Una capitale armena nel cuore della Liguria

Rivista: La Casana
Editore: Carige
Luogo di pubblicazione: Genova
Data: 2018, n.2
(pubblicato sotto pseudonimo)

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Ci sono due Venezie: c’è la Venezia “dei turisti”, delle orde organizzate che sciabattano lungo l’intasatissima piedostrada Stazione-Rialto-San Marco tra vetrine di street food da strapazzo e chincaglieria forse fabbricata in Cina e spacciata per artigianato locale, camminando e fotografando senza capire quasi niente del luogo in cui si trovano; c’è la Venezia “dei veneziani”, fatta di campielli silenziosi dove camminare è facile e lieve tra donne con i sacchetti della spesa e ragazzini che giocano a pallone, di barconi commerciali che trasportano lungo i canali gli oggetti della quotidianità, dove è facile smarrirsi nel ghirigoro di ponticelli, nel rebigo di calli prive di indicazioni, dove si riesce a godere il suo fascino con la calma e l’ammirazione che essa richiede e merita.
Questa seconda Venezia si estende al di fuori del centro storico per raggiungere le isole della Laguna che hanno un fascino un po’ misterioso, un po’ onirico, a mezza via tra l’Isola-che-non-c’è di Peter Pan e di Edoardo Bennato e l’Isola non Trovata di Francesco Guccini…
San Lazzaro degli Armeni: per poterla visitare c’è una corsa di traghetto al giorno: o prendi quella o desisti. Al termine della visita guidata un altro traghetto riporta i fortunati visitatori nella bolgia di San Marco. Ci arrivi quasi per caso, magari portato da un’amica che ti dice “io vado lì con un po’ di gente, ti interessa?”, e come s’usa oggidì ti fai un’idea generica del posto cercando qualche notizia in internet ma, come sempre, leggere il web non è come andare, vedere, ascoltare, parlare, fotografare, conoscere di persona il luogo e la gente. Anche se è una conoscenza breve breve, due ore di visita bastano al visitatore attento per rendersi conto che quell’isola è un centro, un faro, uno hub di cultura e storia di importanza mondiale. Il monastero che vi sorge, casa madre dell’ordine dei Mekhitaristi, non è solo una capitale culturale ed emotiva per tutti gli armeni, dell’Armenia e della diaspora, lo è per l’intera civiltà occidentale.
L’isola di San Lazzaro degli Armeni (Surb Ghazar kghzi in armeno), poco lontana dal Lido, nel IX secolo fu sede di un monastero benedettino; nel XII secolo, essendo abbastanza distante dalla città, fu sistemata a lazzaretto per ospitare i lebbrosi e ricevette il nome da San Lazzaro mendicante – protagonista di una parabola evangelica; nel XVI secolo divenne alloggio per malati e poveri, nel secolo successivo accolse i domenicani espulsi da Creta occupata dai Turchi, poi fu abbandonata.

