“…io ti benedirò in modo straordinario e renderò i tuoi discendenti numerosi come le stelle del cielo, come i granelli di sabbia… e per mezzo dei tuoi discendenti si diranno benedetti tutti i popoli della terra…”
Con queste parole, alcuni millenni fa, un pastore originario della città di Ur dei Caldei, in Mesopotamia, fu informato circa il suo destino di capostipite delle (tre, finora) grandi religioni monoteistiche dell’umanità. A proferire l’annuncio fu un dio presuntuoso e schizofrenico; presuntuoso perché asseriva di essere l’Unico vero Dio, migliore e superiore agli dei falsi e bugiardi che venivano idolatrati dai diversi popoli della terra; schizofrenico perché affermava di essere Uno ma portava un nome plurale, Elohim, “gli Dei”. Nome che successivamente decise di cambiare in un altro altrettanto bizzarro, non più schizofrenico ma autoreferenziale: da Elohim a Yahwè, non più “gli Dei” ma “Io Sono”.

Quell’impegnativo dialogo fra Elohim e Abramo si svolse sulla vetta del monte Moria, una delle tante colline sassose che separano il Mar Mediterraneo dalla valle del fiume Giordano. Parecchi secoli più tardi, nel 959 a.C., re Salomone di Israele sulla stessa vetta fece erigere il primo Tempio, che divenne l’unico luogo sacro per la religione ebraica. Nel 70 d.C. il secondo Tempio fu distrutto dai Romani e quasi sei secoli dopo dallo stesso monte Moria l’ultimo (finora) dei grandi profeti dell’Unico Dio, l’arabo Muhammad, ascese al cielo, assistito da Abramo, Mosè e Gesù.
Dal 691 la cima del monte Moria è protetta e custodita all’interno di una delle meraviglie dell’architettura mondiale: al Qubbet es-Sakhra, la Cupola della Roccia, che svetta azzurra e dorata nel centro dell’Haram esh-Sheriff, il Nobile Recinto Sacro, meglio noto presso i non musulmani come Spianata delle Moschee e presso gli ebrei come Spianata del Tempio. Al venerdì mattina le porte di accesso all’Haram sono attraversate da centinaia di persone richiamate dalle voci altoparlanti e imperative dei muezzin che esortano i fedeli a inginocchiarsi verso la Mecca e a pregare l’Unico Dio, il Dio di Abramo e di tutti gli uomini, e il suo Profeta Maometto.
Esternamente al tratto sudoccidentale del possente muraglione che delimita l’Haram, uomini e donne vestiti per lo più di nero giaculano e infilano foglietti di carta nelle fessure fra i massi. Questo è Hakotel Hama’aravi, il Muro Occidentale o Muro del Pianto, unico resto del secondo Tempio. Qui gli ebrei pregano l’Unico Dio, il Dio dal Nome ineffabile a cui il pio credente si rivolge con perifrasi: Adonai (Signore), Baruch (il Benedetto), Qadosh (il Santo). Lo stesso Dio di Abramo e di tutti gli uomini che venti metri più in alto i musulmani pregano inginocchiandosi sui tappeti, qui è adorato in piedi, a capo coperto, dondolando il busto col viso a pochi centimetri di distanza dai grandi massi del Muro.

Poche centinaia di metri più a occidente, quasi nascosta tra vicoli e botteghe medioevali, una mappazza di edificio tozzo cela nelle sue disordinate viscere la vetta rocciosa di un’altra collina sacra, il Golgota sul quale fu crocifisso e sepolto Joshua bar Joseph, Gesù figlio di Giuseppe di Nazareth. Anche qui sacerdoti e fedeli pregano il medesimo Unico Dio, il Dio di Abramo e di tutti gli uomini, in modi diversi e concorrenti: alla domenica la messa cattolica, cantata in latino da tonitruanti frati francescani dal saio color cacao, si affianca alla messa ortodossa concelebrata da quindici pope ammantati di vesti scarlatte, le cui voci greche gareggiano con (contro) le salmodie latine cattoliche. Poi ci sono gli armeni, i siro-giacobiti, i copti, gli etiopi…..

