Uno dei luoghi – delle categorie di luogo – che più mi affascinano, da sempre, sono le drogherie e le mercerie. Tipologia di negozi in probabile via di estinzione nelle nazioni occidentali, dove è più semplice e meno caro (anche per me) fare la spesa ai supermercati. Ma la poesia di un supermercato è un affastellarsi di versi sciolti in metrica libera senza rima, una drogheria è un sonetto, una merceria è una terzina dantesca.

Drogherie, grazieadio a Genova ce ne sono ancora parecchie, tanto nei carruggi quanto nei quartieri moderni o semimoderni. Mercerie non so bene, non le frequento.

I simboli di questi negozi poetici dall’animo gentile sono, per me, la drogheria Parodi di Corso Firenze a Genova e la merceria di via Volturno a Sanremo. Che hanno, ‘sti due negozi?
Hanno che sono cavità dai confini incerti e misteriosi piene zeppe di oggetti, sono la Biblioteca di Babele del tutto per la casa, sono il Dizionario Ragionato delle Scienze delle Arti e dei Mestieri della casalinga, il World Wide Web dell’economia domestica. E il signor Parodi e le “signorine” della merceria sono il Google e l’Altavista di questi www d’antan.
“Buongiorno, mi serve…. 5 pettinini, 10 spille da balia, un amaro Braulio, un flacone di Cif, 3 spugnette da cucina, 2 etti di noccioline, un gomitolo rosa, 1 etto di fondant alla menta, un bottone grigio, un litro di olio di mais, un puntaspilli…..” c’è. C’è sempre.

U sciù Parodi (con un cognome così non può che essere genovese, chissà se fa Giobatta di nome) l’ho visto invecchiare mentre diventavo adulto, nella sua drogheria ci andavo bambino con mia mamma, ora che ho 40 anni più di allora (e anche lui, immagino) è sempre uguale, solo i pochi capelli sono ormai bianchi e suo figlio è cresciuto (mater semper certa sed etiam pater, vedendoli lavorare vicini è proprio talis pater talis filius), lui bambino me bambino, lui adulto me adulto, e la drogheria è sempre lì.

La merceria di Sanremo l’ho scoperta da pochi anni e non so se le venditrici siano davvero signorine, anzi non so nemmeno quante siano. Ma le vedo bene in un contesto crepuscolare da Signorina Felicita, anche se la signorina gozzaniana non era certo commessa di merceria. Certo mi stupirei se dovessi incontrare scatenata in un ballo da discoteca una che vende bottoni e sottovesti. Al massimo a rotear mazurke in balera. Peraltro io non frequento né discoteche né balere quindi il problema è irresolubile.

In questi antri del commercio minuto ci entro una volta ogni due anni ma ogni volta mi affascinano, più di un suq arabo, cui concettualmente assomigliano. Mi affascina il loro avere di tutto, il conservare ordinatamente scaffalati oggetti diversissimi per origine, composizione e utilizzo, e mi sgomenta la quantità di oggetti che questi negozi trattano, non solo la loro varietà. La merceria di via Volturno è angusta e immensa, enorme e ristretta, ha alti soffitti e pareti scaffalate dove non c’è un millimetro quadrato libero, e anche il vano interno è ampio ma reso angusto dai prodotti in vendita distribuiti e impilati fra la porta e il banco di vendita. Tutto ciò mi parrebbe logico e commercialmente redditizio se si trattasse di un grande centro commerciale, di quelli perennemente affollati di gente che scarrella e acquista; ma in una merceria old-fashioned, quanta gente ci va, ogni giorno? Quelle due o tre volte che ci sono entrato con Donatella eravamo solo noi, al massimo un’altra persona, e poi son tipi di negozi dove difficilmente ci lasci 50 euro a botta, piuttosto 3,45.
Quindi mi chiedo, quei milioni di beni pronti lì per essere venduti, quanti anni dovranno aspettare per trovare un acquirente? Quelle scatole lassù in cima, che viste dal basso sembrano contenere mutandine da donna in organza (che è l’organza, oltre che un fonema tessile che udii a volte pronunciare da mia nonna e mia mamma temporibus illis?), che ci vuole Reinhold Messner per raggiungerle tanto son alte, saranno lì dal 1912? Regia biancheria intima per Signora fabbricata in Tripolitania?
E la bottiglia di sciroppo di rose di Parodi, ultima di una fila sottile fra gli amari e le amarene Fabbri (“Capitano, lo possiamo torturare?” “Ma cosa vuoi torturare! Porta pazienza!” Era lui, no?) resterà lì sino alla seconda venuta del Cristo o qualcuno finalmente se la berrà?

Ancor più affascinante della ricchezza di mercanzie presenti è la prontezza con cui il signor Parodi e la signorina Felicita trovano la merce richiesta dall’acquirente nel mare magnum di oggetti. Sarebbero da interrogare stile scuola o polizia: mi dica dove si trovano le stringhe marroni da bambino e le saponette alla lavanda, gli elastici di ricambio per le calze da uomo e i vasetti di marmellata di fichi da 250 grammi. Loro lo sanno, senza esitazione.

(Scritto il 10 novembre 2004)

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