Alcuni giorni fa ho letto sulla rivista di Altro Consumo un articolo che sostiene una tesi di cui io sono convinto già da moltissimo tempo e che fornisce dei risultati che non sono granché positivi in assoluto ma per la parte che, diciamo così, mi riguarda personalmente confermano la giustezza delle mie scelte.

Ciò che l’articolo-indagine si chiede è: quanto è “etica” la politica di sconti e offerte sottocosto sui prodotti alimentari che i supermercati praticano per attirare i clienti? La risposta era quella che – immodestamente – più o meno mi aspettavo che fosse: è poco etica.

Nel senso che – dice Altro Consumo – per fare questi sconti ai clienti continuando a guadagnarci qualcosa, i supermercati devono pagare di meno i fornitori. I quali sono in massima parte aziende medio-piccole, con poca forza contrattuale rispetto alle società della grande distribuzione (Carrefour, Coop, Conad, Esselunga eccetera) e quindi si trovano costretti ad accettare i prezzi che queste grandi società pagano per acquistare i loro prodotti. Ma anche i fornitori devono trarre un guadagno dal loro lavoro e per farlo o pagano meno i loro dipendenti o riducono i costi di produzione abbassando la qualità del cibo che producono.

Il risultato ultimo è che c’è una parte di “consumatori” che avrà meno potere d’acquisto (i lavoratori delle aziende fornitrici pagati meno) e c’è una parte di “consumatori” che consumerà alimenti di qualità più scadente (quelli che acquistano i prodotti venduti a prezzi troppo bassi).

Io sono convinto da molto tempo che sia autolesionista e immorale usare il prezzo come principale criterio di scelta nell’acquisto del cibo che mangiamo. Andare a cercare il prodotto che costa meno senza badare alla qualità (la qualità, non il gusto, che è cosa ben diversa) mi è sempre sembrato una fesseria quando si tratta di cibo, cioè della cosa più importante per la nostra vita: il cibo diventa parte fisica e vitale del nostro corpo, se mangiamo cibi scadenti avremo un corpo composto da molecole, cellule, organi scadenti, come già scrissi in “In’s o Katia?” del marzo 2009.

A maggior ragione il criterio “meno costa meglio è” diventa criminale (passatemi il termine un po’ violento) quando per permettere a me di risparmiare qualche soldo, altre persone sono costrette a lavorare sottopagate, nelle industrie conserviere campane come nelle piantagioni sudamericane. Qui non è più solo una faccenda di salute del proprio corpo, diventa una questione etica. Tanto più quando il “consumatore-che-risparmia” non è un poveraccio, un disoccupato, un vero indigente ma sono normali persone fornite di un lavoro, di una casa, di una o più automobili, di uno smartphone, di un i-pad, magari anche di un televisore largo come il Principato di Monaco appeso al muro del salotto e d’estate vanno in vacanza all’estero – e non in autostop con lo zaino. Nel senso, di soldi ne hanno q.b. per fare una spesa alimentare “giusta” ma non la fanno infischiandosene di coloro che hanno lavorato per loro, distanti e invisibili, nei campi e nelle fabbriche.

Poi c’è, secondo me, un terzo fattore importante soprattutto per noi italiani, un fattore culturale, e qui riprendo ciò che scrissi in “In’s o Katia?”:

l’Italia è una delle nazioni del mondo con la maggior varietà di tradizioni gastronomiche, la produzione agroalimentare è una delle colonne portanti dell’economia nazionale e uno dei principali fondamenti culturali della nostra civiltà. I quasi 200 prodotti tradizionali liguri sono parte integrante del patrimonio culturale ligure tanto quanto il borgo medievale di Noli, i Palazzi dei Rolli di Genova, la chiesa di San Pietro di Portovenere e l’abetaia di Gouta. E ogni regione italiana ha i suoi, analogamente.
Rinunciare a conoscerli, a riconoscerli, a goderne, a mangiarli e a berli, rinunciare ai prodotti tradizionali italiani preferendo loro i prodotti industriali e generici dei supermercati mi pare che sia una forma di suicidio culturale ed economico. Viceversa, quando acquisto una Formaggetta savonese di Stella o la pasta di Libera Terra che coltiva i terreni confiscati alla mafia contribuisco – mentre mangio cose buone – a sostenere alcuni settori piccoli ma importanti dell’economia e della società nazionale.

L’articolo di Altro Consumo comprende anche un’inchiesta condotta tra le maggiori catene di supermercati, dalla quale è risultato che la società più attenta a questi aspetti etici della vendita di cibo è la Coop. Ciò mi conforta perché io frequento spesso e volentieri la Coop. Non che altrove sian tutte schifezze, anche Carrefour mi pare sia messo abbastanza bene sull’attenzione ai temi etici, ma la Coop risulta migliore. Ho sempre pensato che la Coop (per sue ragioni storiche e politiche) fosse attenta all’etica del commercio alimentare e vederlo confermato da Altro Consumo mi ha fatto piacere. Continuerò così.

(Scritto il 28 febbraio 2014)

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