Facciamo un salto geografico: a Sivas (la romana Sebastea) in Anatolia nel 1676 nacque Petros Manuk, di famiglia armena, che entrò in giovane età nel monastero armeno di Surp Nshan (della Santa Croce), prendendo il nome di Mekhitar (Consolatore). Si prefisse di creare un ordine monastico che si dedicasse in special modo alla crescita spirituale del popolo Armeno: nacque così nel 1700 a Costantinopoli l’ordine dei Mekhitaristi, che assunse la regola benedettina Ora et labora e i cui membri alternavano preghiera e lavoro intellettuale: una delle loro prime attività fu la traduzione in armeno del De Imitatione Christi, best-seller della letteratura religiosa e ascetica medievale. Ma nella capitale ottomana l’aria era pesante e nel settembre 1701 Mekhitar coi suoi confratelli ritennero saggio trasferirsi a Modon, importante porto veneziano in Morea (oggi Peloponneso); nel 1715 gli Ottomani arrivarono anche lì e i monaci insieme a tutti i veneziani risalirono l’Adriatico per raggiungere Venezia. Mekhitar si era ormai guadagnato una certa fama come monaco e intellettuale quindi non gli fu difficile chiedere e ottenere dal governo veneziano una sede per ricostituire il suo monastero. L’8 settembre 1717 Mechitar e i suoi monaci presero possesso dell’abbandonata isola di San Lazzaro, che da allora fu detta “degli Armeni”, e iniziarono a restaurare la chiesa e costruire nuovi edifici e un giardino. Dal 1740, conclusi i lavori, i monaci poterono darsi allo studio; sapevano il fatto loro e rapidamente fecero della loro isola un centro di cultura e scienza di importanza internazionale che ha mantenuto in vita attraverso i secoli la lingua, la letteratura, le tradizioni e i costumi del popolo armeno, che qui a San Lazzaro ha sempre potuto trovare un punto di riferimento culturale, religioso e spirituale. Mekhitar diede alle stampe un’edizione della Bibbia in armeno e un dizionario di armeno e la sua morte nel 1749 fu un evento luttuoso per l’intera Venezia, che ammirava quel monaco. Attualmente è in corso la causa di beatificazione da parte della Chiesa Cattolica in quanto l’ordine Mekhitarista appartiene alla Chiesa armeno-cattolica(1).
Il monastero crebbe anche dopo la morte del fondatore. Venezia era allora uno dei più importanti centri di stampa d’Europa e nel 1789 i monaci aprirono nell’isola una tipografia poliglotta per stampare e diffondere non solo la cultura e la lingua armena col suo particolarissimo alfabeto ma libri di ogni argomento, di ogni lingua, di ogni popolo; da quella tipografia sono usciti libri e testi stampati in trentotto lingue in dieci alfabeti diversi. Una dimostrazione di apertura intellettuale veramente “illuminista” e assai rara, di una modernità eccezionale. Grazie alla loro tipografia il monastero possiede una tra le più importanti biblioteche dell’Occidente, con circa 170.000 volumi tra cui oltre 4.500 manoscritti originali.
Anche Napoleone subì il fascino di San Lazzaro: nonostante avesse ordinato di eliminare tutti i monasteri di Venezia, nel 1810 decretò che questo venisse preservato perché considerato un’accademia di scienze e come tale protetto dall’imperatore. Caduto Napoleone e passata Venezia all’Impero Austro-Ungarico, nel 1814 l’imperatore Francesco I donò un pezzo di laguna al monastero perché ampliasse il suo minuscolo territorio, che raddoppiò la superficie raggiungendo i 15.000 m2. A metà del XX secolo l’Abate Serafino decise un altro ampliamento, arrivando agli attuali 30.000 m2.

Non è questa la sede per una descrizione dettagliata del percorso di visita e di ciò che si può ammirare; mi limito a ricordare che appena sbarcati i visitatori vengono incuriositi da una stele in pietra fittamente scolpita che porta al centro una croce immersa in un mare di decorazioni: è un khachkar(2), una “croce di pietra” del XIII secolo, donato dalla Repubblica di Armenia al Veneto in ricordo dei legami tra Armenia e Venezia e come segno di speranza per il futuro. Durante la visita si entra naturalmente nella chiesa, con un ricco patrimonio artistico che consta di opere di ogni epoca sino al XX secolo. Ai piedi dell’altare maggiore riposa il fondatore Mechitar.
Si diceva dei libri, ma non ci sono solo loro: il monastero contiene anche tesori di grande valore di provenienza araba, indiana (magnifico il grande papiro con il rito di ordinazione dei preti buddisti in lingua pali), cinese e giapponese, sarcofagi egizi: la “star” è Nehmeket, un sarcofago riccamente adornato e decorato datato VIII secolo a.C, XXII dinastia; fu donato al monastero nel 1825 e accoglie la mummia del tebano Nemenekhamon. La mummia ha la testa priva di bende ed è ricoperta da una rete di perline di vetro colorate che crea disegni simbolici probabilmente a scopo di protezione.
L’isola inoltre ha una lunga tradizione di ospitalità a eruditi e studiosi: un’epigrafe sul muro esterno ricorda “il poeta inglese Lord Byron amico del popolo armeno” che qui studiò la lingua armena nel 1816.
Nel cortile interno sono esposte immagini relative al Medz Yeghern (Grande Crimine), noto in Occidente come “genocidio armeno”, operato nell’Impero Ottomano tra il 1915 e il 1916 e che a distanza di un secolo ancora stenta a entrare nella coscienza storica dell’Europa; gli storici calcolano che in quei due anni fu deportato e ucciso circa un milione e mezzo di armeni.
Alla fine della visita, dopo tanta cultura e tanta storia, si esce dal monastero con la speranza, per gli armeni e per l’umanità intera, che – senza illudersi di realizzare mai la pace universale – il primo secolo del Terzo Millennio sia un poco meno “genocida” di quanto lo è stato, con ostinazione ripetuta, l’ultimo del Secondo.