Perché non c’è nulla sulla Terra che divida fra loro gli uomini quanto la fede nell’Unico Dio.

Yerushalaym, la Città della Pace. Così la chiamano gli ebrei.
Al Quds, la Santa, è il suo nome arabo.

Gerusalemme è probabilmente la città più affascinante del mondo. Entro le mura della città vecchia il Dio di Abramo e di tutti gli uomini può divertirsi a trovare quasi tutto ciò che i suoi figli hanno pensato e fatto, scritto e detto, costruito e distrutto, generato e ucciso in Suo nome, lodandoLo o bestemmiandoLo.
Troppo confusa – ho appreso – per affascinare chi guarda il mondo con occhi agnostici, Gerusalemme fa innamorare di sé chi ha fede, chi riesce a vedere Dio nei volti dei suoi abitanti, nei suoni delle sue campane, nelle grida dei suoi muezzin, nei veli nei sai nei chador nelle tonache nelle kippà nelle kefiah dei suoi abitanti. Al ritorno dal mio primo viaggio in Israele, nel 1998, amavo dire che se Gesù è Dio fatto uomo e il Corano è Dio fatto libro, Gerusalemme è Dio fatto città.
Rimango di questa idea anche adesso, dopo 14 giorni di viaggio in Israele-Palestina, 6 dei quali trascorsi in questa città, scelta da Elohim come centro del mondo da Lui creato.

Israele, Palestina. Una terra piccola e bellissima, una gabbia di matti.

Un viaggio compiuto per ragioni “artistiche” di cui si parlerà più diffusamente a tempo debito, fatto per capire un po’ come si vive in una delle terre del pianeta storicamente più irrequiete. Irrequiete e violente, e tutto ciò come lontana e collaterale conseguenza di quell’antica promessa fatta da Elohim al pastore Abramo.
In soli 14 giorni non si capisce una cippa di nessun luogo, forse. O forse invece in due settimane c’è abbastanza tempo per conoscere un po’ di gente e per conversare con costoro, illudendosi alla fine di aver capito qualcosa. Qualcosa su come vivono e cosa pensano le normali famiglie israeliane ebree e arabe palestinesi, capire se cercano di comunicare le une con le altre al di sopra del muro in cemento che le sta reciprocamente occultando alla vista, se desiderano la pace e come si immaginano questa pace, come la loro vita quotidiana è condizionata dall’essere cittadino israeliano o non-cittadino palestinese, dal vivere in Israele o nei Territori Occupati, dall’intifada fatta o subita, dagli attentati che ammazzano gli israeliani e dalle cannonate che ammazzano i palestinesi, dalle speranze in Ariel Sharon, in Abu Mazen, nel futuro, in YHWH-Allah-GesùCristo…

C’è stato anche un po’ di turismo, nel deserto del Negev fra le rocce di Makhtesh Ramon a bere tè sui divani beduini, in mezzo alla folla poliglotta e politeista di Gerusalemme, nell’aria satura di incenso della basilica della Natività a Betlemme. Ma più è stato il contatto umano, equamente spartito fra israeliani ebrei e palestinesi musulmani e cristiani.

Certo non è stato un sondaggio fatto con tutti i crismi demoscopici e statistici: insieme all’ottimo Pino P. abbiamo cercato, trovato e conosciuto esclusivamente persone del “ceto medio”, per usare un’espressione un po’ borghese.
Persone “qualsiasi” che vivono in città fondamentalmente pacifiche: dapprima Be’er Sheva, oggi capoluogo del Negev e importante centro universitario ma “allora” località – a nome Bersabea – in cui Abramo visse a lungo con sua moglie Sara e suo figlio Isacco. Oggi Be’er Sheva ha un centro antico di basse case ottomane con ombrosi cortili e un centro moderno con alti edifici vetrosi di stile americano; è una città abitata da ebrei provenienti da millanta paesi del mondo, Marocco, Germania, Iraq, Italia, Argentina, Russia, Etiopia… con storie familiari di diaspora dove per generazioni si è sognato di “salire in Israele”, di andare a vivere finalmente nella terra dei padri.
E poi Gerusalemme Est, Betlemme e Beit Jala, città di palestinesi musulmani e cristiani, case e palazzi in pietra candida, suoni e sporcizia profondamente mediterranei, olivi nei campi sassosi, venditori di souvenir e taxisti affamati dei rari turisti.

