Il jainismo è un’antichissima religione indiana che oggi conta circa 10 milioni di fedeli, basata sugli insegnamenti di Mahavira, un asceta del VI secolo a.C. che predicava il raggiungimento della perfezione attraverso la nonviolenza. Nel giainismo, con il sostantivo jiva si intende il principio vitale presente in ogni essere vivente in senso “classico” (pianta, animale, uomo) ma anche in ogni elemento della materia dell’universo. Secondo il jainismo ogni essere vivente è un’anima eterna e indipendente, responsabile dei propri atti, tenuta ad agire e pensare in modo da rispettare la natura spirituale di ogni altro essere vivente. Ne discendono un vegetarianesimo assoluto col divieto di cibarsi anche di molti vegetali e l’uso (di alcuni) di filtrare l’acqua per evitare di ingerire piccoli animali o di tenere una mascherina davanti alla bocca e al naso per non ingerire accidentalmente qualche insetto.

Fino a tre giorni fa ignoravo l’esistenza di un piccolo insetto volatore di colore scuro che si chiama Callosobruchus maculatus. L’ho conosciuto aprendo un sacchetto di (preziosi…) fagioli bianchi di Badalucco (Presidio Slow Food) secchi che dopo aver giaciuto per lungo tempo nella dispensa di Sanremo avevo trasferito in quella di Genova per mangiarmeli qui. Li sto mangiando in questi giorni, dopo aver tolto il maggior numero possibile di codesti insettini che avevano trovato accogliente dimora dentro gran parte dei fagioli medesimi. Oggi so come si chiamano non perché uno di essi si sia presentato “excuse me Sir, may I introduce ourselves?” ma più banalmente grazie ai soliti Google e Wikipedia. La sensazione iniziale è stata di lieve schifo poi, seguendo l’antico adagio “ciò che non strozza ingrassa”, ho pensato che gli insettini sciò, ma i fagioli bucati gnam gnam ugualmente. E infatti….

Il punctum dolens è stato il che fare di quelle inattese e indesiderate creaturine di Dio, jainisticamente fornite di jiva come me. Sulle prime ho buttato tutto in un recipiente pieno d’acqua (i faglioli secchi devono stare a bagno prima di essere cotti) ma quando ho visto sti animaletti che si dibattevano e agitavano le zampettine per non affogare mi è preso pietà e ho cercato di raccoglierne il più possibile per salvarli. Con un cucchiaino e un foglio di scottex ne ho tirati su quanti ho potuto e li ho portati ad asciugare in un vaso di plumbago sul balcone. Non so quanti ce l’abbiano fatta e alcuni erano comunque subito affogati ma insomma, il mio piacere di mangiare i fagioli di Badalucco non deve richiedere il sacrificio di esseri viventi che hanno l’unica “colpa” di fare ciò che Dio (o la Natura) ha stabilito per loro, prender residenza nei legumi secchi. Mi sono sentito un po’ jainista…

(Scritto il 7 agosto 2014)

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