Uno degli argomenti delle normali chiacchiere fra amici riguarda i luoghi e i modi di fare la spesa alimentare. Argomento per nulla banale ma nobile e importante, in realtà, visto che si può vivere senza telefonini, senza tv, senza auto, senza sapone e shampoo, senza arredamento, al limite anche senza vestiti e sanza casa ma certo non si può vivere senza cibo.

So bene che “il mondo è bello perché è vario” e quindi è logico e giusto che ognuno acquisti i cibi che vuole e dove vuole, esattamente come ognuno si sceglie tutto il resto, dalla casa al telefono, dalle scarpe alla macchina… però mi rendo conto che quando odo ciò che spesso odo circa il dove comperare cibo e bevande, beh, un po’ resto perplesso, stupito, deluso.

Mi spiego meglio: il casus belli da cui nasce questo mio sproloquio odierno risale a qualche tempo fa, un giorno che sono passato a salutare due mie amiche, due care, belle, simpatiche persone a cui voglio molto bene, che fanno parte della mia vita (saltuariamente, certo, ma stabilmente) da almeno 25 anni; che è il 50% della mia vita vissuta sino ad oggi, a ben pensarci è parecchio. S.B. e M.C. giusto per non far nomi. Informazione a latere, ma importante: S.B. è la proprietaria di un bel negozio di abbigliamento per bambini e M.C. vi lavora dentro. Un negozio bello e caro. Roba di marca, di qualità, quindi giustamente costosa (io non ho figli quindi relata rèfero, mi si dice che sono vestiti tanto belli quanto cari, ci credo). Negozio piccolo ma dove è raro poter entrare a scambiare due chiacchiere in pace perché ci sono quasi sempre mamme, nonne, zie che acquistano, guardano, chiedono, chiosano… nel senso, sarà anche caro ma la clientela c’è. Ora magari con La Krisi ce ne sarà meno, non so, ma insomma…

Una rara occasione in cui c’erano solo S e M, sono entrato e mi sono fermato una ventina di minuti, e fra le varie chiacchiere che siamo riusciti a fare è capitato di parlare di spesa alimentare: già sapevo che S e M sono frequentatrici soddisfatte dell’In’S (credo si definisca “hard discount” ma a modo suo piuttosto elegante, mi risulta, non vende robaccia, dicono, e pare che i supermercati In’S siano il posto più conveniente dove fare la spesa, almeno a Genova). Mi han chiesto dove vado io e ho dato loro solo un terzo della risposta che avrei dovuto dare per essere sincero: “vado alla Coop…” “ma la Coop è cara”, ha sospirato tranquilla S…. al che io ho desistito dal concludere la mia risposta “… o al Mercato Orientale, o al negozio biologico Bioscount di Via Assarotti” (ovvero “da Katia” che è la simpatica e bella proprietaria del Bioscount medesimo).

E mi sono un po’ rattristato.

Perché….. perché nel pensare comune, generale e generico, mi pare che funzioni proprio così: meno spendi per il cibo più sei bravo. E – a parte le pubblicità dove c’è il tizio che picchia la testa contro il muro perché non ha preso il televisore da Trony – non son sicuro che si ragioni sempre allo stesso modo per gli altri beni acquistabili. Come se il cibo fosse meno importante dei vestiti, delle automobili, dei telefoni, delle vacanze…
Capisco coloro che davvero hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ha senso badare al risparmio preciso preciso in quei casi. Ma la gente che frequento io sono tutte persone del mio ceto sociale, diciamo media borghesia, nessuno si nega la vacanza d’estate e nemmeno d’inverno, i più hanno auto e moto più costose della mia Panda 4×4 e della mia Vespa, molti hanno telefonini più evoluti del mio, certamente spendono più di me per l’abbigliamento e non parliamo dei televisori, io ho solo una tv portatile da 14 pollici (antico e graditissimo regalo proprio di S.B.) che tengo generalmente sul frigo in cucina, niente televisoroni piatti e larghi, niente abbonamenti a Sky e cose del genere.