Non siamo andati a Gaza, né nei campi profughi né fra i coloni ebrei degli insediamenti in procinto di essere sgomberati. Certo la Striscia di Gaza è chiusa agli stranieri, ma in fondo non c’era ragione di andarci: perché si voleva conoscere la vita e i pensieri della “maggioranza silenziosa” di entrambe le parti. Quelli che quando si alzano al mattino pensano alla giornata di lavoro (o di disoccupazione), ai figli da mandare a scuola e da allevare, e sperano di tornare a casa la sera in buona salute, senza essere incappati in una bomba palestinese sull’autobus o in un soldato israeliano dal mitra nervoso al check-point. Quelli che “la storia siamo noi, nessuno si senta escluso” come canta De Gregori, anche se apparentemente la storia la subiscono molto e la fanno poco. Quelli che, in Israele e in Palestina come ovunque nel mondo, sono le colonne portanti della società e dell’economia. Perché le nazioni le creano i rivoluzionari, le difendono i militari, ma le fanno vivere e prosperare le persone “normali”, quelle che fanno cose diverse – e alla lunga assai più utili – dal giocare con le pistole.

La Storia è fatta di storie, e di storie ce ne sono da raccontare anche per chi vive nella tranquillità della primavera calda e assolata di Be’er Sheva e di Bet Lehem.
A Be’er Sheva non ci sono palestinesi, solo beduini israelianizzati, ma nei mesi scorsi sono esplosi due autobus, la storia è passata anche da lì. E poi, tutti sono o sono stati militari. Chi ha fatto la guerra del Kippur del 1973 ricorda l’amico che ha “parato” una granata egiziana esplodendo in mille pezzettini per salvare i compagni di trincea; il padre di famiglia racconta del figlio soldato che stava per sparare verso un palestinese che lo prendeva a sassate e si è accorto in tempo che era solo un bambino; il soldatino diciottenne che si fruga nel naso con le dita sdraiato su una panca del centro commerciale Qanyon, balza in piedi impallidito quando dietro di lui un bimbo fa scoppiare un palloncino con un botto che può sembrare l’esplosione di una bomba; una mamma ricorda che quando si ha notizia di un attentato la prima preoccupazione è di telefonare ai propri familiari per sapere dove sono e se stanno bene. Forse è anche per questo che nelle mani e nelle tasche degli israeliani ci sono più cellulari che in Italia.
Cose raccontate senza odio, con pacatezza, con una stanchezza e un desiderio di pace che supera i confini etnici, religiosi e politici; “noi non viviamo bene così, ma i palestinesi stanno peggio di noi. La pace deve arrivare prima o poi, ne abbiamo bisogno tutti, noi e loro” Dicevano così, la giovane moglie incinta, l’anziano rabbino, e tutti gli altri.
La differenza semai era nel diverso attaccamento a Israele: gli adulti, nati altrove e emigrati qui da bambini, conservano il senso della Diaspora, la consapevolezza che questa terra è Eretz Israel, la terra dei padri. I ragazzi nati qui sembra che vedano Israele più come una nazione fra le tante del mondo che come la Patria avita, e alcuni di loro sono tentati dall’idea di andarsene: andarsene via dai mitra tenuti a tracolla anche mentre mangi i falafel al ristorante, via dai tre anni di servizio militare, dalle tasse esose necessarie per sostenere le spese militari, dall’obbligo di farsi ispezionare la borsa e lo zaino prima di entrare in qualunque luogo chiuso, dai metal detector che ti perquisiscono alle fermate degli autobus e davanti ai negozi.

Da Be’er Sheva a Gerusalemme in bus. Viatico rassicurante: “non preoccupatevi, gli autobus che esplodono sono quelli che girano nelle città, non quelli delle linee extraurbane!” Meno male….