Note
(1) “La Chiesa apostolica armena è la più antica Chiesa cristiana nazionale del mondo: il regno d’Armenia si è convertito al cristianesimo attorno all’anno 300, sotto l’influsso di san Gregorio l’Illuminatore (240-332). Un altro santo, Meshrob Mashdotz (354-440), ha fornito al popolo armeno un alfabeto proprio, favorendone l’emancipazione culturale dal mondo greco e persiano. Col rifiuto da parte della Chiesa armena del Concilio di Calcedonia ha avuto inizio un isolamento del popolo armeno, in costante bilico fra potenze avverse: Costantinopoli e la Persia nei primi secoli, fino alla Russia e alla Turchia dei tempi più recenti… Nell’ambito del dialogo ecumenico con la Chiesa cattolica, la Chiesa apostolica armena ha recentemente sottoscritto delle dichiarazioni comuni di fede cristologica che hanno superato le incomprensioni teologiche, difficoltà linguistiche, diversità culturali e reciproche diffidenze sorte con il Concilio di Calcedonia (cfr. l’enciclica Ut unum sint di Giovanni Paolo II, del 1995)” Tratto da http://www.cesnur.com/la-chiesa-armena/

Però nella comunità cristiana armena, a partire dal XVII secolo, si formarono gruppi di fedeli cattolici, cioè che riconoscevano il Vescovo di Roma come massima autorità della chiesa universale (in generale i fedeli di chiese orientali che riconoscono l’autorità papale si definiscono uniati). Essi costituiscono la Chiesa armeno-cattolica, una Chiesa patriarcale sui juris, riconosciuta da papa Benedetto XIV nel 1742.

(2) I khachkar sono cippi funerari scolpiti che raffigurano una croce con un piccolo rosone o un disco solare nella parte inferiore; intorno vi sono di solito disegni di foglie e grappoli d’uva o figure astratte. Gli armeni li erigono, più o meno dal IX secolo, per la salvezza della propria anima, per richiedere protezione, commemorare vittorie militari o la costruzione di chiese. In Armenia il campo dei khachkar, sulle sponde del lago Sevan, è un antico cimitero che ospita il maggior numero di questi monumenti, circa novecento. Fino al 2006 ne esisteva uno ancora più esteso presso la città di Julfa in Nakhicevan, exclave dell’Azerbaigian tra l’Armenia e l’Iran, ma è stato raso al suolo dai militari azeri.

Informazioni utili
L’Isola di San Lazzaro degli Armeni è raggiungibile con il vaporetto della linea 20 che parte dalla stazione di San Zaccaria e arriva all’isola alle 15,25. Vi sono visite guidate ogni giorno dalle 15.30 alle 17.30 (6 € a persona) senza prenotazione. Per i gruppi è invece necessario prenotare.
Il punto vendita del monastero propone libri, illustrazioni e oggetti di argomento religioso e culturale armeno e vasetti di “vartanush”, una confettura prodotta con i petali di rosa ottenuti dai bellissimi rosai – alcuni di varietà molto rare – dei giardini del monastero secondo una ricetta tipica dell’Armenia. La rosa migliore per la marmellata è la rosa canina che fiorisce nella tarda primavera; tradizione vuole che le rose vadano raccolte al sorgere del sole.

Ringraziamenti
Alla Signora Luciana, armena honoris causa, non di sangue ma di cuore e di mente, un grazie per la passione, la competenza e la simpatia con cui conduce i visitatori alla conoscenza di quest’isola inaspettata.

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