Son certo che se un giorno dicessi agli amici che ho comperato una tv extra-large o che cambio la Panda con una berlinona da 30.000 euro, quasi nessuno troverebbe da ridire, ma le poche volte che ho detto pubblicamente che spesso faccio la spesa nel negozio biologico “di Katia” ho ricevuto commenti perplessi, come se fossi un ingenuo, un po’ esaltato e soprattutto sprecone. Un mega-tv largo e piatto costa quanto 30 o 40 spese da Katia, non nutre casomai rincoglionisce, ma pare socialmente più accettabile.

Per me ci sono due ragioni, entrambe molto serie, per preferire Katia e la Coop ai supermercati normali e meno cari.

La prima è fisica, biologica: ciò che indossiamo, le auto che guidiamo, gli oggetti con cui ci trastulliamo sono cose esterne a noi, ciò che mangiamo diventa invece parte integrante del nostro corpo: gli atomi e le molecole delle cellule del mio corpo prima di essere tali erano atomi e molecole del cibo che ho ingerito. Se la maglietta che ho indosso ora è fatta di cotone di scarsa qualità beh, durerà poco tempo, si rovinerà in fretta, ma resta una cosa esterna, la posso buttare via e sostituire. Se oggi mangio cose di scarsa qualità, una parte del mio corpo del futuro prossimo sarà composta di materia biologica di scarsa qualità.
Ed è una regola generale del commercio che le cose di maggiore qualità costano di più, i prodotti che costano meno generalmente sono più scadenti. S.B. e M.C. lo sanno certamente per quel che riguarda l’abbigliamento, il discorso vale anche per il cibo.

La seconda ragione per cui vado alla Coop e da Bioscount e in posti analoghi è culturale: l’Italia è una delle nazioni del mondo con la maggior varietà di tradizioni gastronomiche, con la maggiore varietà e qualità di prodotti eno-agro-alimentari; la produzione agroalimentare è una delle colonne portanti dell’economia nazionale e uno dei principali fondamenti culturali della nostra civiltà. I quasi 200 prodotti tradizionali liguri dichiarati ufficialmente tali dalla Regione Liguria sono parte integrante del patrimonio culturale ligure tanto quanto il borgo medievale di Noli, i Palazzi dei Rolli di Genova, la chiesa di San Pietro di Portovenere e l’abetaia di Gouta. E ogni regione italiana ha i suoi, analogamente.
Rinunciare a conoscerli, a riconoscerli, a goderne, a mangiarli e a berli, rinunciare ai prodotti tradizionali italiani preferendo loro i prodotti industriali e generici dei supermercati mi pare che sia una forma di suicidio culturale ed economico. Viceversa, quando acquisto una Formaggetta savonese di Stella o la pasta delle cooperative che coltivano i terreni siciliani confiscati alla mafia contribuisco – mentre mangio cose buone – a sostenere alcuni settori forse piccoli ma certamente importanti dell’economia e della società nazionale.

Quasi due mesi fa sono stato nel Delta del Po a visitare giardini botanici e antiche idrovore per preparare un articolo per La Casana e la gioviale guida naturalistica che mi ha accompagnato nella visita mi ha fatto – a nome del Parco Regionale Veneto del Delta del Po – grazioso e graditissimo omaggio di una bella confezione di prodotti alimentari locali, riso, polenta, vino e quant’altro. La cosa mi ha stupito perché non me l’aspettavo ma mi ha anche fatto un enorme piacere perché è proprio il genere di cose che amo andare a cercare quando viaggio, i prodotti dell’agricoltura locale. Dentro ad essi c’è la storia e l’anima dei popoli, della gente che vive e che ha vissuto nel territorio. Altro che In’s e Conad e cose simili.

(Scritto il 27 marzo 2009)

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