La Maison d’Abraham è un massiccio edificio in pietra, gestito da simpaticissime suore francesi e colombiane. Sta in collina, fra le case arabe del sobborgo arabo di Ras al-Amoud, vicino al cimitero ebraico di Har ha-Zetim, il Monte degli Ulivi. Più Gerusalemme Est di così non si può.
Per andare in centro si scende la larga strada che affianca il Getsemani e si sale alla Porta dei Leoni, una delle porte minori delle mura di Solimano, presidiata senza alterigia da una decina di poliziotti israeliani e da uno sciame di bambini palestinesi schiamazzanti. Bambini che, come i loro genitori, pur abitando a Gerusalemme non sono veri cittadini israeliani.
Perché i palestinesi vivono in un regime di apartheid: i più fortunati fra loro sono proprio coloro che abitano nel territorio comunale di Gerusalemme e che perciò hanno l’automobile con targa israeliana (gialla) e la carta d’identità (la mitica ID, croce e delizia – molto croce e per nulla delizia – di ogni palestinese) di Gerusalemme. Non sono cittadini dello Stato di Israele ma hanno praticamente gli stessi diritti degli israeliani doc. Certo non fanno il servizio militare, ma possono muoversi e spostarsi in tutta la nazione a loro piacimento. Essere cittadini di Gerusalemme è un privilegio ambito fra i palestinesi, e c’è chi lascia il borgo natio e la casa di famiglia per trasferirsi, anche in affitto, a Gerusalemme. Sono israeliani di serie B, ma non è troppo diversa dalla serie A.

Gli altri, quelli che vivono nella Cisgiordania, ovvero nei Territori Occupati e nelle città governate dall’Autonomia Palestinese – Betlemme è una di quelle – sono individui di serie C, e la differenza si sente. La loro ID non gli permette di muoversi liberamente se non all’interno della loro città. Le loro auto con targa palestinese (verde) non possono entrare nel territorio di Israele, e i check-point militari che punteggiano le strade dei Territori li fermano se non hanno uno specifico permesso per recarsi dove vogliono andare. Betlemme e Beit Jala distano da Gerusalemme meno di 10 km e meno di venti minuti di autobus, ma c’è gente che da anni non va a Gerusalemme perché non ha ragioni di lavoro o di salute per recarvisi e non riesce a ottenere il permesso senza motivi “seri”. Poi ci sono differenze negli stipendi a parità di lavoro, nell’assistenza sociale, nelle strutture sanitarie, nella scuola.
Le limitazioni di movimento sembrano essere le più dure da sopportare, almeno per chi un lavoro ce l’ha. La giovane e graziosa (sotto il velo bianco che le incornicia il viso) insegnante elementare di Ras el-Amoud è di Betania, la città di Lazzaro resuscitato. Parla inglese come un’americana. Col marito (guida turistica, attualmente disoccupato per scarsità di turisti) si è trasferita a Gerusalemme per goderne i privilegi burocratici ma a Betania ha gli anziani genitori, che non sono mai venuti a vedere la casa gerosolimitana della figlia perché non hanno mai ottenuto dalle autorità israeliane il permesso per percorrere i 10 km da Betania a lì. Non odia gli israeliani, ha anche qualche amico ebreo, ma si sente in condizioni di inferiorità rispetto a loro e non lo trova giusto, visto che abita nella stessa loro città e paga le loro stesse tasse.

