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Banale ma vero. Vero ma banale. E incompleto. Vediamo un po’ meglio:

l’Irlanda è verde, si. Ma è un verde diverso da come me l’aspettavo; me lo immaginavo intenso, omogeneo e violento, un verde che acceca, per così dire, e forse anche un poco monotono. Invece mi è parso una confederazione di verdi diversi, talvolta veramente intensi e accecanti, specie sotto il sole, ma talaltra anche delicati, cangianti, mutevoli, fosse per il cangiare del colore del cielo che li sovrasta, fosse per la varietà della vegetazione che spazia dai paesaggi bucolici delle contee centro-meridionali, fatti di prati, siepi e grossi alberi – in vero stile English country – sino agli scorci scandinavi, desolati, rocciosi e totalmente privi di alberi delle coste frattali delle contee atlantiche, Mayo, Connemara, Kerry (manca il Donegal ma sarà per la prossima volta). E bisogna tener conto che a metà giugno è ancora primavera, quindi anche i prati più verdi sono macchiettati dei rosa-fucsia dei fiori dei rododendri, dalle nuances grigie e dorate delle erbe graminacee in fiore…

Ma l’Irlanda è anche blu; il blu-grigio dell’oceano ma anche gli azzurri-grigi-blu di laghi e laghetti, alcuni di essi immersi in paesaggi montani di picchi rocciosi ed erbosi che mi facevano pensare a certi laghi glaciali delle Alpi Piemontesi e ti aspetti che ci siano le marmotte, e invece si era sui 200-400 metri di quota soltanto e sono le pecore; la romantica Lady’s View, oppure il Connor Pass, sopra Dingle, con la strada stretta e ripida che sembra quella del Volterraio, e come questa anche quella sconsigliata ai camper.

Ma è Irlanda anche la policromia delicata e chiarissima delle spiagge-coi-pascoli-che-scendono-sul-mare fratagliatissimo di baiette e collinucce della tortuosa Sky Road di Clifden, nel Connemara, o della deliziosa Dingle Peninsula con le Blasket Islands frastagliate di rocce e gabbiani appena al largo, che magari ci è piaciuta così tanto anche per via della giornata ricca di sole e nuvolette bianche nel cielo ma credo che sia una terra molto bella anche col brutto tempo.

Irlandesissima è certamente anche la nebbia in stile “Passo del Fajallo sotto lo scirocco” (i genovesi dovrebbero capire cosa intendo, specie se sono stati scout e hanno frequentato le case Agesci di Vara) che ci ha impedito di capire com’è l’estrema parte occidentale del Kerry, con buona pace di Donatella che ancora si rammarica per non essere potuti andare – con quel cielo e chissà con quale mare sottostante – ad affrontare un’ora e mezza di barca per raggiungere le Skelling Islands coi loro delizioni “puffin”, quegli uccelli dall’aria goffa, bianchi-neri col becco rosso che sembrano così carini… e dicono che là sulle isole questi uccelli non hanno paura degli uomini e puoi camminare dentro i loro branchi tranquillamente. In italiano si chiamano “pulcinella di mare”; peccato averli persi, dai puffin bisogna proprio tornarci.
Curiosa la nebbia, provoca visioni mistiche… come la mezza mucca vista da Anna su un lato della stretta e oscura strada di Valentia Island, l’altra mezza essendo nascosta dal foggy mist. Una specie di mucca del Cheshire, per così dire.

Già che siamo nel grigio restiamoci: la pietra delle croci celtiche, dei cimiteri e delle chiese: la nobile St.Patrick con la vicina Christ Church di Dublino, la ruderosa ma suggestiva St.Patrick Rock di Cashel, il piccolo antichissimo Gallarus Oratory che spero sia ancora in piedi dopo che è passato quel giovane francese entusiasta che faceva la guida turistica e che tentava di farvi entrare tutta insieme l’intera comitiva di allegre carampane Allosanfandelapatrie che si portava dietro. Povero oratorio, lui lì soletto nella campagna e quelle orde turisterecce che lo assalivano…
E non si dimentichi la mistica Burrishoole Abbey col suo cimitero in riva a un anfratto di mare che pare un braccio di un lago, non fosse che nei laghi non c’è la bassa marea. Curioso pensare – e camminando fra i resti di queste abbazie millenarie viene da pensarci – che la cristianizzazione dell’Europa occidentale debba così tanto ai santi viaggiatori e predicatori – San Colombano il più famoso, quello dell’abbazia di Bobbio e di tante altre – nati nei secoli anteriori al Mille in quest’isola tanto all’Europa, un’isola fra l’altro che non è mai stata romanizzata e che ha conservato tradizioni, pensieri e persino la lingua celtica sino a oggi.

