Me l’avevano detto tutti che Yerusalayim (Al Quds, in arabo) è una città affascinante e diversa da ogni altra. Cioè, nella sua parte moderna non è diversa da una qualsiasi vivace città mediterranea, con le strade affollate e a volte sporche, i clacson che squillano ad ogni semaforo verde, gente che parla a voce alta, bancarelle per strada, strade pedonali con negozi e ristoranti, grattacieli: una specie di Roma, a ben vedere, assolata, luminosa e brulicante di vita. La differenza, quella peculiarità che ha fatto dire al sindaco nel suo discorso di benvenuto al “Welcome dinner” al Museo nazionale d’Israele che “a Gerusalemme per parlare con Dio basta una telefonata urbana” è la Città Vecchia, quel quadrato di case antiche o ricostruite fra stradine e vicoletti tutto chiuso tra le mura dove si mescolano ben oltre la divisione formale in quattro quartieri (cristiano, armeno, musulmano ed ebraico) genti di colori, vestiti, lingue, fedi come non credo che se ne possano vedere altrove di così intimamente intrecciate: osservare il Muro del Pianto con gli ebrei che pregano dondolandosi e vestiti di nero mentre sopra di loro la cupola della bellissima moschea (detta) di Omar brilla fra i tetti e le campane di qualche chiesa suonano. Camminare dietro a una via crucis di frati francescani che recitano il Padre Nostro in latino mentre da un minareto vicino si alza il grido del muezzin e le parole arabe si confondono con quelle latine. Ebrei ortodossi, vestiti con palandrane nere di origini polacche del ‘700 e coi riccioli biondi che scendono da sotto i cappelli che entrano in piccole scuole talmudiche nel mezzo del quartiere arabo fra ragazzini che vendono cartoline ai turisti. Moschee e sinagoghe e chiese costruite quasi attaccate, un minareto e un campanile che si guardano da due tetti vicini. Frati cappuccini col saio marrone che conversano con preti greco-ortodossi col tunicone nero e la barba e con sacerdoti copti abissini nerissimi di pelle con ombrelli colorati. Insomma, a vederla così sembrerebbe che Gerusalemme è l’esempio perfetto di città dove la tolleranza fra gli uomini e le razze e le fedi ha raggiunto la sua massima perfezione. Si sa che non è sempre così ma il sullodato sindaco diceva anche che le notizie che attraverso i mass media tanto spaventano gli stranieri non sono la vera vita di Gerusalemme, che invece è molto più pacifica. E la costante e diffusissima presenza di ragazzini e ragazzine soldati in divisa con mitra più lunghi di loro non guasta l’aspetto di città allegra e pacifica. Sono onnipresenti e armati come pirati della Tortuga ma fanno tenerezza vederli chiacchierare, bere coca cola ai bar, abbracciarsi e coccolarsi (sono uomini e donne, giustamente), parlare nei telefonini tanto diffusi come e forse più che in Italia. Controllano gli ingressi al quartiere arabo, la spianata delle moschee e il muro del pianto, la basilica del Santo Sepolcro, qualche altra zona teoricamente a rischio. In realtà passeggiano e chiacchierano come qualsiasi altro uomo creato da Dio a sua immagine e somiglianza che si muove in quella città. Si sente Dio, lì, io non sono mai stato neanche lontanamente ateo e nemmeno così convinto che esista una sola vera religione e che le altre siano false. Ma Gerusalemme è il luogo in cui maggiormente ho rafforzato queste mie convinzioni. Dio “è” Gerusalemme, Gerusalemme è una delle meglio riuscite manifestazioni della gloria e della potenza di Dio. Dio, Allah, Javhè (non si dovrebbe pronunciare, il Sacro Nome di Dio, si deve dire Il Signore. Nelle traduzioni in inglese scrivono G-d, non God) nomi diversi venerati con riti diversi in lingue diverse ma come si può non accorgersi della assoluta identità di questo Dio dai molti nomi? Per avvicinarsi al muro occidentale (vero nome del muro del pianto) gli uomini devono coprirsi il capo per rispetto a Dio ma le donne no. Per entrare in una chiesa gli uomini devono scoprirsi il capo per rispetto a Dio ma le donne devono averlo coperto. Nelle moschee ci si toglie le scarpe. Tutta questa ritualità appare tremendamente sciocca e senza senso, a me sempre ma qua più che altrove: come può lo stesso Dio volere cappelli su e giù in modo diverso al semplice girare un angolo di strada? Però è evidente che al di sotto di questi sciocchi riti c’è veramente Dio, nei suoi infiniti e inconoscibili aspetti, Dio che vive e dà vita alle anime degli uomini. Amen.
Bellissimo anche il deserto di Giuda, fra Gerusalemme e il Mar Morto, e il Mar Morto stesso. Bello galleggiarci dentro quasi seduti, tentare di andar giù e non riuscirci. Bello il panorama del deserto di rocce e sassi, bellissima la rocca di Masada, i monasteri greci di Mar Saba e San Giorgio, macchie di colore nel giallo della roccia arida. Bello, quel poco (quel molto) di Israele che ho avuto la fortuna di vedere. Di ascoltare, di annusare. Di leggere, esercitando le mie scarse conoscenze di ebraico e arabo, ma almeno i nomi riuscivo a capirli. Spero proprio di tornarci, prima o poi. Se Dio vuole, inshallah, in ebraico non so come si dica.

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