Io amo casa mia, le mie cose personalissime (fotografie, libri, musicassette e cd, computer, piante…) e i diversi luoghi dove ho le radici affettive e dove trascorro gran parte del mio tempo (Genova, Sanremo, Ormea, Voltaggio).
Amo il mio hortus conclusus, senza il quale sarei infelicemente meno me stesso.

Ma amo moltissimo anche viaggiare. Viaggiare in senso lato, andare in Kamciatka come a Bogliasco, a Salvador da Bahia come a Castelnuovo Scrivia.

Ricordo un dialogo col quondam professor Bedarida quand’era ancora in cattedra al Dip. di Scienze della Terra, parecchi anni fa…
Io stavo dicendo che era già un po’ troppo tempo che noi due non si andava in giro per l’Europa per congressi e visite a università straniere, e che a me tutta questa immobilità iniziava a pesarmi: “Professore, è che dopo un po’ che sto fermo qua a Genova mi stufo… mi vien voglia di partire..” E lui, alzando gli occhi verso l’infinito come fanno i cani da premio nei concorsi di bellezza, e spalancando lo sguardo senza realmente guardarmi: “Si, è come un’inquietudine….” con voce sospirosa.
Povero Beda, ha viaggiato così tanto nella sua vita, finché era abbastanza sano, era una delle sue massime gioie… Perché lui – ben più di me – aveva quest’inquietudine di partire che lo attanagliava, prima di farsi travolgere dalla depressione. Ebreo della diaspora nel più profondo dell’anima, forse.

Si, è come un’inquietudine che ti prende e ti spinge a partire; certo senza dimenticare dov’è casa tua, ma ogni tanto bisogna chiudere la porta e andare.

Lunga introduzione per dire che poco distante da casa mia, qua a Genova, c’è un giovane museo che è un tempio dell’Homo viator: il Museo delle culture del mondo, nel Castello D’Albertis. Tempio dell’Homo viator soprattutto per via dell’eroe eponimo dell’edificio, quel capitano Enrico Alberto D’Albertis che alla fine del XIX secolo volle erigersi il suo “castello” nel più puro e tipico stile Eclettico-neogotico in voga in quegli anni, castello dove in parte visse e in parte raccolse i numerosi souvenirs della sua irrequieta vita di frenetico viaggiatore e di abile costruttore di meridiane.

‘Sto museo è godurioso per diverse ragioni: intanto il sito, decisamente ameno: il bastione medioeval-cinquecentesco di Montegalletto, uno dei tanti delle antiche mura genovesi, a un’ottantina di metri di quota a picco sul porto e sul centro, sito ovviamente panoramicissimo.
Poi il piccolo ma verdissimo parco alberato che lo circonda, adatto a giochi di bimbi, chiacchiere di bambinaie, ozi di studenti che hanno marinato la squola, intimità di adolescenti.
Poi gli oggetti in sé, che provengono dai 5 continenti e volendo sono la cosa meno peculiare, nel senso che sono tanti i musei che custodiscono oggetti nati in lontani altrove.
Poi l’annesso Centro delle musiche del mondo che invece è interessante perché vi sono raccolti strumenti musicali esotici e (almeno per me) bizzarri, con qualche annesso e connesso riferibile al modo di concepire e suonare la musica presso altre culture non occidentalizzate.
Poi il marchingegno pubblico che permette al Viator non auto/motomunito di raggiungere il Castello con poca spesa e poco tempo, ovvero il traslatore-ascensore di Montegalletto che dalla stazione Principe percorre una lunga e illuminatissima galleria orizzontale come se fosse un piccolo tram e poi sale verticale nel ventre della collina sino alla Circonvallazione a Monte proprio davanti al castello. L’avevo provato a metà dicembre, al suo secondo giorno di funzionamento ed era già fermo per guasto. L’ho riprovato la settimana scorsa e funzionava perfettamente.

Ma infine, la massima ragione di piacere dentro quell’edificio è il video che racconta la vita del capitano D’Albertis, che visse parecchio ma mi chiedo come abbia trovato il tempo per fare tutto quello che fece: tre giri del mondo, e non con un boeing 747 ma in nave e per terra, a vela e a cammello, con soste di studio e di vita; costruì 106 meridiane che lasciò sparse pel vasto mondo, alcune delle quali ora sono esposte qui sui muri del castello; scrisse, raccolse, collezionò, e trascorse anche parte della sua vita dentro questo suo edificio-museo. E’ proprio vero che per chi ha voglia di fare il tempo per fare c’è sempre, e sono i pigri quelli che non trovano mai il tempo per fare le cose.

Insomma, quest’uomo è un mito. Uno che percorre l’intero mondo per ben tre volte e riesce anche a farsi costruire una casa come piace a lui e ad abitarla e godersela, è un genio. Bravo!

(Scritto il 20 gennaio 2005)

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