E un’altra volta è notte e suono
non so nemmeno io per che motivo
forse perché son vivo
e voglio in questo modo dire “sono”

o forse perché è un modo pure questo
per non andare a letto
o forse perché ancora c’è da bere
e mi riempio il bicchiere…

Quante lune sono sorte la sera, e andate, dall’ultima volta in cui ho strimpellato sulla chitarra questa canzone? Canzone da campi estivi con gli scout, le stelle a riempire il cielo e il fuoco profumato di larice a riscaldare le lenti degli occhiali e il fazzolettone blu e beige. Canzone da vacanza estiva con gli amici (molti dei quali scout come me, con me), una spiaggia liberissima e solitaria, un lampada a gas, un po’ di vino cancaronato da bere cantando.

Canzone di notte n.2, dall’LP “Via Paolo Fabbri 43”, Francesco Guccini. Roba di fine anni ’70. Guccini piaceva agli scout cattolici – anche a quelli di destra – e piaceva agli anarchici e ai comunisti che nei palasport, quando il Barbone Modenese concludeva quei cabaret musicali che chiamava concerti con la solita travolgente Locomotiva, balzavano in piedi sguainando il pugno chiuso in una speranza di utopia egualitaria che nessun comunismo è mai riuscito a realizzare nel mondo sublunare. Nemmeno nessun cattolicesimo, peraltro, che pure è – almeno a parole – ancor più egualitario del comunismo. L’ebreo Joshua bar Joseph e l’ebreo Karl Marx sembrerebbe che abbiano fallito entrambi nei loro progetti di costruire un’umanità nuova, governata dall’amore e dalla giustizia.
Guccini cantava queste cose. La Locomotiva, Dio è morto, Primavera di Praga, Auschwitz…
Cantava anche cose molto più personali, i sentimenti, gli affetti e le seghe mentali. L’isola non trovata, Canzone quasi d’amore, Canzone delle osterie di fuori porta, Radici, Vedi cara, Bologna… Sono ben più numerose le canzoni “intime” di quelle politiche, a farne l’elenco.

Domani sera, giovedì 31 marzo, al Mazda Palace ci sarà Francesco Guccini in concerto (chissà se ‘sto Mazda che da nome all’edificio è la nota marca di automobili o è Ahura Mazda, il nome con cui Zoroastro venerava e pregava l’Unico Dio).
I manifesti appiccicati ai muri della città lo ritraggono – more solito – col barbone nero dei suoi vent’anni. La realtà è da anni assai più grigia, come è giusto che sia per un ultrasessantenne.

Fossi pieno di soldi e di sere oziose andrei a sentire i concerti di Ivano Fossati, Vasco Rossi, Paolo Conte, Fiorella Mannoia, Sergio Cammariere. Magari anche quelli di Elisa e degli Articolo 31, non fosse che probabilmente sarei troppo evidentemente vecchio in mezzo al loro pubblico, coi miei 46 anni meno una settimana.

Non sono così pieno di soldi da buttare in concerti, ma Guccini è già parecchio che non vado a sentirlo chiacchierare e cantare, quindi domani sera andrò. Ora che De Andrè è morto, di Maestri rimane solo lui. Quindi andrò, col fedele amico Uge. Non abbiamo preso i biglietti in prevendita, oso pensare che non ci sarà il tutto esaurito, per quanto il vegliardo vanti seguaci fra adulti e giovinetti in buona quantità. Andremo alle biglietterie, e vedremo. Se proprio non riusciremo a entrare, c’è sempre il Cantinone disponibile per un birrino…

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Il concerto di Guccini è stato. Bello, affollatissimo, per me che non frequentavo concerti dal 1997 anche un po’ commovente. Commovente (quasi) constatare come il Vegliardo invecchi pure lui, un po’ meno bruciante di un tempo nelle chiacchierate (ha anche ripetuto battute che gli avevo sentito dire già 8 anni fa o anche prima) e direi un po’ più roco nella voce, benché aiutato dalla tecnologia e dalla buona acustica di questo novello Mazda Palace (è ufficiale: “Mazda” sono le automobili; anche se il dio di Zarathustra mi sarebbe piaciuto di più, come sponsor).
Commovente ancor di più accorgersi di quanti giovinetti ci fossero ad applaudire e cantare a squarciagola Autogrill, Il vecchio e il bambino, Cyrano e l’ovvia coinvolgente Locomotiva finale. Se tanti ventenni, venticinquenni, diciottenni continuano a seguire e amare un vecchio rebecucco come Guccini, beh, forse il futuro non è proprio tutto nero… E lo conoscono bene: poco sotto ai nostri sedilini panoramici su cui ci eravamo arrampicati insieme ad altri ultraquarantenni desiderosi di qualcosa di comodo sotto al sedere (e che ci permettevano di osservare in tutta calma – da vecchietti libidinosi qual forse stiamo diventando – le numerose giovini graziose fanciulle accovacciate sull’affollato e scomodoso parterre) chiocciavano voci tardoadolescenziali che invocavano canzoni antiche quali Vedi cara, L’avvelenata, insomma roba scritta quando gli invocanti non erano ancora nati o al massimo frignavano in culla. Bravi.

Diverso dai concerti d’antan c’erano le luci bluine rettangolari dei videofonini che videofonavano intensamente, e la battuta iniziale, pronunciata da una autoironica voce femminile fuoricampo e accolta da un sonoro concerto di grasse risate “è vietato fumare”.

Bella Auschwitz, arrangiata in versione rumorosa e cacofonica come in fondo è stata la storia che racconta, e bella la rara Shomer ma mi-llailah, cantata con piglio marziale, con la sua domanda che non prevede risposta, o non la spera.

A mezzanotte tutti fuori, e peccato per chi conosceva poco il suo ultimo disco dell’anno scorso, Ritratti, abbondantemente eseguito e a mio parere alquanto meritorio.

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