Un anno fa scrissi “Il conte Popoff e il compagno Fred” (www.giannidallaglio.it/il-conte-popoff-e-il-compagno-fred). Ormai Fred non c’è più. Un giorno, fisicamente ridotto ai minimi termini, ha smesso di comparire in giardino. Sapevamo benissimo, papà Gianni e Loredana zia, che era ormai troppo malato (Aids, cancro, chissà? E quanti anni aveva, cinque, dieci, diciotto??) e senza tanto sciato un giorno sarebbe sparito. I gatti randagi, e Fred lo era anche se trascorreva ogni tanto qualche ora in casa, non vogliono cerimonie, lacrime degli amici, non dicono ultime frasi celebri come Libera chiesa in libero stato; semplicemente spariscono. Chissà dove è andato a morire, chissà se qualcuno ne ha trovato il cadavere nascosto in qualche anfratto della città. Comunque Fred a Villa Mergellina ha trovato negli ultimi anni della sua vita un tetto e cibo abbondante ogni volta che aveva voglia di venire a mangiare e a dormire qui. E scusate se è poco. Quanti poveracci del mondo umano vorrebbero avere un tetto e un piatto pieno garantiti e non ce l’hanno.

And then there were four, direbbero Agatha Christie e i Genesis: Polvere, Paprika, Popoff e Macchia; uniche variazioni, i passaggi serali di qualche gatto esterno che cercava cibo: Sesto tutto grigio, Fulvio e Settimo tigrati e molto simili tra loro. Poi, come sempre succede coi gatti “di altrove” (Ginger e Velluto, per dirne due degli anni passati), non si sono più fatti vedere. Adesso c’è un nero a pelo lungo che bazzica furtivo il giardino quando nessuno lo vede… l’abbiamo chiamato Ebano. I Modena City Ramblers cantano “Di tutti i poeti e i pazzi che abbiamo incontrato per strada, ho tenuto una faccia un nome una lacrima e qualche risata; qualcuno è rimasto, qualcuno è andato e non si è più sentito…”. I gatti sono un po’ pazzi e un po’ poeti, nulla di strano che qualcuno rimanga e qualcuno vada…

E poi… il 29 settembre sono andato a Rocchetta Nervina per un sopralluogo per il Club Unesco, Loredana mi ha accompagnato. Nella piazza del paese (pieno di gatti) abbiamo scorto un micetto cucciolo di bel pelo tigrato, non denutrito ma con gli occhi cisposi palesemente non sani. Io forse non ci avrei badato troppo ma Lori ci ha badato così lo abbiamo preso e siamo andati a Ventimiglia a farlo visitare da un veterinario, grassoccio e pacioccone come un orsacchiotto della Disney, che lo ha rivoltato come un calzino, gli ha fatto una fialona di antipulci e ha sentenziato che con una settimana di crema oftalmica e antibiotico gli sarebbe passato tutto, infezione agli occhi, vermi intestinali, acari nelle orecchie, pulci nel pelo. Uno zoo. In realtà il normale bagaglio di un gatto randagio di strada di tre mesi di età. Lo abbiamo chiamato Rocco, essendo nato a Rocchetta Nervina. Appena arrivato a Villa Mergellina è stato subito chiuso nella camera “dei giornalini” per restarci fino a cura finita, che non infettasse gli altri.

Finita la quarantena lo abbiamo presentato al gruppo: quasi un disastro. Polvere in due giorni lo ha accettato a condividere il letto per i sonni pomeridiani, ma gli altri…. Macchia gli tirava schiaffoni, Popoff e Paprika gli ringhiavano, ma ho capito in fretta che non era per cacciarlo via ma perché lo temevano!!!! Così piccolo e così in grado di sconquassare il tran tran dei quattro gatti adulti di casa… La cosa mi ha demoralizzato parecchio e soprattutto non mi andava giù che ‘sto ninghetto impiccioso spaventasse Paprika, la mia bambina adorata!! Mi sono chiesto se non fosse il caso di trovargli una buona sistemazione altrove…

La soluzione è arrivata da due strade apparentemente diverse ma che forse sono solo due modi diversi di descrivere lo stesso fenomeno, come i fotoni e le onde elettromagnetiche per la luce. Io ho rivolto una preghiera: “Donatella fa’ capire a me e ai gatti se Rocco deve diventare il quinto della banda o se è meglio trovargli un’altra casa”. Loredana (ricca di spiritualità ma non religiosa) mi ha detto “Gianni devi decidere tu se Rocco può restare o no: i gatti comprendono i tuoi stati d’animo e quello che vorrai tu lo vorranno anche loro”.
Che sia per intervento ultraterreno o per pura volontà razionale, io mi sono convinto che Rocco deve rimanere e i gatti hanno iniziato ad accettarlo. Finora è una convivenza stile ebrei-arabi a Gerusalemme, condividono il territorio tenendosi a distanza, ma si procede. Senza ringhiare e soffiare. Quasi senza.

Questa casa-famiglia gattaiola esiste da più di vent’anni e ha visto molti gatti arrivare, vivere, crescere, interagire, sparire, morire… È bellissimo osservare lo svilupparsi delle relazioni tra i suoi membri, il formarsi delle gerarchie – che lungi dall’essere lineari o a piramide assomigliano a quelle scale impossibili di Maurits Escher dove non capisci chi sta sopra e chi sotto; d’altronde i gatti non fanno branco e non hanno un capo. Certo, Polvere si atteggia un po’ a maschio-alfa (a eunuco-alfa), a padrone di casa, ma in realtà ognuno instaura con gli altri le proprie relazioni interpersonali, talvolta non prevedibili. Come quelle tra Paprika-Macchia-Rocco, in cui ciascuno dei tre sembra essere “alfa” su uno degli altri in un anello chiuso.

La vita di relazione dei gatti mi affascina: lo so che non si può tradurre automaticamente l’etologia felina in psicologia umana ma la loro vita psichica ed emotiva è ricca, varia, articolata, talvolta imprevedibile, intrigante e mi viene naturale fare paragoni con i sentimenti umani. Però non basta “avere un gatto in casa” per rendersi conto di tutto ciò: è necessario vivere a lungo con un gruppo di gatti e aver voglia di comunicare con loro, che volentieri “parlano” con chi li avvicina con curiosità, interesse, ammirazione, affetto.

Che poi…. sono convinto che chi si avvicina con interesse e affetto riesca a “parlare” con qualunque gruppo di esseri viventi, per quanto ampie siano le differenze iniziali. Credo che se ne avessi voglia, riuscirei a comunicare persino con i membri dei due attuali partiti di governo.
Forse.
Non so.
Meglio i gatti.

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