Sul numero di gennaio 2020 di Le Scienze lessi una notiziola che diceva che i coleotteri che si cibano di vegetali lo fanno perché nel loro genoma vi sono geni “adatti” provenienti da diverse specie di funghi e di batteri; geni che hanno “fatto il salto” da una specie vivente a un altra, specie peraltro piuttosto diverse tra loro, come lo sono i batteri e i funghi dagli insetti. In marzo leggendo “L’origine delle piante coltivate” di Nikolaj Vavilov, ed.Pentàgora, Savona, ho scoperto la “introgressione” o “ibridazione introgressiva”, che grosso modo è l’incorporazione permanente in una specie vegetale o animale di geni provenienti da piante o animali geneticamente affini ma distinti.

Infine, il Tuttolibri della Stampa di sabato scorso conteneva l’articolo “Siamo figli dei virus”, una lunga recensione del libro L’albero intricato dell’americano David Quammen (quello che alcuni anni fa aveva pubblicato Spillover – infezioni animali e la prossima pandemia umana); in estremissima sintesi il senso del libro è che “i geni non si spostano solo in verticale da una generazione all’altra (come sosteneva Darwin) ma anche lateralmente, fra specie diverse. Facendo di noi un mosaico di forme di vita”. Da qui il titolo, dove il cosiddetto “albero della vita”, che descrive le specie viventi a partire dalle più antiche e semplici (immaginate in basso presso le radici) sino alle più recenti e complesse (posizionate sui rami più alti), non è più quello classico con un tronco da cui si dipartono rami che, col procedere dell’evoluzione nel tempo, crescono distanziandosi e differenziandosi l’uno dall’altro; piuttosto è un intrico in cui rami anche distanti tra loro si avvicinano, si uniscono, si mescolano, rendendo difficile capire chi discende da chi e quali siano tutti gli antenati di questa o di quella specie vivente.
Il fenomeno biologico si chiama “trasferimento genico orizzontale” (horizontal gene transfer, HGT) e ci dice che ogni essere vivente è quello che è non solo perché discende dai suoi genitori nonni avi bisavoli ma anche perché contiene in sé qualcosa proveniente da altre specie viventi. Un mosaico appunto, una mistura, un cocktail. 

Io so poco di genetica e ignoro come avvengano in pratica ‘sti salti di geni però al di là degli aspetti strettamente biologici questo intrecciarsi delle diverse forme di vita mi piace dal punto di vista filosofico, etico, morale, culturale…. Mi piace perché vi leggo una dichiarazione del fatto che all’Universo/Dio non piace la purezza isolazionista ed egoista, non piace che esista un “Io” distinto e separato dagli “Altri” (col rischio che “Io” si consideri migliore degli “Altri”). Nessuno è “puro” e incontaminato; non lo sono i virus e i batteri, non lo sono la canapa e gli iris, non lo sono gli scarrafoni e non lo sono nemmeno gli esseri umani.

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Mi ero ripromesso questa volta di non fare nemmeno un accenno alla musica ma è difficile leggere i messaggi che mi manda Antonella B senza trovare niente di musicalmente insolito di cui non avevo mai sentito parlare prima: questa volta si tratta della “respirazione circolare” e del “didgeridoo”: questo è un antico strumento a fiato degli aborigeni australiani formato da un ramo di eucalipto il cui interno è stato scavato dalle termiti; la respirazione circolare è la tecnica per suonarlo (vedi Wikipedia), praticata anche in Occidente, ad esempio dai suonatori di launeddas in Sardegna e dal sassofonista americano Michael Brecker.

La “musica” del didgeridoo può forse non piacere a chi ama Mozart o Vasco Rossi ma è interessante un commento che si legge in calce al video di Youtube dell’artista aborigeno Lewis Burns: “è affascinante che musica come questa sia stata creata migliaia di anni fa da tribù completamente isolate dal resto del mondo e tuttavia sia così simile alla moderna musica dubstep/hardbass occidentale. Mostra come i popoli e le culture siano sorprendentemente differenti ma anche sorprendentemente simili gli uni con gli altri”.

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