Tra i colori della natura irlandese ci dobbiamo mettere anche il marrone scuro della torba del Connemara, un colore un po’ cacca di mucca, diciamocelo, solo che è tutta roba vegetale, terreno tagliato a fette come una torta al cioccolato (ecco, forse è meglio così che la cacca di mucca) che è una specie di carbone giovane giovane; non lontano dalle torbiere è facile raggiungere il grigio-marrone-verde ventoso e piovoso delle scogliere: quella della desolata Achill Island e quelle affollate e organizzate (e ventosisssssssssssssssssssssssssssssssime) Cliffs of Moher, uno dei pochissimi posti veramente turistici che abbiamo visitato, nel senso uno dei posti dove abbiamo trovato altri turisti italiani; l’altro posto con italiani essendo il tumulo preistorico di Brù na Bòinne a Newgrange, roba fra il pre-diluvio universale e la venuta degli alieni, molto interessante a suo modo, con la camera interna dove la luce del sole entra solo per 14 (o 17, non ricordo) minuti intorno al mezzogiorno dei 4 giorni a cavallo del solstizio d’inverno, e poi è tutto buio per tutto il resto dell’anno.

Ricca policromia di piante e di fiori nel molto inglese giardino-parco-bosco di Ashgrove Gardens, che appunto sembra Old England più che Eire ma si sa che c’è tanto di inglese in Irlanda. Gli inglesi li hanno trattati malissimo, gli irlandesi, e meno male che hanno lasciato loro qualcosa di buono, come questo vastissimo giardino.

E le pecore?????????? Mica ci dimenticheremo le pecore? Bianche con la testa nera, bianche con la testa bianca, nere con la testa nera…. Divertente fotografarle al pascolo fra i verdi prati del Mayo, poi fra i verdi prati del Connemara, e ancora fra i verdi prati del Kerry, poi fra i verdi prati del… che alla fine c’è il rischio che ‘ste pecore vengano a uggia ma invece sono sempre così carine…. Le pecore irlandesi, impassibili sotto il sole quanto sotto la pioggia ventosa, com’è prevedibile pascolano e belano liete anche in tutto il souvenirume dei negozi turistici di Dublino, di Galway, dell’aeroporto…. ma rimangono simpatiche anche lì, stampate bizzarre e policrome su borse e tazzine.
Ogni tanto questa follia ovina si prendeva le sue pause e i verdi pascoli si popolavano di mucche baie, qualche cavallo, alcuni ponies pelosissimi e batuffolosi, che ti veniva voglia di abbracciarli e affondare il viso nel loro mantello folto e spesso (probabile ricettacolo di pulci e zecche, ma mica li abbiamo abbracciati davvero)

E alla policromia della natura, la gente irlandese come risponde? Colorando le case delle sue città e dei suoi villaggi, colorandole in modi differenti anzi opposti: o col bianco dei villaggi della costa atlantica più selvaggia del Mayo e del Connemara, villaggi che immagino che nelle lunghe notti invernali e sotto i cieli cupi di pioggia e nebbia debbano farsi invisibili; o sgargiandoli di colori caldi e vivaci, rossi gialli azzurri rosa violetti e violenti, gioia degli occhi sotto il sole e ancor di più sotto il maltempo. Confesso che non ho capito il perché del bianco preponderante in quelle zone che sembrano essere già anche troppo immerse nei colori “freddi” della natura atlantica, mi sarei aspettato casette rosse e gialle lassù fra le brughiere di Achill Island, e invece ce ne sono di più nelle terre meridionali e nelle città, Galway, Cashel… Avranno le loro buone ragioni, ‘sti irlandesi…

Colori umani e affascinanti sono pure quelli delle miniature medievali del sontuosamente magnifico Book of Kells, meraviglia delle meraviglie dell’arte miniatoria dei monaci altomedievali; non che sia l’unico codice miniato irlandese, certo è il più famoso, il più ammirato, e ritengo che sia davvero il più ricco di colori, figure, simboli, segni, dorature… dal percorso guidato che porta alle pagine del Book of Kells, nel cuore del Trinity College di Dublino, si passa a un luogo dove qualunque persona amante dei libri dovrebbe recarsi almeno una volta nella vita, come la Mecca per i musulmani: la Long Room della Old Library del Trinity College. Una stanza lunga 65 metri e alta 15, immersa in una monocromia marrone creata da 200.000 libri ordinatamente disposti sugli scaffali… la cosa più simile alla Biblioteca di Babele (pur nel differente e assai più semplice ordinamento spaziale degli scaffali) che abbia visto nel mio mezzo secolo di onorata esistenza. Affascinante e imperdibile.

