E così sabato 30 ottobre son riuscito a fare la mia prima e ultima gita in montagna della stagione estiva 2004, la prima da molti anni così incredibilmente priva di camminate su pei monti, su pei monti che noi saremo – coglieremo coglieremo le stelle alpine, la montanara ohè, si sente cantare –

Partecipanti tutti ponentini: Donatella, Anna S., tal Matteo collega di lavoro di Dona e organizzatore dell’avvenimento, la sua fidanza Simona e un loro amico Matteo (bis). Più me. Matteo-Matteo-Simona età 28-28-26, noi over 45, un po’ la differenza di età si notava, sia nelle rughe dei volti (non vorrei sembrare offensivo nei confronti delle gentili dame ma insomma, ecco) sia nella conversazione. Non tanto negli argomenti quanto nello stile, nei vocaboli e nei toni. Mi rammarico di aver badato poco a questo curioso fenomeno mentre si camminava e si pranzava al sacco, più che altro si tratta di una sensazione che mi è rimasta confusamente in testa a posteriori, ma è una sensazione molto netta; imprecisa ma netta: i tre menchetrentenni “parlavano” diversamente da noi. In stile, modo, lessico e maniera più “da giovani”. Era la prima volta che notavo ciò, probabilmente perché è stata la prima volta da molto tempo che ho trascorso parecchie ore con gente di 17 anni più giovane. E non, che so, dando ripetizioni di inglese a studenti del liceo, che lì è ovvio che ci sia una differenza di età e di tutto il resto. Qui facevamo le stesse cose insieme, quindi eravamo ufficialmente un gruppo omogeneo. In pratica lo siamo stati, nel camminare, nel mangiare, nel dirci arrivederci alla prossima. Ma mi è rimasta questa sensazione linguistica di salto generazionale.

La gita: dal colle di Tenda (quello vero, a 1800 metri, non la galleria che ci sta sotto) un poco di automobile su sterrato lungo il crinale di confine fra Val Germanasca (Limone Piemonte, Italia) e Val Roja (Tenda, Francia), poi a piedi su per sterrata militare e sentiero pietroso sino al forte Giaura, 2200 metri, uno dei numerosi forti fineottocenteschi voluti dai Savoia a difesa del confine italo-francese meridionale; che servirono solo per pochi giorni nella seconda guerra mondiale, quando Mussolini volle insulsamente far guerra alla Francia, vincendola sulle prime.
Però il forte è bello, grande, labirintico, ovviamente abbandonato e ruinoso, da girarci dentro con le pile. Chi conosce i forti delle colline genovesi non si stupisce granché, il Diamante e il Ratti sono quasi identici, ma è un bel posto comunque. Benché sia esattamente sul crinale è tutto francese dal 1947, ché il trattato di pace ha spostato il confine dalla media val Roja (a valle di San Dalmazzo di Tenda) a un pochino all’interno della valle di Limone.

C’era un sole pallido e tiepido, nonostante la pioggia del venerdì notte – e sia reso onore alla fede di Donatella che era certa del bel tempo sabatino a dispetto dell’evidenza del venerdì – c’era la neve bassa sul terreno, il laghetto dell’Abisso appena appena gelato, un branco di 12-15 camosci lontani a pascolare tranquilli sul picchio pendio innevato, la cima della Rocca dell’Abisso, 2750 metri, ufficialmente meta della gita ma in realtà troppo lontana per le nostre gambe non allenate.
C’era il panorama sui monti grigi della val Roia e sul Saccarello, la neve del Mongioie e del Monte Bego poco distanti, il monte Rosa e il Cervino baciati dal sole al di là del nuvolame che copriva la pianura piemontese.

La discesa verso il mare ha costeggiato, in auto, la valle delle Meraviglie passando per la Bassa di Peirafica e Casterino. Luoghi molto ameni, prati boschivi e sommamente bucolici in ogni stagione ma in autunno semplicemente stupendi: una distesa di larici marroni rossicci gialli che facevano pensare alle montagne canadesi, quelle dove trottano i lupi e le giubbe rosse a cavallo. Le giubbe rosse qui no, ma i lupi ci sono, spero che se la godano.
I larici non fanno boschi fitti come le abetaie, è tutto un paesaggio aperto, direi elegante, solare, che ti mette voglia di sdraiarti sotto un albero a respirare il profumo di conifera e sonnecchiare sull’erba, aspettando che qualche ago brunito ti cada addosso dai rami che hai sopra la testa. La Columbia Britannica me la immagino così. I nostri antenati ultrapreisotrici che venivano da queste parti a graffiare graffiti sulle rocce del monte Bego dimostravano buon gusto e senso estetico sopraffino, sapevano come scegliersi i bei posti in cui vivere. Bravi!

Valle delle Meraviglie di nome e di fatto, insomma, e non solo per i graffiti preistorici del monte Bego, proprio per la bellezza del paesaggio, per i colori del bosco, la dolcezza dei prati. Era tutta roba italiana, piemontese, e quel pirla di Benito tanto ha fatto che è diventata francese mannaggia!
Lo so che in tempi di euro, trattato di Schengen e costituzione europea certi pensieri sono stupidi, ma parlare in francese con la gente di Tenda che dal 1300 a 57 anni fa è stata conterranea di mia madre cuneese mi irrita. Infatti nella panetteria abbiamo parlato italiano, e anche la panettiera. Bene bene. Comunque mia madre non era cuneese già nel 1300. È nata più tardi. Ma nel 1947 si.

Note finali:
la Y10 ha ripreso a trottare su strade sterrate dopo troppe settimane di inattività, e ne era felice. Me l’ha detto. Erano strade che aveva già percorso nell’afa dell’estate scorsa con me e Uge, le conosceva già, ma è stata contenta lo stesso.

Il rustico alberghetto di Casterino dove abbiamo bevuto cioccolate e caffè sembra delizioso. Da tornarci a trascorrere un paio di giorni montagnosi l’estate prossima. Già deciso quando.

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