Il check-point della Tomba di Rachele sta sulla strada che collega Gerusalemme a Betlemme. Io e Pino possiamo arrivare lì con l’anziano bus “arabo” numero 21 che parte dalla Porta di Damasco – cuore vociante della Gerusalemme araba – o col lindo bus “ebreo” numero 30 che percorre i quartieri moderni della Gerusalemme ebraica; lì giunti scendiamo, camminiamo sulla strada accanto al filo spinato, mostriamo il passaporto ai militari distratti, passiamo un metal detector, camminiamo ancora, arriviamo al cantiere dove si sta costruendo il muro. Il Muro, destinato a separare per un tempo imprecisato e noto solo a Dio Israele e le terre della Cisgiordania ormai abitate prevalentemente dagli ebrei da quelle della medesima Cisgiordania abitate prevalentemente dai palestinesi. Gerusalemme è “al di qua” del muro, Betlemme “al di là” del muro. I palestinesi percepiscono questo muro di cemento grigio alto circa 5 metri come una gabbia che li imprigionerà. Questo pare il suo scopo e riesce difficile dar loro torto. Gli israeliani con cui ne abbiamo parlato dicono che è una necessità, che nei tratti dove già esiste gli atti di guerriglia spicciola – lanci di sassi, fucilate, razzi… – sono scesi quasi a zero, e che comunque sarà un gran bel giorno quello in cui il muro verrà abbattuto, perché sarà il giorno della vera pace.
A costruire il muro sono operai palestinesi. I prigionieri si costruiscono la prigione. Ma il lavoro per i palestinesi è scarsissimo, per cui quello almeno è uno stipendio. D’altronde, se non lo facessero i palestinesi di Betlemme, il muro verrebbe su lo stesso, solo lo costruirebbe qualcun altro.
Al di là del cantiere del muro ci sono i tassisti in tiepida attesa, qualche ragazzino questuante, le prime case di Betlemme, Palestina, quelle dove vivono i palestinesi di serie C, con le loro storie e le loro speranze.

C’è chi è nato a un check-point. Ci hanno raccontato due volte la storia di una donna incinta che ha partorito nell’automobile mentre era in coda, e adesso esiste una squadra di ostetriche (ebree, spesso sono madri di soldati) specializzate per assistere le donne in gravidanza che si trovassero ad avere “urgenze” ai posti di blocco.

Molti palestinesi pensano con giustificato orgoglio che la Palestina sia la nazione del mondo arabo più evoluta socialmente, culturalmente e politicamente. Ritengo che abbiano ragione. Affermano anche che gran parte del merito di ciò va agli israeliani, che dal 1967 in poi, con l’occupazione della Cisgiordania e di Gaza, hanno “insegnato” ai palestinesi i vantaggi sociali e filosofici – per così dire – della democrazia di tipo occidentale. Non mi aspettavo di sentire questo elogio di Israele dalle stesse persone che lo accusano di trattarli come semischiavi, evidentemente è vero.

Il nuovo presidente dell’autorità palestinese, Abu Mazen, è un moderato ma i partiti integralisti, Hamas fra tutti, godono di molti consensi fra la popolazione. Ci dicevano che la ragione non è tanto che Hamas lotta contro l’Odiato Invasore, bensì perché sostiene economicamente le famiglie povere, aiuta chi non ha mezzi per mandare i figli a scuola o per curarsi. Fa assistenza sociale. Più urgente e più apprezzata della politica.

La lotta attiva, qui come ovunque, la fa una minoranza. Ma tutti ne sono coinvolti. Come ci è stato detto da un (ex?) militante dell’intifada “se ci sono 30 ragazzi che tirano pietre agli israeliani, tre sono quelli che organizzano la battaglia, gli altri van loro dietro perché si trovano lì per caso. Poi però le conseguenze le subiscono tutti e trenta in maniera uguale”.

Alcuni edifici di Betlemme sono ruderi di cemento e pietre sbriciolate. Accadde che gruppi di betlemiti iniziarono a sparare in direzione dell’insediamento ebraico di Gillo, sulla collina di fronte, costruito su terreni che appartenevano ai palestinesi. Spari di fucile che non raggiungevano le case – fuori portata di tiro – ma si perdevano fra gli olivi dei campi. Gli israeliani risposero a cannonate, e la gittata dei cannoni è ben superiore a quelle dei fucili. Risultato, le case di Gillo intatte, quelle di Betlemme in briciole.