Altro colore irlandese ovviamente imperdibile è il nero orlato di bianco-crema della birra Guinness, che io continuo a trovare arduo definire “birra”, così diversa dalle birre normali: praticamente “ferma”, senzabollicine, tutta nera come se fosse di caffè, con un gusto tutto suo. Ma mi piace assai, me ne son fatte scorpacciate e ne son lieto. Non mi pare che sia vero però quello che alcuni mi avevano detto, cioè che la Guinness bevuta in Irlanda sia diversa e migliore di quella che trovi nelle birrerie italiane ed europee. Bah, a me piace anche la Guinness della ex-Barcaccia 2 di Castelletto, qui a Zena.

Non so se ci sia un nesso fra l’abbondante quantità di birra che scorre nei pubs irlandesi e i bizzarri limiti di velocità delle strade della repubblica: quelli (come a volte anch’io) che si lamentano di certi limiti di velocità italiani assurdamente bassi si troverebbero benissimo in Irlanda: qui le autostrade hanno 120 km/h – e forse è poco – ma le strade statali “larghe” e contorte come l’Aurelia intorno a Capo Noli hanno i 100 e certi stradicciuoli di tranquilla campagna dove ti aspetti di incontrare Don Abbondo che legge il breviario, dove non passano due auto affiancate senza rischiare gli specchietti, hanno gli 80 km/h come limite massimo. Mi chiedo quanti siano gli incidenti stradali in Irlanda.. Noi devo dire che non abbiamo mai avuto problemi, e in effetti non mi pare che nei viottoli da 80 all’ora abbiamo mai trovato auto che andassero davvero a quelle velocità. Forse perché chi ci va si schianta subito e viene eliminato dal gioco..

I bus e i piedi sono ideali per girare le strade allegre, assolate, colorate, trafficate, animate della bella città di Dublino, dove ci si può imbattere in curiosi giovinotti abbigliati come la gente di 100 anni fa che declamano cose ad alta voce sui marciapiedi, in piccole band che suonano jazz o musiche celtiche davanti ai pubs – e non solo nel trendy Temple Bar – e i tre ignari turisti liguri dicono: ma che simpatica città questa, con tutta questa musica per strada, che gente allegra! Negli otti giorni trascorsi in Irlanda ci pare di aver capito che gli irlandesi siano davvero allegri e molto gioviali, ma se càpiti a Dublino il 16 giugno ti trovi nel mezzo del Bloomsday, che celebra quel 16 giugno 1904 in cui Leopold Bloom visse le “avventure” raccontate nell’Ulisse di James Joyce. In questo 16 giugno 2009 c’era un bel sole caldo e Dublino con le sue musiche e la sua gente risplendeva in tutta la sua allegria e la sua grazia.

Allegria e grazia sono ben distribuite in giro per quest’isola, mi pare: insieme alla bellezza dei luoghi, in ispecie quelli delle regioni atlantiche i cui paesaggi sono così diversi da quelli che abbiamo intorno a noi in Italia, uno dei migliori piaceri di questa vacanza irlandese è stato certamente la giovialità della gente, fossero i vicini di tavolo nei pub che attaccavano bottone sorridenti e curiosi, fossero i gestori dei b&b – coppie anziane nella cui sala da colazione troneggiano le foto di ex-aitanti ufficiali di Marina, giovani signore che col b&b integrano lo stipendio di infermiera, e così via – dispostissimi a conversare, a chiedere di cose italiane e a parlare di cose irlandesi, e tutti in un inglese che io temevo fosse “strano” e poco comprensibile e che invece è piacevolissimo e facile da comprendere.

Non si possono raccontare tutti gli otto giorni della vacanza irlandese in un email, non si può visitare tutta l’Irlanda in otto giorni. A Dio piacendo ci torneremo, per visitare qualcosa che ci manca (Donegal, Ulster) e per perfezionare qualcosa di visitato di fretta, come il Connemara o la stessa Dublino – ci manca la fabbrica della Guinness!! – e qualcosa di forzatamente tralasciato (i puffin delle Skellig). Ce l’avevano detto in tanti, che l’Irlanda è un gran bel posto e te lo tieni nell’anima quando torni a casa. Ora sono convinto che è davvero così.

(Scritto il 21 luglio 2009)

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