pezzo del corridoio di casa mia, che collegava alcune stanze con altre stanze della stessa abitazione, e non importa che tra le une e le altre stanze ci siano 144 chilometri di distanza, quel ponte le teneva insieme. Ed era bello. A me è sempre piaciuto. Era bello passare tra quei piloni, osservare la valle, la collina di Coronata e il crinale dei forti. Era bello anche quando stavo in coda brontolando per la stupidità della classe politica locale e nazionale che ha sempre impedito che si realizzasse un’alternativa scorrevole – quand’ero giovane si chiamava Bretella, oggi Gronda, ma continua a non esserci. Mi chiedo se alcune delle 43 vittime potrebbero essere vive se ci fosse stata la Gronda…domanda
senza risposta. Oggi le parole sul Ponte abbondano e molte sono chiacchiere insulse ma ho la sensazione che tra le tante “belinate” si odano anche parole non prive di saggezza e di buona volontà. Non mi importa per quale azienda lavori chi le pronuncia, se sia di destra o di sinistra, di babordo o di tribordo, di poppa o di prua. Ma credo che Genova si meriti un ponte fatto soprattutto di serietà etica e professionale, di onestà, di sincerità, di attenzione al generale e al particolare; un ponte belloebuono, “kalokagathós” come dicevano i Greci per cui bellezza e bontà dovevano andare insieme, il cui materiale di costruzione principale sia l’amore per questa città, che mugugna quando le cose vanno bene ma quando viene bastonata dalle disgrazie sa affrontare le sventure senza troppi lamenti e mettendosi subito al lavoro per curare le ferite.

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