Abu Mazen e Sharon piacciono. Per lo meno ispirano abbastanza fiducia. Sharon perché è di destra, e molti palestinesi pensano che sia più facile per chi è di destra fare una politica “di sinistra”. Abu Mazen è considerato serio e onesto sia dai palestinesi sia dagli ebrei, a differenza di Arafat, che gli uni e gli altri ritenevano quanto meno ambiguo e soprattutto circondato da una cricca di ladroni. Cauto, ma c’è ottimismo in giro, pare. Un po’ di fiducia nel futuro, inshallah. Anche se i problemi da risolvere per ottenere una vera pace non son pochi; in realtà l’intifada, il terrorismo e il muro non sono i principali ostacoli verso la pace: i punti di contrasto veri sono la gestione delle risorse idriche, lo status di Gerusalemme che entrambi vogliono come capitale, la situazione dei profughi palestinesi – quelli del 1948 e quelli del 1967, l’organizzazione del lavoro e dei lavoratori, il tracciato dei confini. Hai detto niente…

C’è un giovane insegnante di Beit Jala che vide morire suo cugino a 16 anni, sparato da una guardia privata israeliana mentre scriveva slogan antiebraici su un muro; fu poi arrestato cinque volte, fece parecchi mesi di prigione, anche nel carcere sotterraneo di massima sicurezza perso fra le rocce del Negev, con l’accusa di essere un militante di Hamas. Non ci ha detto se era un’accusa motivata o ingiusta ma poco importa. Fu l’unico dei vari palestinesi con cui abbiamo parlato, uomini e donne, giovani e adulti, cristiani e musulmani, che alla domanda “ma per te, cos’è la libertà?” abbia risposto “che gli ebrei se ne tornino tutti in Europa, da dove sono venuti”. Gli altri hanno parlato della possibilità di muoversi liberamente, di non subire continuamente controlli, di sentirsi cittadini della loro terra a pieno titolo come gli israeliani si sentono cittadini della loro.

La risposta probabilmente più completa – per quel che posso aver capito in quei 14 giorni – valida sia per i palestinesi sia per gli israeliani, l’ha data Nuah, sorridente palestinese di Gerusalemme, musulmana, circa 25 anni, un figlio di 5 anni, divorziata, lavora in un’associazione che riabilita e avvia al lavoro i mulilati di guerra. Le vittime arabe dell’intifada, insomma. “For you, what is freedom?” Lei ride e risponde “No Jewish!” Poi spiega: “siamo diversi, non ci ameremo mai, abbiamo modi di pensare e di vivere troppo differenti. Ma siamo costretti a vivere insieme e possiamo farlo. Come tra fratelli, può succedere che hai un fratello con cui non vai d’accordo, no? Ma te lo tieni e continui a vivere nella stessa casa con lui. Fra noi e gli ebrei è uguale: questa terra è piccola ma ci possiamo stare tutti. Volendolo”

“Shomer ma mi-llailah?” “Sentinella, quanto resta della notte?”
Parole del profeta Isaia riprese da Francesco Guccini in una sua canzone del 1983. La notte in cui la sentinella di Isaia veglia non è ancora terminata per questa terra troppo amata da Dio e dagli uomini. Ma l’alba prima o poi arriverà, a maggior gloria dell’Unico Dio dai 99 nomi e per il bene di tutti i suoi confusi e confusionari figli di buona volontà.
Terreni sassosi e campi verdeggianti si alternano ai lati della strada 443 che da Gerusalemme conduce all’aeroporto internazionale di Tel Aviv. Gli stessi campi che osservava Gesù quando raccontava la parabola del seminatore, quello che gettava il seme e parte cadeva sui sassi, parte sui rovi, parte sul terreno fertile e dava buon frutto…

Molte altre cose sono state viste e ascoltate. Ad esempio sull’assedio del marzo 2001 alla casa delle suore Brigidine di Betlemme, con la bomba israeliana e il palestinese morto nell’atrio; o su Ateef el-Krinawi, giovane beduino rampante di Be’er Sheva, musulmano e innamorato di Israele. Ma non racconterò più oltre, qui. Tutto ciò che ho narrato e il resto spero di farmelo pubblicare da qualche rivista che tratti di geografia umana e cose così; qualche idea già ce l’ho. Mi han pubblicato il viaggio in Kamciatka del 1993, perché questo no? Nei prossimi mesi…

(Scritto il 9 marzo 2005)

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